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DOI 10.1701/2955.29704 Scarica il PDF (146,5 kb)
Recenti Prog Med 2018;109(7):369-370



Mercato.
Il ricorso alla medicina è un segnale di fallimento

Giorgio Bert1

1Medico, studioso di medicina narrativa. Istituto CHANGE, Torino.

Pervenuto il 2 luglio 2018.

Riassunto. Mercato è una parola ambivalente. Pensando al mercato globale, immaginiamo flussi di merci e denaro trasferiti da un continente all’altro. Diversamente, chi ha la fortuna di poter fare acquisti in un mercato locale sa cosa significa avere l’opportunità di incontrare altri residenti del quartiere, i produttori di frutta e verdura, i venditori ambulanti e condividere con loro sentimenti, aspettative, gioie e preoccupazioni. Il mercato locale è quindi un posto prezioso per coloro che vogliono capire quanto siano importanti la salute e le malattie nella vita delle persone. Ci si chiede quali siano i benefici del cibo o i rischi di una dieta squilibrata. Allo stesso modo, al mercato condividiamo la preoccupazione per lo stato di salute o per una diagnosi o un intervento imminente. Se il medico andasse al mercato, potrebbe rendersi conto dei rischi della medicalizzazione, forse scoprendo che la maggior parte dei pazienti sono persone sane che ignorano di esserlo.

Market. Recours to medicine is a sign of failure.

Summary. Market is an ambivalent word. Thinking of the global market, we imagine flows of goods and money moved from one continent to another. Otherwise, those lucky enough to be able to shop in a local market know what it means to have the opportunity to meet other residents of the neighborhood, the producers of fruit and vegetables, the street vendors and share with them feelings, expectations, joys and concerns. The local market is therefore a precious place for those who want to understand how important health and disease are in people’s lives. One wonders about the benefits of food or the risks of an unbalanced diet. Likewise, we share the concern for one’s state of health or for an imminent diagnosis or intervention. If the doctor went to the market, he might realize the risks of medicalization, perhaps discovering that most patients are healthy people who ignore it.

No, non alludo al mercato dando al termine il significato che gli danno gli economisti: qui sto parlando proprio di “mercato” nel senso di quel luogo dove si vendono e si comprano verdura, frutta, pesce… Cosa c’entra il mercato con la medicina? C’entra, eccome: è anzi uno dei luoghi che uno studente, ma anche un medico, dovrebbe frequentare con regolarità, munito magari di registratore. Ascoltate le narrazioni, le chiacchiere che le o i clienti scambiano tra loro o con i commercianti: noterete che una vasta maggioranza di esse riguarda la salute o meglio la malattia: “Mia suocera è di nuovo in ospedale, la operano domani”. “Mio marito i pomodori proprio non li digerisce”. “Vorrei un formaggio magro, sono a dieta”. “Quel dolore è aumentato ancora e il dottore non capisce”. “Mi hanno sbagliato la cura”. “Ha provato a prendere la tal cosa?” “Secondo me è il fegato…”.

Al mercato si scambiano diagnosi, prescrizioni, consigli, diete; al mercato si impara e si insegna come gestire ogni tipo di malessere, debitamente trasformato in malattia con la sua brava diagnosi e il farmaco più efficace. Al mercato si danno giudizi su medici, specialisti, ospedali con annesso Pronto soccorso, liste d’attesa, trucchi per evitarle. Al mercato si apprende cosa è meglio dire e non dire al medico: “Io prendo un rimedio omeopatico ma al dottore mica lo dico, si arrabbierebbe di quel tanto…”. “Quella medicina mi fa malissimo, ma quando l’ho detto al mio medico mi ha sgridato, così non la prendo e basta…”.

È questa la voce della vita, che nell’ambulatorio medico risuona di rado, spesso sovrastata dalla voce della medicina. È al mercato, o comunque fuori, nel mondo, che si può scoprire cosa significano per le persone salute e malattia. È lì fuori che si scopre, spesso con sorpresa, che abbiamo contribuito a medicalizzare la vita intera; a convincere i cittadini che la salute è un problema medico; a dare a ogni minimo disagio un nome, la diagnosi, che lo trasforma in malattia curabile con uno o più farmaci. In tal modo siamo riusciti a rendere filosofia corrente ciò che asseriva il protagonista di un testo teatrale degli anni Venti, il dottor Knock: “Non esistono persone sane: un sano è un malato che non sa di esserlo”.

Quello che all’epoca sembrava ironico è oggi convinzione condivisa. Girando tra le bancarelle (e magari comprando qualcosa anche noi…), scopriamo che la “norma” è avere una o più malattie, che richiedono esami, controlli periodici, farmaci… Capita perfino che qualche dubbio venga anche a noi: “Non sarà che ho trascurato troppo quel dolorino epigastrico? O quella modesta dispnea da sforzo?” (Noi medici diciamo così: “epigastrico”, “dispnea”).




Oggi dovremmo invece insegnare (e imparare) l’opposto di quanto sosteneva il dottor Knock: dovremmo cioè affermare che “La maggior parte dei malati sono persone sane che ignorano di esserlo”. Operazione non facile, sia perché anche tra i medici ci sono molti Knock, sia perché la medicina sembra essere diventata uno strumento necessario per combattere le nostre arcaiche paure: la paura di ammalarsi, di diventare disabili o dementi, di morire…

Si dimentica così che la salute si promuove e si difende principalmente a livello ambientale, sociale, di stili di vita. Il ricorso alla medicina è l’ultimo miglio: è in fondo un segnale di fallimento.

Conflitto di interessi: l’autore dichiara l’assenza di conflitto di interessi.

Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |  ISSN online: 2038-1840