In questo numero

Sull’ultimo numero dell’anno, è consuetudine che la rivista ringrazi i revisori che hanno contribuito nel corso dei mesi precedenti a filtrare gli articoli pervenuti alla rivista. Lo facciamo anche noi: la disponibilità, la competenza e il tempo dei referee sono davvero preziosi.

Per omaggiare il loro lavoro e per spiegarne la complessità abbiamo pensato di riportare il parere di uno di loro a commento di un articolo che possiamo leggere in questo numero (pagina 718).

“Tra gli autori-non-autori dell’articolo ci sarebbe una serie di esperti – scriveva il referee – che hanno contribuito alla revisione degli statement e alla stesura pur non figurando come co-autori, nonché una medical writer nominata per la ‘scrittura medica’ e un’agenzia che avrebbe svolto ‘lavoro editoriale e di coordinamento nei rapporti tra board e sponsor’. Nonostante questo sforzo di trasparenza, restano zone grigie decisive: chi ha scritto materialmente la prima bozza? Chi ha svolto l’analisi critica dei dati? Chi ha deciso l’impostazione dei temi considerati e quali parti del testo sono state modificate su indicazione dello sponsor?”

L’articolo è stato infine accolto per la pubblicazione, perché è stato ritenuto comunque interessante conoscere il punto di vista delle firme su un argomento considerato rilevante per i nostri lettori. 

Uno degli auspici per il prossimo anno è registrare una maggiore trasparenza nella authorship degli articoli ricevuti. È esattamente questo il punto su cui insiste la CRediT Taxonomy: non basta un elenco di nomi sotto il titolo e un paragrafo di ringraziamenti generici; occorre attribuire in modo esplicito e standardizzato le diverse fasi del lavoro (conceptualization, methodology, writing – original draft, writing – review & editing, supervision, funding acquisition, ecc.), collegandole a persone fisiche identificabili. Senza questo livello di dettaglio, la distinzione tra authorship e semplice contributorship rimane opaca e l’assunzione di responsabilità scientifica si fa sfumata.

Colpisce, in questo senso, il paradosso del dibattito attuale: ci si interroga molto sull’opportunità di usare o meno i large language models per scrivere un articolo scientifico, mentre si continua a considerare quasi “naturale” delegare a un’agenzia di medical communication la preparazione del manoscritto che poi verrà firmato da altri. Il rischio non è solo quello del ghostwriting in senso stretto, ma di una progressiva esternalizzazione dei processi cognitivi e argomentativi del paper, con gli autori ridotti a validare un testo prodotto altrove.




Affidarsi a competenze editoriali specializzate può essere legittimo e persino auspicabile, soprattutto in contesti complessi e multidisciplinari. Ma perché questo sia eticamente accettabile, devono essere chiari almeno tre elementi: chi ha avuto l’iniziativa scientifica e la proprietà intellettuale del lavoro; chi ha redatto le diverse versioni del manoscritto; quale grado di influenza ha avuto lo sponsor – diretto o mediato dall’agenzia – sui contenuti finali. La CRediT Taxonomy offre un quadro praticabile per farlo, ma la sua applicazione resta ancora episodica.

La comunità scientifica non ha ancora interiorizzato fino in fondo i principi di trasparenza nella paternità degli articoli. Finché il ruolo delle agenzie resterà confinato a formule generiche come “lavoro editoriale” e non verrà tradotto in contributi esplicitamente classificati e attribuiti, l’autorship continuerà a essere, almeno in parte, una costruzione simbolica più che un resoconto fedele del lavoro realmente svolto.