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Recenti Prog Med 2017;108(4):201-204



Cinema e medicina

a cura di Luciano De Fiore

Manchester by the sea, di Kenneth Lonergan

L’insidia è interna, abita ognuno di noi. Fisicamente e sentimentalmente. Joe (Kyle Chandler), quarantenne stimato dalla comunità e padre di Patrick (Lucas Hedges), deve fare i conti con una moglie alcolizzata e con un grave scompenso cardiaco. Fino al ricovero e a morirne (vedi il contributo di Marco Bobbio). Lee (Casey Affleck, Oscar come attore protagonista) fratello di Joe, di cinque anni più giovane, è costretto così a tornare da Boston al porticciolo di Manchester by the Sea per occuparsi delle esequie del fratello e del domani del nipote sedicenne.
Dal borgo era fuggito dopo aver perso le tre figlie bambine in un incendio, e la moglie Randi (Michelle Williams), che lo aveva lasciato tra recriminazioni legittime e i postumi dello shock susseguente al rogo. Da anni Lee si era rifugiato in un monolocale a circoscrivere la propria disperazione, incapace di elaborare il lutto, schiacciato dal senso di colpa. Se non è un reato dimenticare di mettere il salvafiamma davanti al camino acceso, è una colpa autentica lasciare che quella maledetta notte gli amici bevessero troppo, si facessero di coca, disturbassero le bambine e la moglie. Quel salvafiamma Lee avrebbe dovuto metterlo a riparare i suoi affetti, e non lo aveva fatto. E così un ciocco era rotolato fuori e tutto era andato letteralmente in fumo, anche la sua vita. Il tempo può lenire il trauma, ma non la colpa. Specie se ci si nega agli altri, se si sceglie di vivere reclusi nella propria disperazione.
A Manchester, Lee vorrebbe sbrigarsi e scapparsene. Ma il terreno è gelato, non si può neppure seppellire Joe. E Patrick, sveglio ed indipendente, è pur sempre un ragazzo di sedici anni senza un dollaro. Lee lotta contro i suoi fantasmi: incontra l’ex moglie con un bambino di un altro nel passeggino, è ossessionato dalla perdita e dal rimorso. Troppo ardente ancora è l’ustione, troppo profonde le ferite.
La vitalità adolescenziale di Patrick, i suoi amori impacciati, il suo desiderio di farcela nonostante la morte improvvisa del padre e la ricomparsa perturbante di una madre ancora irrisolta, sono il vero legato che Joe ha lasciato al fratello. Con il figlio, gli ha fatto dono di una responsabilità, anche se nulla e nessuno potrà compensare la perdita delle tre bambine bruciate. Lee non si sente all’altezza del compito di tutore al quale lo ha chiamato il fratello maggiore. Non riesce a credersi di nuovo capace di assolvere alle responsabilità di un capofamiglia. Ma quel ragazzo allampanato ed ironico è la sua ultima risorsa.
Lee comunica al ragazzo che con l’estate tornerà a Boston, da solo, e che Patrick potrà restarsene da un vecchio amico di famiglia, continuando ad occuparsi della barca e delle sue ragazze. Aggiunge però che nel nuovo piccolo appartamento bostoniano appena affittato metterà un divano-letto per consentire a Patrick di fargli visita. Per consentire a sé stesso di provare ancora un affetto, di darsi uno scopo, facendo breccia nel proprio dolore.







Da Manchester by the Sea

23 INT. JOE CHANDLER’S HOSPITAL ROOM. DAY. 23

JOE CHANDLER, Lee’s older brother by five years, is lying in the hospital bed. There’s a close resemblance between them.

ELISE, Joe’s wife, the same age as Joe, pretty, anxious and high-strung - stands near to STANLEY CHANDLER - Lee and Joe’s father, 70s. He sits in one chair. LEE sits in another.

They are all listening to DR BETHENY, 30s. She is small, intense, very serious and focused and level-headed, but thoroughly well-meaning and decent. The bed area is curtained off from the other patients in the room.

DR BETHENY The disease is commonly referred to as congestive heart failure -

ELISE Oh my God!

DR BETHENY Are you familiar with it?

ELISE No…!

JOE Then what are you sayin’ “Oh my God” for?

ELISE Because what is it?

JOE She’s tryin’ to explain it to us, honey. I’m sorry, Dr Beth… uh… right. Betheny.

JOE I’m sorry. I can never get it.

DR BETHENY (CONT’D) Don’t worry about it. Not a problem.

STAN So, you were saying, Dr Beth.

JOE It’s Dr Betheny, Dad.

LEE Dr Betheny, Daddy, Try to get it right…

ELISE It’s a comedy routine! *

JOE STAN Would you let her tell it? Elise, please…

ELISE (CONT’D) Oh my God: When am I gonna put one foot right?

JOE Honey, for Christ’s sakes!

ELISE How about a hint?

Stanley takes Elise’s hand and holds onto it.

STAN Elise… Sweetheart… Let’s just let her explain the situation to us…

LEE Daddy…

STAN What? She’s fine. We’re all upset. We’re all gonna listen, then we’re gonna ask everything we wanna ask, and then we’re gonna figure out what do to, together. Right?

JOE Right.

24 INT. WAITING ROOM. DAY - SIMULTANEOUS

PATRICK CHANDLER, 7, is watching TV, with an 18 YEAR-OLD BABYSITTER. Two WOMEN VISITORS are chatting as he watches. 

DR BETHENY (V.O.) It’s a gradual deterioration of the muscles of the heart. It’s usually associated with older people, but in rarer cases it will occur in a younger person…

25 INT. HOSPITAL - JOE’S ROOM. CONTINUOUS

DR BETHENY… Some people can live as long as fifty or sixty years with just an occasional attack. But most people suffer periodic episodes, like the one you had on Monday, which mimic the symptoms of a heart attack and which further weaken the muscle. They can put you out of commission for a week, two weeks.

(MORE)

DR BETHENY (CONT’D) And you’ll need to be hospitalized so we can monitor your heart, because the risk of cardiac arrest is elevated for a week or two.

ELISE Oh my God.

STAN (Pats her hand)

OK… OK…

DR BETHENY But in between these episodes, most people feel perfectly healthy and you can basically live a normal life.

JOE So… What do you mean that some people live as long as fifty or sixty years? You mean total? Or from when they’re diagnosed with this, or what?

DR BETHENY Total.
Everyone is stunned into silence, even Elise.

DR BETHENY (CONT’D) For approximately eighty percent of patients your age the most common statistical life expectancy is five years or less.

Elise grips Stan’s hand. Lee looks at the floor.

JOE Wow.

DR BETHENY But the statistics vary widely, and they’re just statistics. You’re not a statistic, you’re just one person, and we don’t know what’s going to happen to you yet. But it’s not a good disease.

JOE What’s a good disease?

DR BETHENY Poison Ivy.

Manchester by the sea: statistiche al posto dell’empatia di Marco Bobbio

Non è facile comunicare cattive notizie. Eppure nessuno si pone il problema di insegnarlo ai professionisti della sanità, come se bastasse saper impugnare un bisturi, interpretare una radiografia, prescrivere un farmaco per essere bravi medici. Quando i pazienti devono affrontare una decisione che riguarda il proprio destino si aspettano di essere accompagnati e non di essere abbandonati; vorrebbero essere trattati con empatia senza essere messi di fronte a una scelta imposta né a una intricata mole di dati. Paul Kalanithi è un giovane neurochirurgo. Dopo aver comunicato per anni ai pazienti cattive notizie si ritrova nella spiacevole situazione di riceverne una, quando gli viene diagnosticato un tumore al polmone in fase avanzata con la prospettiva di pochi mesi di vita: «A quel punto ho capito una regola fondamentale. Le statistiche dettagliate vanno bene per le aule di ricerca, non per le stanze d’ospedale […]. La scienza potrà anche essere il modo più efficace per organizzare i dati empirici e riproducibili, ma questo suo potere scaturisce dall’incapacità di cogliere gli aspetti fondamentali della vita umana: speranza, paura, amore, odio, bellezza, invidia, onore, debolezza, impegno, sofferenza, virtù»1. Anche Pierdante Piccino è un medico e anche lui si accorge di quanto i colleghi manchino di umanità solo quando si trova nella condizione di paziente; ha avuto un trauma cranico in un incidente d’auto e, dopo alcune ore di coma, si sveglia scoprendo con angoscia di aver perso la memoria dei 12 anni precedenti. Non riconosce il proprio viso, ritrova la moglie invecchiata e i figli adolescenti. Anche lui riflette sulla sua condizione di paziente e considera che «è più importante l’empatia dell’acqua, del cibo, delle medicine» e sul fatto che si era sempre considerato un bravo medico perché tecnicamente preparato, ma non si era mai accorto che la sua rigidità e l’assenza di empatia lo avessero reso un medico mediocre2.




Nel film Manchester by the Sea (2016), di Kenneth Lonergan, il dottor Bethney, interpretato da Ruibo Qian, rappresenta in modo esemplare il medico-scienziato incapace di mettersi in relazione con il paziente. Il dottor Bethney si reca nella stanza di un ammalato, attorniato da alcuni parenti, per spiegare il motivo del ricovero. Non si preoccupa di cosa sappia il paziente, di come affronta la vita, della sua sensibilità o, come dice Kalanithy, delle sue «speranze, paure, debolezze, sofferenze, virtù…». Affronta l’argomento comunicando la diagnosi: «lei soffre di uno scompenso cardiaco». La definizione scientifica, che ha un significato preciso per i medici, può invece spalancare fantasie diverse e imprevedibili in persone ignare. Il dottor Bethney affronta i dubbi e le angosce espresse dagli astanti, entrando nei dettagli: «Si tratta di un peggioramento graduale del muscolo cardiaco. Di solito avviene nelle persone anziane, ma in rari casi anche in persone più giovani. Dopo un primo attacco alcuni pazienti possono vivere fino a 50 o 60 anni. Molti soffrono di episodi ricorrenti simili a un infarto, come quello che ha avuto lunedì scorso, che indeboliscono il cuore e possono metterla fuori gioco per una o due settimane. Per circa l’80% dei pazienti della sua età l’aspettativa media di sopravvivenza è di 5 anni o meno, ma le statistiche possono variare e non possiamo sapere cosa succederà a lei. Non è comunque una bella malattia». In pochi secondi il dottor Bethney ha emesso una sentenza di morte, lenta ma prossima, non introdotta dal contradditorio di un pubblico dibattimento.

I medici non si rendono conto che l’elencazione di statistiche e probabilità, spesso adottata per “aiutare” i pazienti a scegliere, tende a frastornare più che a spiegare. L’uso dei numeri oggettiva la comunicazione, ma esclude la componente emotiva di entrambi, impedendo al paziente di esporre liberamente i propri dubbi e le proprie angosce e ostacolando una relazione fiduciaria che invece dovrebbe costituire la base di un proficuo incontro terapeutico.

Non è facile comunicare cattive notizie, ma proprio per questo è indispensabile che i professionisti della sanità imparino ad aiutare i pazienti, invece di escluderli, evitando di emettere verdetti inappellabili e di sciorinare dati statistici che si riferiscono a un inesistente paziente medio. Il primo passo però consiste nel comprendere che in ogni colloquio così delicato entrano in gioco le emotività di entrambi; solo quando un medico si rende conto che le proprie fragilità emotive condizionano i momenti cruciali della vita dei pazienti che cura sarà in grado di affrontare un colloquio delicato con l’umiltà di chi vuole aiutare e non imporre.

Bibliografia

1. Kalanithi P. Quando il respiro si fa aria. Milano: Mondadori, 2016.

2. Piccioni P, Sapegno P. Meno dodici. Milano: Mondadori, 2016.