In questo numero

L’intelligenza artificiale (IA) è diventata il tema del giorno in medicina e in politica sanitaria. Non si tratta di un’impressione passeggera, ma di una realtà che attraversa ogni ambito della pratica clinica, della ricerca biomedica e dell’organizzazione sanitaria. Ne è prova la panoramica offerta da Salvatore Corrao nel suo recente volume “Curare con ‘intelligenza’. L’intelligenza artificiale tra sapere medico e decisione umana”, che Salvatore Di Rosa e Antonino Mazzone recensiscono in questo numero (p. 106) con particolare attenzione al rapporto tra tecnologia e dimensione umana della cura.

Come sottolineano i recensori, Corrao mostra con rigore che l’IA non sostituisce il medico: lo affianca, ampliandone la capacità di leggere dati complessi, riconoscere pattern diagnostici, prevedere rischi clinici e gestire l’incertezza. Il volume propone il concetto di “medicina aumentata”: una sinergia tra intelligenza naturale e artificiale, nella quale l’algori­tmo genera ipotesi e pattern, mentre il medico mantiene la responsabilità decisionale. E qui emerge una consapevolezza fondamentale: l’IA è un mezzo, uno strumento. Il rapporto medico-paziente senza il calore umano, senza la comunicazione non solo verbale, gli sguardi, il linguaggio del corpo, diventa un limite nella capacità di cura.

Nella sezione “Dalla letteratura” viene commentata una notizia particolarmente significativa sull’uso dell’IA nella produzione scientifica (p. 68). Due studi trasversali pubblicati su JAMA hanno analizzato le submission arrivate rispettivamente a 13 riviste del JAMA Network e a 49 riviste del BMJ Group, rilevando che l’IA è sempre più usata nella preparazione di manoscritti scientifici, ma non tutti gli utilizzatori dichiarano l’impiego. I dati mostrano una prevalenza di dichiarazione d’uso pari al 3,3% e al 5,7%, con incremento progressivo. La finalità più frequente risulta il perfezionamento linguistico, seguito dall’analisi dei dati. Come hanno commentato gli editor di JAMA, i dati confermano un incremento progressivo ma nascondono una mancata trasparenza. Questo scenario richiederà che editor, publisher e istituzioni elaborino linee guida più dettagliate per preservare trasparenza e integrità della ricerca.

Gli editoriali di questo numero affrontano l’IA da prospettive complementari. Eugenio Santoro (p. 73) punta il dito su un aspetto ancora trascurato: la sostenibilità ambientale. Nel suo contributo “È possibile immaginare un’intelligenza artificiale sostenibile?” analizza il paradosso dell’IA: può essere contemporaneamente parte della soluzione e del problema ambientale. Se da una parte l’IA migliora le previsioni climatiche, ottimizza l’agricoltura e rende le città più sostenibili, dall’altra introduce costi ambientali associati all’elevato consumo di energia e acqua, alla limitata disponibilità di materie prime per i data center. Santoro propone di passare dalla Red AI, molto energivora, alla Green AI, basata su modelli più leggeri alimentati da fonti rinnovabili, sottolineando che la sfida sarà governare l’IA con una visione che tenga insieme innovazione e sostenibilità.

Davide Bennato, nel suo editoriale “Sulle spalle dei chatbot: scrittura accademica e intelligenza artificiale” (p. 77), propone un approccio pragmatico che consideri i chatbot come collaboratori artificiali piuttosto che strumenti per aggirare le difficoltà della produzione scientifica. Nella scrittura accademica l’IA può assistere le sezioni routinarie del paper mantenendo sotto controllo umano gli aspetti metodologici e bibliografici, che rappresentano il cuore della validità scientifica. Affronta il potenziale “impigrimento cognitivo” attraverso la metafora hegeliana servo-padrone: ogni tecnologia che incorpora competenze umane si sostituisce a esse, ma genera nuove competenze. Nel mondo ipertrofico della produzione testuale contemporanea, i chatbot possono fungere da guide per navigare la complessità informativa. «Che male c’è se ci facciamo aiutare dai chatbot come fossero novelli Virgilio?» si chiede Bennato, concludendo: «Tanto sappiamo che ci potranno accompagnare solo fino al purgatorio, perché per ascendere al paradiso non basta la ragione umana. Serve altro».

Viene da notare, con una certa ironia, come siamo molto diffidenti nei riguardi dell’IA quando si tratta di affidarle compiti intellettuali, diagnostici o terapeutici. Esigiamo trasparenza, dichiarazioni d’uso, limiti chiari, responsabilità umane. Ma, stranamente, tutti i timori finiscono quando si tratta di utilizzarla per questioni più intime e personali. Lo spiega proprio Davide Bennato in un libro recente, “Amanti sintetici”. Un paradosso che meriterebbe una riflessione a parte.

La convergenza di questi contributi – dalla recensione del libro di Corrao alle analisi degli editoriali, dalle evidenze sulla sottodichiarazione dell’uso dell’IA nelle riviste scientifiche fino alle questioni di sostenibilità ambientale – disegna un quadro complesso ma coerente: l’IA è già parte integrante del nostro presente medico e scientifico. La sfida non è più decidere se accoglierla o respingerla, ma imparare a governarla con competenza, trasparenza e consapevolezza etica, senza mai perdere di vista che la cura resta un atto profondamente umano, che richiede presenza, ascolto e quella capacità di inter legere – leggere tra le cose, scoprire relazioni e interconnessioni – che nessuna IA, per quanto sofisticata, potrà mai sostituire completamente.