TY  -  JOUR
AU  -  Milano, Gianna
T1  -  Raccontare la scienza.Rischi, opportunità e nuovi strumenti del comunicare
PY  -  2019
Y1  -  2019-01-01
DO  -  10.1701/3089.30817
JO  -  Recenti Progressi in Medicina
JA  -  Recenti Prog Med
VL  -  110
IS  -  1
SP  -  11
EP  -  17
PB  -  Il Pensiero Scientifico Editore
SN  -  2038-1840
Y2  -  2026/04/19
UR  -  http://dx.doi.org/10.1701/3089.30817
N2  -  Il New York Times ha di recente festeggiato con un numero speciale i quarant’anni della sua storica “Science section”. Un’occasione per riflettere sullo stato dell’arte del giornalismo scientifico. In Italia dopo aver visto fiorire negli anni ’70 e ’80 gli inserti dedicati alla scienza, negli ultimi tempi i maggiori settimanali e diversi quotidiani hanno deciso – salvo rare eccezioni – di eliminarli. Restano per lo più gli inserti della salute. Come si spiega questa tendenza? Eppure la scienza continua a permeare la nostra cultura, dal cinema, ai libri, alla pubblicità, alla televisione. E numerosi sono in Italia i master e i corsi universitari che preparano giovani laureati alla comunicazione della scienza. Paradossalmente, nelle redazioni la presenza di giornalisti scientifici si è via via diradata e capita sempre più spesso che a scrivere di scienza siano giornalisti “generalisti”. Colpa della crisi dell’editoria e dell’ingresso nel circuito dell’informazione di massa di internet? Di certo l’interazione fra i protagonisti dell’informazione scientifica (pubblico, giornalisti, ricercatori) è diventata più complessa e più problematica. A partire dagli anni ’80 è andato via via sfumandosi il confine tra istituzioni accademiche e business ed è nata la scienza cosiddetta imprenditoriale. La ricerca scientifica diventa strumentale al perseguimento di obiettivi personali e commerciali, e il conflitto di interessi sempre più pervasivo, perché sempre più labile la linea di demarcazione tra scienza e business. L’ansia di comunicare da parte degli scienziati, di rendere pubblico ciò che la ricerca va scoprendo, è pressante e parte integrante del loro “lavoro”. Ci sono scienziati la cui carriera è integrata con il sistema mediatico. Storie di competizione sfrenata (basta pensare alla guerra tra Francia/Usa per accaparrarsi le royalities del test sul sangue per l’Aids) e storie di frodi (negli ultimi dieci anni il numero degli articoli ritrattati dai giornali scientifici si è decuplicato rispetto ai dieci anni precedenti e la frode riguarda il 60 per cento di queste ritrattazioni) hanno finito per avere un effetto corrosivo sull’immagine intoccabile della scienza. Fare del buon giornalismo scientifico, che tenga conto del contesto in cui oggi si muove la ricerca, richiede consapevolezza e rigore etico. Vale per tutte le modalità espressive, dalla carta stampata alla comunicazione online. E non solo per i “science writer”, ma per tutti coloro che producono informazione.
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