In questo numero

Queste pagine aprono l’ottantesimo anno di Recenti Progressi in Medicina, essendo il primo numero uscito nell’ottobre del 1946. La Repubblica italiana era nata da meno di quattro mesi in una fase storica segnata da episodi tragici – il primo ottobre di quell’anno fu emessa la sentenza del processo di Norimberga contro i dirigenti del partito nazista – ma ricca di grandi speranze. I primi non mancano neanche oggi, le seconde – le speranze – sta a ciascuno cercarle ed eventualmente trovarle.

“Stiamo azzerando ottant’anni di azioni sì, imperfette, ma pur sempre tese alla pace e alla cura” ha scritto sul proprio blog su Substack il medico di pronto soccorso Fabio De Iaco a inizio gennaio. Nel suo post ha ripreso le parole di Jonathan Safran Foer che, in un’intervista a la Repubblica, ha detto: “Quando il potere diventa performance perde il legame con la cura: le morti smettono di essere tragedie e diventano punti di dibattito”. “Parla proprio di cura, che dovrebbe essere il vero obiettivo delle politiche e dei governi” ha commentato De Iaco. “E non è la cura che, da medico, posso tentare io, ma qualcosa di ben superiore.”

Altra lettura riportata da De Iaco, quella di una conversazione di Andrea Malaguti con Gustavo Zagrebelsky sempre pubblicata su un altro quotidiano, La Stampa: “Possiamo sperare nella rivolta della Terra. Verrà il momento. Non crede?” chiede il giurista. E Malaguti: “Oggi non tanto”. E chiude, Zagrebelsky, con una sola parola: “Oggi”. Come dire: e domani? Non dobbiamo cedere al pessimismo realista che pure sarebbe così giustificato, nota De Iaco.

La resistenza etica auspicata da Safran Foer, il disarmo etico augurato da Zagrebelsky sottolineano l’esistenza di una speranza che non nasce dall’inconsapevolezza, ma dalla capacità di coltivare fiducia grazie a una diversa lettura del mondo.

Da una parte le note di De Iaco ci ricordano – semmai fosse ancora necessario – l’importanza della scrittura, delle note che possiamo tracciare su un taccuino prendendo un caffè al bar e guardandoci intorno, dall’altra svelano la possibilità di un dialogo tra la cura del mondo e la cura del malato. Questo non può non interessare la nostra rivista che nei decenni della propria storia ha sempre cercato un equilibrio tra la componente clinica della professione del medico e quella umana, propria del vivere da medico. Ne sono una testimonianza l’editoriale di Sandro Spinsanti (pagina 7), dedicato a un argomento di stretta attualità, e l’osservatorio di Giampaolo Collecchia (pagina 10), che approfondisce con garbo e misura alcuni degli aspetti che ancora caratterizzano la relazione tra il curante e il cittadino nell’ambulatorio o nello studio della medicina generale.