In questo numero

Nonostante la molteplicità degli argomenti affrontati nelle pagine di questo fascicolo, non è difficile trovare i fili rossi che collegano una riflessione all’altra. A unirle, in fondo, è una domanda comune: a chi appartiene la cura? Chi ne garantisce l’accesso, chi la finanzia, chi ne definisce i confini – e chi, invece, la ostacola o la nega?

Il tema che si impone con maggiore urgenza è quello dei conflitti e delle loro conseguenze sui sistemi sanitari. La guerra, in tutte le sue forme – aperta o economica, militare o amministrativa – è nemica della salute. Lo dimostrano le pagine di questo numero con una documentazione puntuale e drammatica. La rubrica Dalla letteratura (pagina 250) apre con un’analisi delle realtà di contesti geograficamente e politicamente distanti ma accomunati dalla stessa dinamica: la disintegrazione dell’assistenza sanitaria come effetto diretto o collaterale di scelte politiche. A Cuba – paese che ha costruito nel corso di decenni un sistema sanitario riconosciuto a livello internazionale – l’inasprimento dell’embargo statunitense e il blocco delle forniture energetiche venezuelane hanno prodotto una situazione drammatica. È proprio per questo che Recenti Progressi in Medicina, insieme ad altre riviste scientifiche italiane, ha diffuso una lettera aperta (pagina 257) indirizzata alla Presidente del Consiglio e al Ministro della Salute, chiedendo che l’Italia – debitrice verso Cuba per il sostegno ricevuto durante la pandemia e per il lavoro dei medici cubani in Calabria – non resti silenziosa.

A questa evidenza se ne aggiunge un’altra, altrettanto preoccupante. Uno studio pubblicato su Lancet Global Health e commentato sempre in Dalla letteratura (pagina 251) stima che i tagli all’aiuto pubblico allo sviluppo potrebbero causare fino a 22,6 milioni di morti evitabili entro il 2030, un dato paragonabile, per ordine di grandezza, all’impatto della pandemia da Covid-19. Non si tratta di proiezioni astratte: dal 2024, tutti i principali donatori internazionali, con la sola eccezione del Giappone, hanno ridotto i propri contributi. Questo defunding globale della salute rimanda, per analogia, a un problema interno al sistema italiano: le difficoltà strutturali della ricerca clinica indipendente, analizzate da Celeste Cagnazzo e Franca Fagioli (pagina 266). Il nuovo decreto ministeriale del 2021 ha aperto possibilità prima precluse ma le criticità applicative restano numerose: mancanza di criteri chiari per la valorizzazione economica, incertezze sul trattamento dei dati personali in conformità con il GDPR, oneri burocratici sproporzionati per i promotori non profit, disallineamento con il quadro europeo. Il rischio reale è che le opportunità offerte dalla norma rimangano in larga parte inespresse e che, anche qui, l’innovazione promessa si trasformi in un’occasione mancata.

Di ricerca indipendente ci sarebbe grande bisogno proprio in uno degli ambiti più controversi della farmacologia clinica contemporanea: la cannabis terapeutica. Michele Antonelli, Davide Donelli e Fabio Firenzuoli (pagina 261) analizzano con rigore il disallineamento tra le potenzialità cliniche e la qualità delle evidenze disponibili, i limiti metodologici di una parte significativa della letteratura, la confusione persistente tra uso ricreativo e uso medicinale, l’assenza di linee guida operative chiare. Il risultato è un quadro in cui l’appropriatezza prescrittiva e l’equità di accesso alle cure restano obiettivi ancora lontani, ostacolati da una normativa datata e da una frammentazione territoriale che produce disuguaglianze concrete tra pazienti.

Chiude questo numero il ricordo di Carlo Petrini (pagina 299), fondatore di Arcigola e di Slow Food, scomparso il 21 maggio 2026 a 76 anni. Pur provenendo da un mondo apparentemente lontano dalla medicina, Petrini ha parlato con chiarezza di temi che ci riguardano: lo spreco come sintomo di un’ideologia prima ancora che di un’abitudine, la sobrietà come valore, la giustizia come condizione dell’accesso equo ai beni comuni. La sua lezione vale per chi si occupa di informazione biomedica almeno quanto vale per chi produce e consuma cibo. «Chi semina utopia raccoglie realtà», amava ripetere. È un’eredità che anche la medicina, e chi la racconta, non può permettersi di ignorare.