Riassunto. Premessa. A sette anni dalla sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale, che ha depenalizzato a determinate condizioni il suicidio medicalmente assistito (Sma), il persistere di un vuoto normativo ha generato significative incertezze giuridiche. In questo scenario, la Società italiana di cure palliative (Sicp) ha formalizzato, attraverso un documento ufficiale, l’esclusione del medico palliativista da un coinvolgimento diretto nella procedura attuativa di Sma. Il timore principale della Sicp è che l’associazione del Sma alle cure palliative (CP) possa comprometterne l’identità pubblica, allontanando quei malati che, pur potendo beneficiare di un percorso di palliazione, non intendono considerare l’opzione del suicidio assistito. Contenuto. Il presente articolo esamina criticamente il rapporto tra medicina, CP e Sma nel contesto italiano. La presa di posizione della Sicp viene inquadrata nella più ampia crisi del paradigma della medicina moderna, prevalentemente incentrato sulla cura a scapito di un approccio olistico centrato sulla persona. Le CP, al contrario, incarnano un radicale cambiamento di prospettiva, facendosi carico della natura multidimensionale della sofferenza (fisica, psicologica, sociale) e ponendo lo sviluppo dell’autodeterminazione del malato a proprio irrinunciabile fondamento. Scopo. Nell’articolo si sviluppa una critica a tale posizione, argomentando che, nel distanziarsi formalmente dallo Sma, le CP rischiano di: 1) contraddire la propria missione fondativa, regredendo al ruolo ancillare storicamente assegnatole dalla medicina tradizionale; 2) abbracciare una visione corporativistica della propria funzione professionale; 3) rinunciare a sfidare il dominante modello medico prestazionale ed economicista opponendo come alternativa la propria cultura; 4) rafforzare lo stigma culturale che circonda il morire e la morte autodeterminata, venendo meno così al proprio mandato primario di promozione dell’autonomia del malato. Conclusioni. Anziché concepire CP e Sma come mutuamente esclusivi, l’accompagnamento del malato nel percorso di Sma dovrebbe essere interpretato come l’espressione più compiuta di una pratica medica compassionevole, che onora fino in fondo i valori e le scelte più intime della persona. La sfida cruciale, dunque, non è di ordine meramente procedurale, bensì profondamente culturale. Essa impone il superamento di un modello di medicina tecnocratico e orientato al profitto e la necessità di confrontarsi con la tendenza sociale a negare la morte. L’obiettivo ultimo deve consistere nel garantire a ogni malato un supporto continuo e integrale lungo l’intera traiettoria della malattia, nel pieno e incondizionato rispetto delle sue volontà, preferenze e decisioni individuali.