Dalla letteratura

Conflitti geopolitici e collasso sanitario: le realtà di Cuba, Venezuela, Gaza e Iran

I sistemi sanitari contemporanei sono sempre più messi alla prova dagli shock geopolitici che stiamo vivendo e, anche quando sono stati costruiti su decenni di investimenti e competenze, possono entrare in crisi irreversibile di fronte alle guerre. L’evidenza empirica proveniente da contesti geograficamente e politicamente distanti – Cuba, Venezuela, Gaza e Iran – mostra dinamiche comuni nella disintegrazione dell’assistenza sanitaria, con conseguenze particolarmente gravi per i pazienti oncologici e cronici, e per le fasce vulnerabili della popolazione.

Il sistema sanitario cubano, storicamente riconosciuto come modello di cooperazione internazionale con 8,4 medici ogni 1.000 abitanti contro i 2,6 degli Stati Uniti, versa oggi in uno stato di collasso documentato. L’inasprimento dell’embargo economico e il blocco delle forniture energetiche venezuelane dal gennaio 2026 hanno imposto blackout energetici fino a venti ore giornaliere negli ospedali, rendendo impossibili le normali attività chirurgiche e alimentando liste di attesa impressionanti.

La sopravvivenza nei tumori infantili è scesa dall’80% al 65% e, restando nell’ambito pediatrico, oltre 300 interventi chirurgici a settimana sono compromessi per la carenza di farmaci, ossigeno e anestetici.

I farmaci essenziali, incluso il paracetamolo, sono scomparsi dalle farmacie statali e sopravvivono solo sul mercato parallelo a prezzi inaccessibili.

Per questo, un editoriale pubblicato congiuntamente su Recenti Progressi in Medicina1, Epidemiologia e Prevenzione e Ricerca & Pratica ha lanciato un appello unendosi a chi da tempo invita la comunità sanitaria internazionale a rompere il silenzio chiedendo la sospensione immediata delle misure di embargo contro Cuba, la creazione di un corridoio umanitario garantito per l’accesso sicuro delle organizzazioni internazionali, il riconoscimento formale che le sanzioni economiche che impediscono l’accesso alle cure costituiscono una violazione dei principi fondamentali del diritto alla salute, il sostegno concreto a medici e operatori sanitari cubani che continuano a lavorare in condizioni estreme.

Gli attacchi militari statunitensi nel Venezuela del 3 gennaio 2026, culminati con la cattura del presidente Nicolás Maduro, hanno rappresentato uno shock profondo per un sistema sanitario già al collasso. La spesa sanitaria pubblica era già scesa all’1,7% del Pil nel 2018, ben al di sotto della media latinoamericana del 4% e lontana dal 6% raccomandato dall’Oms, e nel marzo 2020 oltre metà dei letti ospedalieri pubblici erano già inoperativi.

La crisi ha causato il ritorno della malaria con quasi un milione di casi annui, il riemergere di morbillo e difterite, e 2,4 milioni di bambini vulnerabili a malattie prevenibili con vaccini. Il costo del paniere alimentare di base ha raggiunto i 539 dollari, circa mille volte il salario minimo, con il 94,5% delle famiglie in stato di povertà secondo l’indagine ENCOVI (Encuesta Nacional de Condiciones de Vida) – la più importante e autorevole ricerca statistica indipendente sulle condizioni socio-economiche in Venezuela – del 20212.

Il definanziamento del sistema sanitario, unito all’instabilità politica, ha generato un esodo massiccio della popolazione venezuelana, che non ha risparmiato medici e operatori sanitari: oltre 24.000 medici hanno lasciato il paese nel 2018, lasciando le strutture in cronica carenza di personale, parte di un’emigrazione totale di oltre 7 milioni di venezuelani.

Gli attacchi militari e la militarizzazione dei servizi pubblici conseguente all’aggressione americana hanno ulteriormente paralizzato le operazioni umanitarie, restringendo la libertà di movimento e ritardando l’accesso ai medicinali con un acuirsi della morbilità prevenibile e della mortalità.

A Gaza il sistema sanitario non sta più semplicemente “collassando”, ma viene sistematicamente smantellato. I dati dell’Oms e di Medici Senza Frontiere tra il 2024 e il 2026 delineano un quadro che possiamo senza mezzi termini definire disumano per la sua gravità3.

I continui attacchi al personale e le strutture umanitarie (oltre 500 sono quelli documentati fino a oggi) hanno fatto sì che solo 18 dei 36 ospedali inizialmente esistenti siano rimasti in parte funzionanti, spesso senza anestetici o acqua pulita. Sulla base di dati del Ministero della salute palestinese, confermati dall’Oms, solo 564 degli oltre 11.000 pazienti oncologici sono stati evacuati all’estero per cure mediche e la chiusura, a metà maggio 2024, dell’European Gaza Hospital, principale centro di riferimento oncologico per i governatorati meridionali, ha aggravato la situazione, con oltre il 70% dei farmaci oncologici attualmente esauriti.




Il sovraffollamento nei campi profughi (il 90% della popolazione è sfollata) ha causato un’esplosione di malattie infettive. I casi di diarrea acuta sono aumentati di 36 volte e l’epatite A ha registrato picchi senza precedenti a causa del consumo di acqua contaminata.

In assenza di analgesici e antibiotici appropriati, i medici sono spesso costretti a eseguire amputazioni salvavita su bambini che, in condizioni normali, avrebbero potuto conservare l’arto. Si è creata a Gaza la più grande coorte al mondo di bambini amputati per ferite di guerra in un singolo conflitto.

Sempre sulla base di dati Oms, a Gaza una gravidanza su tre è ad alto rischio e i neonati prematuri o sottopeso rappresentano ora il 60-70% dei nuovi nati, rispetto al 20% di quanto accadeva precedentemente all’attacco israeliano.

L’oncologia è spesso la prima disciplina a risentire della “guerra indiretta” o delle sanzioni, poiché richiede una continuità terapeutica fatta di tempi e sequenze cliniche non comprimibili. L’Iran si trovava già prima del recente conflitto in una fase di crescita del carico oncologico, essendo passato dai circa 112.000 nuovi casi del 2016 ai circa 160.000 del 2025, con un incremento superiore al 40%. Questa nuova realtà si scontra con la fragilità dei percorsi diagnostico-terapeutici in atto nel paese e con la rottura delle filiere assistenziali, che trasformano i pazienti oncologici in una delle prime vittime del conflitto: la sospensione delle chemioterapie endovenose e l’impossibilità di garantire il follow-up determinano infatti un eccesso di mortalità evitabile in tempi di pace. Anche la radioterapia risulta particolarmente vulnerabile, richiedendo infrastrutture ad alta tecnologia, continuità energetica e personale altamente qualificato.

La situazione è aggravata dall’insicurezza nella quale si trovano a lavorare gli operatori. Il direttore generale dell’Oms ha espresso profonda preoccupazione per le segnalazioni di personale sanitario aggredito o arrestato mentre prestava soccorso in Iran. Quando gli ospedali cessano di essere luoghi protetti e diventano spazi di vulnerabilità, il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini si incrina, minando le basi della salute pubblica4.

L’analisi qui proposta evidenzia alcuni aspetti ricorrenti nel deterioramento dei sistemi sanitari in contesti di crisi, che possiamo riassumere in questi quattro punti:

1. interruzione delle filiere di approvvigionamento: farmaci essenziali, ossigeno, dispositivi medici diventano indisponibili o accessibili solo tramite mercati paralleli;

2. collasso infrastrutturale: blackout energetici prolungati, distruzione o inattività di strutture ospedaliere, impossibilità di mantenere catene del freddo per farmaci e vaccini;

3. esodo del personale sanitario: l’emigrazione di medici e infermieri qualificati lascia i sistemi gravemente sottodimensionati;

4. vulnerabilità oncologica: i pazienti oncologici rappresentano l’indicatore più sensibile del collasso, richiedendo una continuità diagnostico-terapeutica incomprimibile.




Le conseguenze di questa situazione non sono immediate ma si manifestano attraverso diagnosi tardive, trattamenti incompleti e mortalità evitabile, che emerge nei registri epidemiologici anni dopo la fine dei conflitti. Le istituzioni sanitarie internazionali devono riconoscere che non solo le guerre ma anche le sanzioni economiche che impediscono l’accesso alle cure costituiscono una violazione della deontologia medica e del diritto umanitario, indipendentemente dalle valutazioni sui regimi politici coinvolti. Sono necessari corridoi umanitari protetti, il ripristino delle infrastrutture elettriche e idriche negli ospedali e una protezione reale per il personale sanitario, così da permettere di ricostruire la sovranità sanitaria in questi territori e garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali.

Ogni giorno di silenzio delle istituzioni scientifiche ha un costo che si misura, inesorabilmente, in vite umane.

Bibliografia

1. Epidemiologia & Prevenzione, Recenti progressi in medicina – Forward, Ricerca & Pratica. Cuba: il collasso di un sistema sanitario. Un appello alla comunità medica e alle istituzioni internazionali. Recenti Prog Med 2026; 117: 167-8.

2. Marzouk S, Nasari A, Trujillo A, Spiegel PB, Anonymous. Venezuela’s health system: when force meets fragility. Lancet 2026; 407: 740-3.

3. Who. Hostilities in the occupied Palestinian territory (oPt). Public Health Situation Analysis (PHSA). Who 2025; 11 novembre. Disponibile su: https://short.do/q3X9VG [ultimo accesso 22 maggio 2026].

4. De Fiore L. Guerra e oncologia in Iran: le conseguenze plausibili sulla popolazione. Oncoinfo.it 2026; 9 marzo. Disponibile su: https://short.do/rLpg49 [ultimo accesso 22 maggio 2026].

Mara Losi

in collaborazione con careonline.it

I tagli all’aiuto pubblico allo sviluppo (Oda) causeranno un aumento della mortalità

Uno studio pubblicato su Lancet Global Health ha documentato che livelli elevati di aiuto pubblico allo sviluppo (official development assistance – ODA; in italiano APS) sono stati associati a una riduzione del 23% della mortalità per tutte le cause, che aumenta fino al 39% nel caso di bambini sotto i cinque anni1. Se l’analisi condotta tra il 2002 e il 2021 su dati provenienti da 93 Paesi a basso e medio reddito restituisce risultati incoraggianti, lo sguardo al futuro resta accompagnato da una certa preoccupazione. Lo studio in oggetto suggerisce che i tagli ai finanziamenti saranno associati a un aumento della mortalità, con una stima fino a 22,6 milioni di decessi evitabili entro il 2030. Lo studio è coordinato da Davide Rasella, Andrea Ferreira da Silva e Rodrigo Volmir Rezende Anderle della Federal University of Bahia (Brasile).

L’Oda rappresenta la principale fonte di finanziamento esterno per i Paesi meno sviluppati, e copre interventi in sanità, istruzione, nutrizione e patrimonio idrico, igiene, infrastrutture e aiuti umanitari. Nel 2023 ha superato i 250 miliardi di dollari, con Usa, Germania, Giappone, Francia e Regno Unito che congiuntamente hanno coperto il 70% dei finanziamenti totali. Tuttavia, dal 2024 tutti i principali donatori, fatta eccezione per il Giappone, hanno ridotto i propri contributi, in quello che gli autori e le autrici definiscono il primo declino coordinato in quasi tre decenni. Lo smantellamento di Usaid, avvenuto nel luglio 2025 con una riduzione annunciata dell’83% dei programmi, ha accelerato una crisi sistemica del finanziamento umanitario e allo sviluppo, che ora coinvolge anche i Paesi europei e il Regno Unito.

Lo studio ha combinato una valutazione retrospettiva d’impatto (2002-2021) e un’analisi previsionale fino al 2030, su un panel longitudinale di 93 Paesi a basso e medio reddito, rappresentativi di 6,3 miliardi di persone. La variabile di esposizione era il finanziamento Oda pro capite suddiviso in quartili. Livelli elevati di Oda pro capite sono stati associati a riduzioni significative della mortalità per tutte le principali cause infettive: del 70% per Hiv/Aids (rate ratio [RR] 0,30; 95% CI 0,24-0,39), del 56% per la malaria (RR 0,44; 0,35-0,56), del 56% a causa di carenze nutrizionali (0,44; 0,30-0,65), del 54% per le malattie tropicali neglette (0,46; 0,36-0,59). Sono state mostrate riduzioni significative anche per le malattie diarroiche, per le infezioni respiratorie inferiori e per la mortalità materna, rispettivamente del 55% (0,45; 0,33-0,61), 42% (0,58; 0,47-0,71) e 30% (0,70; 0,57-0,86). Gli effetti sono risultati più marcati nelle donne (-27%) che negli uomini (-23%).




Le proiezioni hanno simulato scenari alternativi rispetto al mantenimento dei livelli Oda del 2023. Nello scenario di defunding severo il modello stima 22,6 milioni di morti evitabili (95% IC 16,3-29,3) entro il 2030, di cui 5,4 milioni in bambini sotto i cinque anni (4,1-6,8). Nello scenario di defunding lieve (riduzione annua del 10,6% dal 2026 al 2030), il più coerente con le tendenze recenti, le morti stimate sono 9,4 milioni (6,2-12,6) di cui 2,5 bambini (1,8-3,2).

Secondo gli autori e le autrici, un defunding severo e rapido dell’Oda potrebbe produrre un numero di morti globali paragonabile a quello della pandemia da Covid-19, invertendo tre decenni di progressi in salute globale, istruzione e riduzione della povertà nei Paesi più vulnerabili.

Bibliografia

1. Ferreira da Silva A, Rezende Anderle RV, Barreix Sibils G, et al. Impact of two decades of humanitarian and development assistance and the projected mortality consequences of current defunding to 2030: retrospective evaluation and forecasting analysis. Lancet Glob Health 2026; 14: e690-e701.

Andrea Calignano

in collaborazione con inmedicina.it

Intelligenza artificiale per l’adjudication dei MACE nei trial cardiovascolari? Lo studio Auto-MACE

La crescente complessità dei trial cardiovascolari randomizzati – con procedure più onerose, molteplici endpoint e frequenti emendamenti di protocollo – sta rendendo sempre più costosa e lenta la produzione di evidenze robuste. In questo contesto, l’adjudication centralizzata degli endpoint “hard” tramite clinical events committee (Cec) resta uno snodo cruciale per la validità dei risultati, ma anche un importante driver di costi e tempi. Un nuovo studio, pubblicato di recente sul JACC, propone ora un sistema di intelligenza artificiale in grado di automatizzare, almeno in parte, l’adjudication dei Mace (morte cardiovascolare, infarto miocardico non fatale, ictus non fatale), con l’obiettivo di ridurre il carico di lavoro senza alterare l’interpretazione clinica del trial1.

Il modello, denominato Auto-Mace, è stato progettato come pipeline a doppio componente: un large language model “reasoning-oriented” (OpenAI o1-mini) impiegato per la decisione primaria di adjudication sulla base di definizioni standardizzate (Scti), e un secondo modello (Clinical Longformer) addestrato su eventi già adjudicati per stimare la “confidenza” e intercettare i casi borderline, destinandoli alla revisione umana. I dossier clinici, originariamente in Pdf, sono stati convertiti in testo tramite Ocr, eliminando documenti non pertinenti alla cura clinica; moduli a caselle e alcune tabelle – difficili da estrarre in modo affidabile – non sono stati inclusi nel flusso destinato ai modelli. Lo sviluppo ha utilizzato oltre 4.000 eventi adjudicati provenienti da più trial globali (2014-2022), mentre la validazione esterna è stata condotta nel trial PARADISE-MI, che confrontava sacubitril/valsartan vs ramipril in 5.661 pazienti post-infarto con disfunzione sistolica e/o congestione polmonare.

Nel set di validazione, Auto-Mace ha fornito un verdetto “confidente” nel 69% dei decessi (315/455), nel 46% dei potenziali infarti (301/659) e nell’81% dei potenziali ictus (136/167). Nella sola quota “confidente”, la concordanza con il Cec è risultata molto elevata: 97% per la morte cardiovascolare (κ 0,88), 89% per l’infarto (κ 0,78) e 88% per l’ictus (κ 0,49), con una sensibilità particolarmente alta per l’ictus ma una specificità più bassa (40%), segnalando un rischio di falsi positivi soprattutto quando la documentazione è ambigua o contiene esiti pregressi. Considerando tutti gli eventi (inclusi gli “incerti”), l’accordo scende a 86% per morte cardiovascolare, 76% per infarto e 84% per ictus. Cruciale per trialist e clinici, l’endpoint composito ha restituito stime di efficacia sovrapponibili: HR 0,91 (IC95% 0,78-1,07) con Auto-Mace vs HR 0,90 (IC95% 0,77-1,05) con adjudication Cec, pur con un diverso numero di eventi identificati.

I due editoriali che accompagnano lo studio inquadrano questi risultati come un possibile cambio di paradigma, ma invitano a cautela2,3. Da un lato, viene sottolineato che strumenti di questo tipo potrebbero incidere su una voce di costo non marginale e accelerare soprattutto i trial event-driven, purché l’efficienza non comprometta l’integrità dell’esito; dall’altro, resta aperta la questione della soglia di supervisione umana necessaria e della governance del ciclo di vita del modello, inclusi monitoraggio di drift e qualità/provenienza dei dati, in un ecosistema in cui anche i documenti clinici potrebbero diventare sempre più “AI-generated”. In questa lettura, il valore pratico più immediato non è la sostituzione del Cec, ma un’implementazione ibrida: l’AI come primo livello, con revisione umana mirata sui casi “incerti”, simile a quanto avviene quando due adjudicator umani discordano.

In sintesi, Auto-Mace dimostra che l’adjudication automatizzata dei Mace può raggiungere un’elevata concordanza con il Cec nelle situazioni in cui il sistema si dichiara “confidente”, mantenendo pressoché invariata la stima dell’effetto di trattamento. Rimangono limiti sostanziali – soprattutto legati a Ocr, dati tabellari/immagini (biomarcatori, Ecg), gestione di eventi pregressi e generalizzabilità oltre un singolo trial di validazione – che rendono prematura qualsiasi estensione “end-to-end”. La direzione indicata è quella di trial più scalabili e rapidi, ma con criteri condivisi (anche regolatori) per prestazioni minime accettabili, auditing e trasparenza, per evitare che l’efficienza si trasformi in una nuova fonte di bias o incertezza.




Bibliografia

1. Marti-Castellote PM, Badrouchi S, Claggett B, et al. Using artificial intelligence to adjudicate major adverse cardiovascular events in clinical trials. J Am Coll Cardiol 2026; 87: 1856-66.

2. Dhruva SS, Curtis LH, Califf RM. Artificial intelligence to propel evidence generation. J Am Coll Cardiol 2026; 87: 1867-69.

3. Luo Y. Cardiovascular endpoint adjudication in clinical trials: a proactive and collaborative AI approach. J Am Coll Cardiol 2026; 87: 1870-72.

Fabio Ambrosino

in collaborazione con cardioinfo.it

Interrompere la sorveglianza colonscopica dopo i 75 anni, anche nei pazienti con adenoma

Negli adulti di età pari o superiore a 75 anni, il rischio di morte per carcinoma del colon-retto (Crc) risulta nettamente inferiore rispetto a quello per altre cause, anche in presenza di un adenoma pregresso1. È quanto emerge da uno studio di coorte retrospettivo coordinato da Samir Gupta (University of California, San Diego) e pubblicato di recente su JAMA. Alla luce di questi dati, gli autori e le autrici ritengono ragionevole considerare l’interruzione della sorveglianza colonscopica dopo i 75 anni, anche nei pazienti con adenoma.

La premessa è che, negli anziani, la gestione dello screening e della sorveglianza del Crc rappresenta un nodo clinico rilevante. Sebbene il rischio oncologico aumenti con l’età e i tumori siano la seconda causa di mortalità tra gli anziani, a crescere è anche il peso delle comorbilità e della mortalità per cause non oncologiche. E ciò rende più complessa la valutazione del beneficio netto delle procedure di sorveglianza. Negli Stati Uniti, quasi il 75% degli adulti di età pari o superiore a 65 anni si è sottoposto ad almeno una colonscopia: il tasso medio di rilevamento degli adenomi è pari al 38%, con valori che possono raggiungere il 60%. Dopo la rimozione di un adenoma, la pratica clinica prevede generalmente l’avvio di programmi di sorveglianza endoscopica, finalizzati alla diagnosi precoce del carcinoma del colon-retto e alla prevenzione attraverso l’identificazione e l’asportazione di nuove lesioni.

Nei pazienti anziani, tuttavia, il beneficio della sorveglianza nel lungo termine rimane incerto e le attuali linee guida non forniscono indicazioni univoche sull’interruzione in base all’età o al grado di fragilità. Questa incertezza assume particolare rilevanza clinica alla luce dell’aumento dei rischi procedurali e legati alla sedazione con l’avanzare dell’età, oltre che dell’impatto in termini di risorse della procedura. Nonostante ciò, la sorveglianza del carcinoma colorettale continua a essere ampiamente praticata anche nei pazienti anziani, a prescindere dall’aspettativa di vita.

Lo studio ha incluso 91.952 veterani statunitensi (98% uomini, con età mediana al momento della colonscopia più recente di 71 anni) sottoposti a colonscopia prima dei 75 anni, suddivisi in base alla presenza (n= 25 538; 27,8%) o meno (n= 66 414; 72,2%) di adenoma. Dopo un follow-up di 10 anni, l’incidenza cumulativa di Crc è risultata dell’1,1% nei soggetti con adenoma rispetto allo 0,7% in quelli senza adenoma, mentre la mortalità specifica per Crc è stata, rispettivamente, dello 0,5% e dello 0,4%.

A fronte di questi valori, la mortalità per cause non correlate al Crc è risultata nettamente superiore, con un’incidenza compresa tra il 46,9% e il 48,4% a 10 anni, indipendentemente dalla presenza di adenoma. Quindi il rischio assoluto di eventi correlati al Crc sembra rimanere contenuto anche nei pazienti con adenoma, e viene ampiamente superato dal rischio di morte per altre cause, legate anche alla fragilità e alle comorbilità.

A questi risultati si aggiunge il commento di John Mandrola che, su Sensible Medicine, ha sottolineato come il dato per lui più rilevante sia il rapporto tra mortalità per Crc e mortalità per altre cause. Nello specifico, ha evidenziato che nei pazienti con adenoma il rischio di morte per cause non oncologiche è decine di volte superiore rispetto a quello di morte per Crc, mettendo in discussione il valore dello screening sistematico in popolazioni asintomatiche anziane. Infatti, tra i 25.000 pazienti con adenomi diagnosticati prima dei 75 anni, 45 sono deceduti per cancro del colon-retto nel decennio successivo, e 4.408 pazienti sono deceduti per altre cause.

Mandrola, cardiologo ed esperto nell’analisi critica degli studi clinici (Baptist Health di Louisville, Kentucky), ricordando i dati raccolti nello studio di Gupta et al.1 (0,5% il rischio a 10 anni di mortalità per carcinoma del colon-retto anche in presenza di adenoma contro il 48% per cause diverse) ha calcolato una probabilità circa 96 volte maggiore di mortalità per altre cause. Un divario che, nella sua lettura, ridimensiona il peso clinico della mortalità specifica per Crc in questa fascia di età.

Mandrola ha inoltre osservato che, con l’avanzare dell’età, potrebbe aumentare la probabilità complessiva di eventi fatali, elemento che potrebbe portare a ipotizzare un maggior beneficio dello screening nelle fasce più giovani. Ha quindi menzionato i dati dello studio NordICC, pubblicato sul New England Journal of Medicine, in cui nel braccio di controllo 157 soggetti su circa 56.000 sono deceduti per carcinoma colorettale (0,31% a 10 anni) rispetto a 6.079 decessi per tutte le cause (11%)2. Anche in questa popolazione più giovane (tra i 55 e i 64 anni), il rischio di morte per cause non correlate al Crc risultava quindi di gran lunga superiore, di circa 36 volte, con valori sovrapponibili nel gruppo sottoposto a screening.

Gupta et al., tornando alla classe di pazienti anziani, hanno concluso che, pur in presenza di un aumento relativo del rischio nei pazienti con adenoma, il rischio assoluto di Crc e di morte correlata rimane basso e deve essere interpretato nel contesto dei rischi competitivi. In questo scenario, la sorveglianza endoscopica potrebbe avere un beneficio limitato e dovrebbe essere valutata caso per caso, considerando lo stato di salute complessivo del paziente.




Bibliografia

1. Gupta S, Liu L, Demb J, et al. Colorectal Cancer and Mortality Risk Among Older Adults With vs Without Adenoma on Prior Colonoscopy. JAMA 2026; published online on April, 09.

2. Bretthauer M, Løberg M, Wieszczy P, et al.; NordICC Study Group. Effect of colonoscopy screening on risks of colorectal cancer and related death. N Engl J Med 2022; 387: 1547-56.

3. Mandrola J. The Hubris of Screening for Disease – Again. Sensible Medicine 2026; 20 aprile. Disponibile su: https://short.do/aEc-cr [ultimo accesso 22 maggio 2026].

Andrea Calignano

in collaborazione con gastroinfo.it