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Recenti Prog Med 2019;110(9):436-437



Un ricordo di Giuseppe Lixia

dalla “stanza dei somari”

Porto Canale, Cagliari:
qualcosa è mutato per sempre nella mia vita

Giuseppe Lixia è morto da pochissimo tempo, il febbraio 2019, e non amava raccontare molto di sé. Un giorno però volle raccontare a un gruppo di amici come era mutata la sua vita nel febbraio 2011 e prima di lasciarci scrisse anche un breve testo che adesso fa parte di una raccolta di testimonianze: ”Mille colori di umanità”1, scritto a più mani da numerosi operatori impegnati nell’assistenza sanitaria ai migranti. Il testo di Giuseppe ha per titolo soltanto una indicazione geografica: “Porto Canale, Cagliari”. Leggendo e rileggendo il suo pezzo, che è il filo conduttore di tutto il libro, per alcuni giorni di agosto ho scritto e riscritto questo ricordo, cercando di riflettere su quello che mi ha regalato il suo modo di interpretare la vita. So che non posso abusare della pazienza del lettore, così ho scelto una delle tante versioni di questo suo ricordo, lo stesso che ho condiviso con la sua dolcissima famiglia e i suoi amici più cari.

Giuseppe Lixia era una persona straordinariamente mite e aveva un modo del tutto particolare di raccontare: sobrio, riservato, attento a non dire una parola di troppo. Poi c’erano inconfondibili altre cose che sono rimaste nella mia memoria: la sua caratteristica cadenza sarda e i rumori assordanti del suo microfono al momento in cui si collegava in meeting online nella comune stanza virtuale dove discutevamo i “nostri casi clinici”, tra pari, in una specie di gruppo di supporto collettivo alla quotidianità del nostro lavoro.

Il suo microfono, per motivi che sono rimasti sempre oscuri, era fatto così: all’ingresso ragliava e poi si acquietava. Paolo lo prendeva sempre in giro, imitava la sua cadenza e gli asini sardi del suo microfono. Ridevamo da matti, come dei bambini. Lui ovviamente più di tutti. E quando finalmente la sua telecamera, sempre posizionata ad angoli impossibili, riusciva a inquadrare un pezzo qualsiasi del suo corpo, noi facevamo festa ragliando tutti insieme.

Era il momento di tornare seri e di cominciare la riunione. L’asinello sardo naturalmente era divenuto il nostro simbolo perché non c’era problema che eravamo in grado di affrontare senza studiare insieme e quasi tutto fin dall’inizio. Eravamo un gruppo di somari, sempre di più ben consapevoli di esserlo.

Non riesco a ricordare per quanti anni ho discusso insieme a Giuseppe in questo modo. Tanti, davvero tanti e poi quella stanza virtuale pian piano non siamo più riusciti ad aprirla. Per mille motivi, ma il più importante è perché ci mancavano gli asini. Giuseppe cominciava a raccontare quasi sempre con una perifrasi diversa, ma il cui significato era sempre lo stesso: “scusate, ma è un problema che non conoscevo e ho appena cominciato a studiarlo”. La stessa perifrasi la troverete sotto altra forma a un certo punto nel suo testo. Immancabile.

Vi dicevo della nostra incapacità di riaprire quella stanza virtuale. Non ci abbiamo ragionato molto e ognuno di noi si sarà fatta una ragione diversa, tento io di esprimerla per la prima volta: per ricordare davvero Giuseppe dovevamo scegliere come rinascere e cercare una nostra nuova strada, qualcosa è mutato per sempre nelle nostre vite.

Un giorno Giuseppe in uno dei tanti momenti (sempre troppo pochi) in cui riuscivamo a vederci di presenza mi raccontò l’episodio di cui parla nella sua breve testimonianza. Era lo stesso Giuseppe di sempre, pacato, sobrio, senza una parola di troppo, ma notai qualcosa di diverso dal solito nel suo volto. Scoprii dopo che era l’espressione che aveva quando di un problema faceva l’analisi costi benefici, da un punto di vista particolare però: l’etica dei comportamenti.

Quella stessa espressione la trovai nel suo volto quando dovetti combattere una vera battaglia per convincerlo della necessità di una macchina decente per la parenterale di cui aveva bisogno: “tutto quel denaro solo per la mia vita?”. Ero furioso con lui. Lo odiai per la sua attenzione agli “sprechi” su di sé.

La sua vita e il modo con cui viveva il suo credo religioso non posso raccontarlo perché tradirei la sua proverbiale riservatezza. Era una persona che ha fatto tanto per gli altri in ogni momento della sua vita. E anche dopo. E sempre in modo straordinariamente terreno. Lo penso continuamente, e sento l’imbarazzo del suo modo di essere schivo mentre scrivo soltanto queste poche parole su di lui.

Il suo testo si può leggere in tanti modi: rileggetelo più volte e li scoprirete tutti. In un modo è possibile toccare la semplicità, in un altro è possibile toccare quello strano involucro che è in noi e che non ha confini fisici definiti, in un altro ancora spinge verso l’indignazione vera: quella che ti scuote e non ti fa proferire parola. L’indignazione di assistere a quel contrasto tra quello che si vede nella scena e le parole dedicate alle persone che hai di fronte.

Se riuscirete a leggere davvero tutto questo… qualcosa sarà mutato per sempre nelle vostre vite e questa sarà una nuova vita. Ve l’avrà donata Giuseppe solo in tre paginette, tre pagine di semplicità e senza effetti speciali. Un uomo che è rinato decine di volte nella sua vita sempre al servizio di una sola causa, la solidarietà umana, e che adesso continua a rinascere in noi che sentiamo finalmente vicina la sua “modesta” umanità.

Salvo Fedele

Bibliografia

1. Tilocca S (a cura di). Mille colori di umanità. Racconti di immigrazione. Sassari: Carlo Delfino Editore, 2019.

Il Pensiero Scientifico Editore
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