“Il professore ebreo perseguitato due volte”

a cura di Domenico Ribatti




Bene ha fatto Pierluigi Battista, giornalista di razza, a dedicare il suo ultimo libro alla figura dell’anatomico Tullio Terni. Terni era nato il 21 gennaio 1888 a Livorno. Studente del corso di laurea in medicina e chirurgia dell’Università di Firenze, fu allievo interno dell’Istituto di anatomia umana diretto da Giulio Chiarugi, autore di un fortunato “Trattato di anatomia umana”. A Firenze, Terni conobbe Giuseppe Levi (1872-1965), divenendone allievo e stretto collaboratore. Nel 1910, dopo la laurea, seguì Levi all’Università di Sassari; nel 1915 fu con lui all’Università di Palermo, e, infine, nel 1919, all’Università di Torino. Secondo il premio Nobel Rita Levi Montalcini, che pure di Levi fu allieva e che lo conobbe a Torino, «Terni era di statura media, di costituzione delicata, con un viso bello e regolare dai tratti tipicamente semiti. Vestiva con ricercatezza e il monocolo incastrato sotto l’arcata sopraccigliare destra accentuava l’eleganza ottocentesca della sua figura sottile. […] Terni aveva una profonda ed estesa cultura e una passione per l’arte e la letteratura che si manifestava anche nel corso di brevi conversazioni. Queste erano scintillanti, piene di brio, alla Proust. Malgrado la sua ottima produzione scientifica che Levi apprezzava molto, veniva spontaneo pensare che il suo ingegno così brillante e versatile fosse più adatto per le arti figurative o umanistiche che per la strada che aveva scelto».

Nel 1922, Terni aderì al fascismo. Nel 1938, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali, fu allontanato dall’insegnamento ed espulso dalle accademie scientifiche di cui era membro. Nel dicembre 1941, Terni si stabilì a Firenze con la moglie Mary Sforni, dalla quale ebbe due figli, Maurizio e Rachele; si nascose in seguito nella campagna toscana, nel villaggio di Tutignano. Alla caduta del fascismo, l’Accademia dei Lincei, che era stata soppressa da Benito Mussolini nel 1939, decise di ricostituirsi e istituì una commissione di epurazione presieduta da Benedetto Croce e della quale fu chiamato a fare parte Levi. La commissione ritenne che Terni, insieme ad altri 35 membri, dovesse essere epurato, sulla base della sua adesione al fascismo e del suo sostegno al regime («Fervente fascista, ha commesso atti di viltà allo scopo di conservare la tessera quando la legge razziale lo aveva radiato»).

Il 25 aprile 1946, Terni si tolse la vita a Firenze, ingoiando il contenuto di una fialetta di cianuro che si era procurato per sé e per i suoi cari ai tempi dell’invasione nazista, con il proposito di un suicidio collettivo qualora fossero caduti nelle mani delle SS. Verosimilmente, l’epurazione fu l’elemento scatenante di una situazione depressiva.

Battista scrive nelle pagine conclusive del suo saggio: «La vicenda di Tullio Terni è una storia che parla di noi. Che forse parla troppo di noi. Di noi italiani. Di noi come comunità e delle scelte dei singoli. Delle nostre colpe e dei nostri silenzi. Delle nostre omertà. Della nostra memoria selettiva. Del nostro manipolare la storia e la stessa vita passata a seconda delle convenienze. Delle nostre complicità. Delle nostre viltà, perché no. Della nostra faciloneria e superficialità manichea con cui leggiamo il passato. Della nostra inclinazione a trasformare il passato in arma di propaganda. Del fascismo, dell’antifascismo, dei chiaroscuri, della cecità volontaria di fronte alla semplice evidenza dei fatti, delle biografie aggiustate. Della salvezza e della condanna».

Tutto vero, un libro da leggere per imparare dal passato e non dimenticare.