TY  -  JOUR
AU  -  Saitto, Carlo
T1  -  Il racconto della malattia e la malattia come racconto
PY  -  2023
Y1  -  2023-02-01
DO  -  10.1701/3966.39447
JO  -  Recenti Progressi in Medicina
JA  -  Recenti Prog Med
VL  -  114
IS  -  2
SP  -  82
EP  -  85
PB  -  Il Pensiero Scientifico Editore
SN  -  2038-1840
Y2  -  2026/05/02
UR  -  http://dx.doi.org/10.1701/3966.39447
N2  -  La pratica della medicina è una cosa diversa dalla conoscenza dei meccanismi delle malattie e non può prescindere dalla relazione con il malato. Non è una novità, se è vero che già nel 1927 – quando la medicina iniziava a ricevere un impulso straordinario dalla tecnologia – Francis Peabody sottolineava l’importanza di considerare il paziente «al centro della sua casa, del suo lavoro, delle sue relazioni, dei suoi amici, delle sue gioie e delle sue amarezze, delle sue speranze e dei suoi timori». Negli stessi anni, le riflessioni di Virginia Woolf giungevano a conclusioni simili ma capovolgendo il punto di osservazione. Per parlare della malattia, Peabody e Woolf si concentrano sulla persona: ambedue ne valorizzano la natura storica e la dimensione sociale. Il primo però parla della persona per raccontare la malattia, la seconda parla della malattia per raccontare della persona. Una conversazione immaginaria che ancora oggi è utile per riflettere sull’incapacità della medicina di entrare in sintonia con l’individualità dei pazienti, di prestare attenzione alle dimensioni affettive e culturali della malattia e della cura, di andare incontro a un paziente frastornato dalla frammentazione delle risposte e dagli eccessi di specialismo di cui non comprende la logica, di prevenire efficacemente gli errori e, soprattutto, di ammetterli quando accadono. Allo sviluppo di queste capacità può contribuire la costruzione coerente e rigorosa di un’abilità a raccontare, una competenza essenziale per realizzare nella cura quegli obiettivi di umanizzazione e di ricchezza delle relazioni che appaiono così spesso aleatori e irraggiungibili.
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