Area Abbonati
LoginPassword
DOI 10.1701/2896.29198 Scarica il PDF (199,5 kb)
Recenti Prog Med 2018;109(4):255-256



Cinema e medicina

a cura di Luciano De Fiore

Hostiles

A sé stesso. Intanto, l’uomo è ostile a sé medesimo. Alle parti indigeste di sé, a quanto di sé stesso non gli è familiare, gli fa problema, lo perturba. Da Freud in poi, lo ha dimostrato una vasta pubblicistica psicoanalitica e scientifica. Se poi l’altro è fuori da noi; se è violento, se non parla la nostra lingua e non accetta le nostre regole, allora l’ostilità può tramutarsi in odio e ripulsa. Ed è quel che avviene al Capitano del neonato esercito statunitense Joseph Blocker (Christian Bale) nel film Hostiles, di Scott Gordon (2018). Il Presidente degli Stati Uniti in persona, attraverso il comandante del forte presso cui presta servizio, lo incarica di riportare a casa il vecchio capo Cheyenne Falco Giallo (Wes Studi) e la sua famiglia dopo lunghissimi anni di detenzione e di stenti. Dovrà risalire, a cavallo, dal New Messico fino al Montana dove i Cheyenne avevano i loro pascoli, prima dell’invasione dei bianchi. Per di più, poco dopo aver lasciato il forte, non potrà non raccogliere e aggregare alla spedizione una giovane donna, Rosalie (la biondissima Rosamund Pike), sola sopravvissuta al massacro della sua famiglia ad opera di una banda Comanche, come narrato nel terrificante prologo del film.







Lasciamo da parte la lettura più piana del film: la riproposizione, piuttosto asciutta, di un episodio dell’epopea fondativa degli Stati Uniti che da una mescolanza forzata e forzosa di razze, appetiti, brutalità hanno tirato fuori una nazione, per quanto dilacerata e ancor oggi violenta in tante sue espressioni. Il film narra anche lo snasarsi reciprocamente tra bianchi e nativi, il conoscersi reciproco, lo scoprirsi accomunati da sentimenti di maternità, figliolanza, onore. Ma Hostiles si lascia guardare anche per seguire l’evoluzione di un altro sentimento: l’odio che stringe in una morsa in apparenza, agli inizi, irredimibile il Capitano Blocker e Falco Giallo. Il quale ultimo, oltretutto, ha un tumore in stadio avanzato ai polmoni, da quel che i sintomi lasciano intendere. I due si sono affrontati a lungo in una lotta mortale, alla quale pone termine solo la malattia del capo pellerossa. Malattia che costringe adesso il bianco a scortarlo, a costo della vita propria e dei suoi uomini in uno sforzo apparentemente insensato. Se Blocker accetta, è solo perché minacciato di corte marziale. E, al fondo, perché i due si sono affrontati e riconosciuti: simili nella violenza, nella sopraffazione, nello sterminio dei cari dell’altro. Sono della stessa pasta. Il loro è il conflitto originario, primigenio tra chi ha avuto i natali in una terra che per questo sente legittimamente propria, e l’altro che è venuto dopo e che per farla propria ha dovuto lottare, annientare, distruggere la diversità dell’altro: un conflitto primario tra due culture, per quanto non simmetriche, certamente sbilanciate in quanto a mezzi e disponibilità.

Il vero altro, l’alterità insuperabile è rappresentata nel film piuttosto dai Comanche. Nemici dei bianchi e degli altri pellerossa, abilissimi ladri di bestiame e di cavalli, i Comanche non costituivano una vera e propria nazione indiana, ma un insieme di gruppi o bande. Cacciati a più riprese dai loro territori originari, si erano portati sempre più a sud-ovest, fino al New Mexico e al Messico. Sono loro, per quasi tutto il film, ad incarnare il Male che quindi, invece di esser estirpato o curato dalla comprensione reciproca tra bianchi e nativi, transita in qualcun altro e persiste. Nel corso del lungo e periglioso viaggio, Blocker impara a rispettare sempre di più lo spirito e i valori dei Cheyenne che sta scortando, fino a riservare gli onori che si devono ai defunti quando, infine, giunto nelle sue terre del nord, Falco Giallo muore. Lì, però, il Male si appalesa nuovamente. E stavolta ad incarnarlo sono dei coloni bianchi, irrispettosi di qualsiasi diritto dei pellerossa e anche dell’autorità statuale del Capitano Blocker. La risoluzione, cruenta, del conflitto può passare solo per l’eliminazione del due, del diverso, dell’altro. Mentre Rosalie, la donna, si assimila, maternamente, il più giovane ragazzino Cheyenne, tra gli adulti il conflitto resta letale: se non si riconosce il diritto, non resta che la voce dei revolver.




Hostiles verrà ricordato per l’aver proposto nuovamente e in modo originale un tema già presente nell’immaginario hollywoodiano: quello del nativo malato di cancro, destinato quindi ad una morte prematura, che deve essere accompagnato nella terra nativa dalla compassione di cui si mostra capace un’anima resa più larga dal confronto con l’altro, come quella di Blocker. Già in The Sunchaser (“Verso il sole”, di Michael Cimino), uno dei rari oncologi sullo schermo, interpretato da Woody Harrelson, accompagnava un giovanissimo guerriero Navajo, malato terminale, a morire sulle montagne sacre del Colorado. Anche nel film di Cimino il dottor Reynolds, medico di successo, scopriva qualcosa di più prezioso della sua professione grazie al rapporto col giovanissimo malato pellerossa. Sia Reynolds, sia Blocker sono dei veri e propri caregiver: aiutano e conducono con tutta la dignità possibile il malato, anche lungo il più impervio dei sentieri, quello che conduce alla morte.

Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |  ISSN online: 2038-1840