Salute mentale e Brain-Mind Capital: dimensioni socioeconomiche e prospettive di intervento

LUISA BROGONZOLI1, CINZIA NIOLU2*, LAURA VALENTINI3, ROSARIA IARDINO4

1Coordinatrice Centro Studi Fondazione The Bridge; 2Dipartimento di Medicina dei sistemi, Università di Roma Tor Vergata; 3Ricercatrice Centro Studi Fondazione The Bridge; 4Presidente Fondazione The Bridge.

*Supervisione scientifica.

Introduzione

Il concetto di salute mentale è molto ampio e variegato. In questo scritto assumiamo la definizione dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che la descrive come uno stato di benessere emotivo, psicologico e sociale che permette alle persone di realizzare il proprio potenziale, gestire lo stress normale della vita, lavorare con produttività e contribuire alla comunità.

Quindi, la salute mentale:

non è solo l’assenza di disturbi, ma un equilibrio dinamico che influenza pensieri, sentimenti e comportamenti;

è una componente intrinseca della salute generale (non c’è salute senza salute mentale);

è fondamentale per la qualità della vita.

Negli ultimi decenni la salute mentale è emersa come una delle principali sfide della sanità pubblica a livello globale. L’allarme fu già lanciato dall’OMS all’inizio degli anni 20001, quando divenne nota la previsione secondo cui oltre una persona su quattro sperimenta un disturbo mentale nel corso della vita, con impatti significativi sulla qualità della stessa, sulla partecipazione sociale e sulle performance lavorative. L’OMS ha poi recentemente evidenziato che oltre un miliardo di persone, pari a circa una su sette a livello globale2, convive attualmente con un disturbo mentale. Tali dati hanno registrato un significativo incremento durante e nel periodo successivo alla pandemia da Covid-19, con conseguenze particolarmente rilevanti tra le fasce più giovani della popolazione. Si consideri infine che le proiezioni epidemiologiche indicano un aumento considerevole delle patologie mentali, in particolare della depressionea,3, dell’Alzheimer e altre demenzeb,4 entro il 2030, trainato principalmente, da una parte, dall’invecchiamento della popolazione globale, da migliori strumenti di diagnosi e dall’aumento dell’aspettativa di vita, dall’altra da fattori come lo stress cronico, le incertezze economiche e dai cambiamenti negli stili di vita.

Questo scenario evidenzia la necessità di rafforzare i sistemi sanitari e le politiche di prevenzione per far fronte alla crescente domanda di cure.

Tradizionalmente, l’approccio sanitario si è concentrato sulla cura della malattia, intervenendo quando i disturbi erano già manifesti. Tuttavia, tale modello reattivo non solo si sta dimostrando insufficiente sia per ridurre la prevalenza dei disturbi mentali sia per limitare le conseguenze sociali e individuali associate ma, anche alla luce delle stime epidemiologiche riguardo il futuro di medio e lungo periodo, appare insostenibile dagli attuali sistemi sanitari.

Risulta pertanto necessario adottare un cambio di prospettiva nell’affrontare il tema della salute mentale. In questo contesto, i concetti di Brain-Mental Health e di Brain-Mind Capital si configurano come un quadro interpretativo innovativo, che integra salute cognitiva e sviluppo delle competenze, offrendo una chiave di lettura strategica e orientata alla prevenzione della fragilità mentale e trasformando la salute mentale da mero obiettivo sanitario a risorsa cruciale per lo sviluppo umano, la coesione sociale e la capacità di adattamento delle comunità.

Questo paper si propone di applicare tale approccio per analizzare la salute mentale esaminandone i determinanti sociali, i gruppi più vulnerabili, le strategie preventive lungo il ciclo di vita e il ruolo delle istituzioni nella promozione di benessere e resilienza. Infine, si discuteranno le applicazioni pratiche del paradigma del Brain-Mind Capital per guidare politiche sanitarie più efficaci, integrate e sostenibili.

Fragilità mentale: impatto sociale ed economico

Quante persone?

A livello mondiale, secondo le stime dell’OMS, quasi una persona su sette convive attualmente con un disturbo mentale; il numero aumenta considerando la prevalenza “lifetime” (ossia nel corso della vita) che indica un rapporto di una persona su quattroc,2,5.

A fronte di ciò, i dati disponibili segnalano però un profondo problema di accesso alle cure, con il 75% delle persone con psicosi che non ricevono servizi di salute mentale per effetto di fattori quali stigma, personale insufficiente, servizi frammentati e carenze in termini di ricerca e implementazione di nuove policy2.

Nel contesto italiano, circa 1 persona su 6 soffre di un disturbo mentale, e solamente un terzo di queste riceve un trattamento adeguato7.

Il disagio psicologico colpisce soprattutto la popolazione in età lavorativa (20-64), rappresentando quasi i due terzi dei casi totali7. Allo stesso tempo, si è registrato un aumento tra i giovani, in particolare a partire dal periodo segnato dal Covid-19 e dalle relative politiche di chiusure, con ansia e depressione come disturbi più diffusi (figura 1)2,6,7.

I dati epidemiologici sui disturbi mentali, per quanto già allarmanti, rappresentano verosimilmente una sottostima della reale entità del fenomeno. Questo avviene per una ragione strutturale: le stime di prevalenza si basano in larga misura sui dati di accesso ai servizi sanitari – ovvero sul numero di persone che ricevono una diagnosi o una presa in carico – e non sulla reale diffusione del disagio nella popolazione generale. Ne consegue che chi non arriva mai a un servizio, e quindi non viene contato, semplicemente non esiste nelle statistiche ufficiali.

Il percorso che porta una persona con una patologia o un disturbo mentale a ricevere una diagnosi e un trattamento è tutt’altro che lineare. In primo luogo, una quota di popolazione non arriva neppure alla diagnosi, per due principali ordini di motivi: culturale ed economico.

Purtroppo, permane nel nostro Paese una sorta di “barriera culturale” per cui il disagio viene vissuto in silenzio, attribuito a stanchezza, stress o debolezza caratteriale, oppure si manifesta attraverso sintomi fisici che orientano verso altri percorsi clinici. In questo caso, il disturbo mentale resta invisibile al sistema, non rilevato e non conteggiato.

Le ragioni di tipo economico sono evidenti: in molti sistemi sanitari (incluso quello italiano per alcune prestazioni) il costo del ticket per una visita psichiatrica o psicologica, o il costo diretto di uno psicologo privato – non rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN) –, rappresentano una barriera concreta. Chi ha risorse limitate semplicemente rinuncia, o rimanda fino a quando il disagio diventa insostenibile.

Una seconda quota di persone riceve una diagnosi ma non viene presa in carico, o lo è in modo inadeguato. Questo fenomeno – noto come “treatment gap” – è documentato su scala globale: l’OMS stima che il 75% delle persone con disturbi mentali nei paesi a basso e medio reddito non abbia accesso a cure appropriate, ma il problema riguarda anche i sistemi sanitari più avanzati. In Italia, si stima che circa 2 milioni di cittadini con disturbi mentali non siano intercettati dal SSN8.

Anche le cause del treatment gap sono molteplici e si alimentano reciprocamente. Lo stigma sociale e l’auto-stigmatizzazione scoraggiano la richiesta di aiuto, portando molte persone a ritardare o evitare del tutto il contatto con i servizi. La carenza di professionisti della salute mentale, la frammentazione dell’offerta territoriale e le lunghe liste d’attesa limitano la capacità del sistema di rispondere alla domanda anche quando questa si manifesta. I costi out-of-pocket e la distribuzione geograficamente diseguale dei servizi costituiscono barriere concrete, che penalizzano in misura maggiore chi vive in aree periferiche o in condizioni di svantaggio economico.

La conseguenza di tutto ciò è che le stime ufficiali di prevalenza – già preoccupanti – sono da considerare un limite inferiore del fenomeno reale. Le persone non diagnosticate e non trattate non sono soltanto un dato mancante nelle statistiche: sono individui che continuano a sperimentare sofferenza senza supporto, con un rischio più elevato di cronicizzazione, deterioramento funzionale e costi sociali e sanitari progressivamente crescenti nel tempo. Colmare il treatment gap non è quindi solo una scelta di equità, ma una condizione necessaria per costruire politiche di salute mentale fondate sull’entità reale del bisogno – e non sulla sua porzione visibile.

Infine, a questi numeri andrebbero aggiunti – sebbene con diversi gradi di proporzionalità – quelli dei caregiver e, in particolare, dei caregiver familiari9. Nel rapporto tra supporto e salute mentale, la famiglia riveste spesso un ruolo fondamentale, non solo nella parte di cura e sostegno diretto, ma anche nel fornire agli operatori informazioni utili per valutare la situazione e costruire un progetto terapeutico adeguato. Il ruolo del caregiver va ben oltre il semplice accompagnamento alle visite. Quando il caregiver è coinvolto attivamente nel percorso di cura: partecipa al programma di trattamento, vigila sulla corretta assunzione della terapia, prende parte a gruppi di auto-aiuto e a percorsi di psicoeducazione familiare, diventa a tutti gli effetti un fattore terapeutico. La sua presenza contribuisce concretamente ad aumentare l’aderenza alle cure, a ridurre il rischio di ricadute e a costruire intorno alla persona malata una rete di protezione contro la solitudine e lo stigma sociale10.

Tuttavia, questo coinvolgimento porta con sé un peso considerevole, tanto da essere stato definito con il termine “Caregiver Burden”11: prendersi cura di un familiare che vive con problemi mentali può generare un livello elevato di sofferenza, al punto che chi ricopre tale ruolo arriva a sperimentare difficoltà psicologiche paragonabili a quelle della persona assistita. Si tratta di un insieme di conseguenze – oggettive e soggettive, fisiche e psicologiche – che si manifestano sotto forma di stanchezza, esaurimento emotivo, ansia, depressione, disturbi del sonno, problemi gastrointestinali e un progressivo deterioramento della qualità di vita. Non a caso, questi soggetti vengono spesso definiti le vittime invisibili della malattia.

Per queste ragioni, negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso interventi psicoeducativi rivolti ai caregiver, con l’obiettivo di fornire loro informazioni adeguate, strumenti pratici di supporto e un accompagnamento strutturato lungo il percorso di cura. Si tratta tuttavia di un obiettivo ancora largamente incompiuto, che richiede un impegno più sistematico da parte dei servizi sanitari e del sistema di welfare.

Chi è più a rischio: le popolazioni prevalentemente colpite in Italia

I disturbi mentali non si distribuiscono in modo uniforme nella popolazione. I dati disponibili per il contesto italiano consentono di identificare alcuni gruppi che presentano una vulnerabilità significativamente più elevata, per effetto di una combinazione di fattori biologici, sociali ed economici.

Uno studio epidemiologico nazionale sulla prevalenza dei disturbi mentali in Italia12 – datato, ma ancora molto utile – già vent’anni fa sottolineava che circa una persona su cinque abbia soddisfatto i criteri diagnostici per almeno un disturbo mentale nel corso della vita, con depressione maggiore, fobie specifiche e distimia come disturbi più comuni.

Donne

Le donne mostrano tassi significativamente più elevati di alcune condizioni psicopatologiche rispetto agli uomini.

La depressione e i disturbi d’ansia colpiscono le donne circa il doppio rispetto agli uomini, con una prevalenza complessiva vicina al 7%; tale quota sale fino al 18% nelle donne in condizioni di svantaggio economico o con basso livello di istruzione13. Anche i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DAN) presentano una marcata prevalenza femminile: 8,4% nelle donne contro il 2,2% negli uomini, con un rapporto di circa 4 a 1d,14.

Il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) segue un andamento analogo: la prevalenza nell’arco della vita è del 10-12% nelle donne e del 5-6% negli uomini, con un rischio da due a tre volte superiore per il sesso femminilee,15.

Queste differenze riflettono non solo fattori biologici e ormonali, ma anche determinanti sociali quali la maggiore esposizione a violenza di genere, il carico sproporzionato del lavoro di cura non retribuito e le disuguaglianze economiche persistenti.

Il genere rappresenta una variabile determinante, sia nella tipologia dei disturbi che nell’accesso alle cure.

Gli uomini, al contrario, mostrano tassi più elevati di disturbi da uso di sostanze e, soprattutto, di suicidio: a livello globale, la mortalità per suicidio negli uomini è circa il doppio rispetto alle donne, un dato che riflette in parte la minore propensione maschile a riconoscere il proprio disagio e a cercare aiuto, anche per effetto di modelli culturali che associano la vulnerabilità emotiva a una forma di debolezza.

Questo fenomeno – spesso definito come “male depression underdiagnosis” – suggerisce che i servizi di salute mentale debbano adottare approcci differenziati per genere, sia nella modalità di intercettazione del bisogno che negli strumenti di valutazione e trattamento.

Una prospettiva di genere nella salute mentale non è quindi solo una questione di equità, ma una condizione necessaria per l’efficacia degli interventi: ignorare queste differenze significa costruire politiche e servizi che rischiano di essere sistematicamente inadeguati per ampie fasce della popolazione.

Anziani

Il 9% degli over 65 presenta sintomi depressivi, percentuale che sale al 13% dopo gli 85 anni13. Molte di queste sofferenze vengono erroneamente interpretate come normali aspetti dell’invecchiamento e per questo non trattate, con conseguente peggioramento della qualità della vita e aggravamento di altre patologie. Negli anziani, la presenza di disturbi mentali è più frequentemente associata alla percezione di cattivo stato di salute e a gravi difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane e nella cura della persona.

A questi dati si aggiunge il peso crescente delle demenze, che rappresentano una delle principali sfide sanitarie e sociali legate all’invecchiamento della popolazione. In Italia, sulla base della popolazione residente al 1° gennaio 2023, il Ministero della Salute21 ha stimato circa 1.127.000 casi di demenza nella fascia d’età uguale o superiore ai 65 anni, con un rapporto femmine/maschi di 2,3. A questi si aggiungono circa 23.730 casi di demenza giovanile nella fascia 35-64 anni e circa 952.000 casi di Mild Cognitive Impairment (MCI), condizione considerata fattore di rischio significativo per la progressione a demenzag.

Secondo i dati Istat sul 202422, il 4,7% della popolazione anziana over 65 che vive in famiglia risulta affetta da Alzheimer o demenza senile, con una prevalenza nelle donne più che doppia rispetto agli uomini (6,2% contro 2,8%). Tra gli over 75 le prevalenze salgono rispettivamente al 10,5% nelle donne e al 4,7% negli uomini. Emergono inoltre significativi divari territoriali, con prevalenze più elevate nell’Italia centrale e meridionale rispetto al Nord-Est, dato che riflette in parte una maggiore propensione delle famiglie del Centro-Sud ad assistere i pazienti in contesto domestico.

Anche in questo caso, un elemento critico è rappresentato dalla sottostima diagnostica: non esistono studi italiani in materia, ma vengono spesso applicate stime internazionali23, che portano a valutare che il 40% delle persone con demenza in Italia non abbia ricevuto una diagnosi, e solo il 40-50% dei pazienti affetti da demenza riceve una diagnosi24. La quota di persone non diagnosticate – e quindi non prese in carico – si traduce in un peso invisibile che ricade quasi interamente sulle famiglie e sui caregiver informali, con conseguenze significative in termini di carico assistenziale, isolamento e deterioramento della qualità della vita dell’intero nucleo familiare.

Le proiezioni demografiche segnalano un quadro in rapido peggioramento: se la situazione non si modificherà in maniera sostanziale, nei prossimi vent’anni i casi di demenza in Italia aumenteranno del 50%, raggiungendo 1,5 milioni, per poi raddoppiare nel 2050 con circa 2 milioni di persone colpite.

Alla luce di questi dati, le demenze non possono essere considerate esclusivamente una questione clinica: rappresentano una priorità di salute pubblica con implicazioni profonde sul sistema sanitario, sulla rete di welfare e sulla sostenibilità dei sistemi di protezione sociale.

Persone in condizioni di svantaggio economico

In Italia, le fasce più povere della popolazione sono le categorie più a rischio di sviluppare un disagio psicologico, insieme agli anziani e alle donne.

La depressione, per esempio, è il disturbo prevalente e la sua distribuzione non è casuale: i disturbi depressivi sono più diffusi nel Centro e nel Sud, con percentuali significativamente superiori rispetto al Nord. La prevalenza di sintomi depressivi raggiunge il 14% tra chi riferisce molte difficoltà economiche, e l’8% tra chi non possiede un lavoro regolare o vive da solo13.

Come già detto, risulta chiaramente l’esistenza di una relazione bidirezionale: le condizioni economiche difficili sono un fattore di rischio per i disturbi mentali, ma allo stesso tempo chi vive in povertà ha meno risorse – economiche, culturali e relazionali – per riconoscere il proprio disagio e cercare aiuto25. In contesti di difficoltà economica, il benessere psicologico tende a essere percepito come una priorità secondaria rispetto ai bisogni materiali immediati. Questo orientamento culturale – spesso rafforzato dallo stigma – porta a posticipare o escludere del tutto la ricerca di aiuto psicologico.

OMS Europa, nel Secondo Rapporto europeo sull’equità in saluteh,26, riporta dati recenti sull’impatto della povertà sulla salute nelle diverse fasi della vita, includendo anche quella mentale. Il quadro delineato rende evidente la connessione tra le due dimensioni, ma sottolinea anche la rilevanza delle politiche pubbliche e di una rete di sostegno sociale per un equo accesso alla salute.

Persone con patologie croniche

Chi riferisce almeno una diagnosi di patologia cronica presenta una prevalenza di sintomi depressivi pari al 13%, significativamente superiore rispetto alla popolazione generale.

La comorbilità tra disturbi mentali e patologie fisiche croniche costituisce uno dei nodi clinici più rilevanti, con effetti negativi reciproci sul decorso di entrambe le condizioni27. Tutte sono correlate a maggiore rischio di depressione e ansia. Per alcune, sono state analizzate ed evidenziate correlazioni tra patologie specifiche, come riassunto nella tabella 128-49.

Popolazione migrante

Un’indagine dell’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà (INMP) in collaborazione con l’OMS50 ha rilevato una prevalenza di cattiva salute mentale percepita nella popolazione immigrata residente pari al 32% del totale; le diagnosi più frequenti sono disturbi dell’adattamento e reazioni a stress gravi (40,8%), seguite da disturbi dell’umore (12%).

Inoltre, è stato evidenziato che tra i giovani maschi richiedenti asilo, i tassi di ricovero psichiatrico hanno superato quelli degli italiani, in coincidenza con l’aumento delle partenze da zone di conflitto e delle gravi esperienze traumatiche vissute durante il percorso migratorio51.

Giovani e adolescenti

I giovani sono stati tra i gruppi più colpiti dagli effetti della pandemia di Covid19 sulla salute mentale. Diversi studi italiani ed europei mostrano che, durante e dopo l’emergenza sanitaria, tra i giovani adulti (18-25 anni) si è registrato un forte aumento di sintomi ansiosi e depressivi, con prevalenze che raggiungono il 40-45%, molto superiori ai livelli prepandemici52,53. Nel periodo 2021-2023, i servizi sanitari hanno osservato un incremento significativo degli accessi per disagio psicologico54:

il Ministero della Salute ha riportato un incremento dei ricoveri psichiatrici giovanili tra il 12% e il 18% rispetto al prepandemia, fino a incrementi del 20% in alcune aree, ma non uniformi a livello nazionale55;

SINPIA – Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ha sottolineato che gli accessi al pronto soccorso per ideazione o atti autolesivi in età giovanile sono aumentati di circa il 30%56;

a livello globale, si è assistito a un aumento del 36% dei sintomi associati a disturbi alimentari e boom di ricoveri, aumentati del 48%57; i dati italiani confermano un aumento della patologia di quasi il 40% rispetto al 2019 e rivelano un ulteriore abbassamento dell’età di esordio (il 30% della popolazione colpita ha meno di i 14 anni) e una maggiore diffusione nella popolazione maschile (nella fascia tra i 12 e 17 anni comprende il 10%)58.

Questi dati confermano un impatto duraturo della pandemia sulla salute mentale dei giovani e l’urgenza di potenziare i servizi territoriali e scolastici dedicati al benessere psicologico (Toolbox 1)59-65.

Mondo del lavoro

La relazione tra salute mentale e lavoro è complessa e bidirezionale.

Da un lato, le persone che vivono una fragilità psicologica possono incontrare maggiori difficoltà nel mantenere continuità lavorativa, sostenere i ritmi produttivi, gestire le relazioni professionali o affrontare situazioni di stress. Questo può portare a periodi di assenza, isolamento o a un progressivo allontanamento dal mercato del lavoro.

Dall’altro lato, il lavoro rappresenta un importante fattore protettivo per la salute mentale: favorisce autonomia, identità personale, stabilità economica e senso di appartenenza. Allo stesso tempo, però, può diventare esso stesso un fattore di rischio quando caratterizzato da precarietà, carichi eccessivi, conflitti, scarse tutele o ambienti poco inclusivi (Toolbox 2)7,77-79.

Per questo motivo, è fondamentale promuovere contesti lavorativi capaci di riconoscere le vulnerabilità, ridurre lo stigma e sostenere il benessere psicologico come parte integrante della qualità del lavoro stesso.

Secondo dati recenti dell’OMS Europa, depressione e ansia sono fenomeni in aumento nella popolazione in età lavorativa. L’organizzazione sottolinea inoltre come l’impatto del lavoro sulla salute sia particolarmente rilevante per i lavoratori poveri, spesso associato a orari estesi, scarso controllo sulla propria vita e rischio di isolamento e solitudineh.

Implicazioni sociali e sulla qualità della vita

L’ambito della fragilità mentale è spesso considerato prevalentemente in termini sanitari. Tuttavia, è necessario comprendere che il suo impatto è multidimensionale, estendendosi agli aspetti relazionali, lavorativi ed economici, con una riduzione significativa della qualità della vita rispetto alla popolazione generale.

A livello individuale, i disturbi mentali possono avere ripercussioni sulla vita di tutti i giorni, influenzando l’autonomia personale e rendendo difficile lo svolgimento di compiti quotidiani. La tendenza all’isolamento che molte fragilità mentali comportano può rendere complesso il mantenimento di una rete sociale di sostegno, portando a un potenziale aggravamento delle difficoltà esistenti.

Nel corso della vita, esse possono incidere sulle prospettive economiche dei singoli e delle famiglie, a partire dall’impatto sul rendimento e l’abbandono scolastico fino alle difficoltà di accesso e permanenza nel mondo del lavoro. Alcuni studi evidenziano, ad esempio, una possibile relazione bidirezionale tra fragilità mentale e incertezza economica25, così come la difficoltà dell’ingresso nel mondo del lavoro in caso di precedenti esperienze di disturbi mentali77. Questi effetti possono compromettere ulteriormente la capacità di autonomia e creare fattori di rischio di marginalità sociale, oltre che gravare sullo stato mentale e sulla salute nel corso della vita.

I costi della fragilità mentale sono in larga parte sociali, diffusi e sistemici: investirvi solo in chiave clinica rischia di spostare, anziché ridurre, l’onere economico e sociale complessivo. Per questo è necessario un approccio che consideri le disuguaglianze sociali (Toolbox 3)80-86, intervenendo non solo sugli effetti ma anche sui determinanti della fragilità mentale. Un tale approccio deve garantire un’equità reale, prestando particolare attenzione ai gruppi più vulnerabili, tra cui adolescenti e giovani, persone anziane, persone con disabilità o patologie croniche, migranti e soggetti in condizioni di svantaggio socioeconomico.

Agire in termini preventivi per mitigare i possibili fattori di stress socioeconomici può inoltre portare a un miglioramento generale del benessere della popolazione e contribuire alla creazione di società più resilienti.

In aggiunta, in ambito di salute mentale, lo stigma è ancora molto presente; nasce frequentemente da pregiudizi e stereotipi radicati e si traduce in forme concrete di discriminazione. Lo stigma e la discriminazione a loro volta sono fattori trasversali che influenzano le opportunità sociali, economiche e culturali e possono addirittura alimentare processi di auto-stigmatizzazione, con conseguente calo dell’autostima, minore senso di autoefficacia e ridotta adesione alla cura, portando a un impatto complesso sulla vita delle persone. Entrambi sono riconosciuti come barriere significative che non solo ostacolano la piena inclusione delle persone con problemi di salute mentale nella vita sociale, ma incidono anche negativamente sul percorso di recupero e sui suoi esiti. In letteratura viene inoltre sottolineato che gli effetti dello stigma siano sottovalutati nella pratica clinica e non ci sia sufficiente consapevolezza del suo peso sociale87.

In questa prospettiva, l’impatto dei disturbi mentali può essere letto in termini di qualità della vita; il termine (utilizzato soprattutto nella versione inglese, Quality Of Life - QoL) «[…] può in parte farsi derivare dal concetto di salute espresso dall’OMS come “stato caratterizzato da un completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente dall’assenza di malattie o infermità […]” dove “è la centralità del paziente, del suo ruolo e della sua soggettività” a essere elemento preponderante. […] QoL […] indica sostanzialmente un concetto generico che riflette il modo in cui le persone percepiscono e affrontano il proprio stato di salute e altri aspetti della vita in generale»88; in altri termini può essere considerato un approccio multidisciplinare che integra la visione soggettiva del proprio benessere in relazione agli effetti della salute mentale sui legami sociali, sulla stabilità economica, sulla salute fisica e sul raggiungimento di comuni traguardi quotidiani e nel corso della vita. Questo aspetto è rilevante, perché la salute ha un impatto anche sulla percezione di sé, della propria vita e delle prospettive future, e dunque va misurato per permettere che la qualità della vita diventi uno dei fattori da considerare nella prassi sociosanitaria e clinica, facilitando la comprensione del peso di una patologia o di una disabilità.

Di conseguenza, assume crescente rilevanza l’utilizzo di indicatori epidemiologici e socioeconomici che permettano di fornire un quadro complessivo dei disturbi mentali. Oltre all’approccio sulla qualità della vita (QoL), ciò viene realizzato misurando gli anni vissuti con disabilità (YLDs) e gli anni di vita corretti per disabilità (DALY), che riflettono il burden dei disturbi mentali in termini anni di vita persi per morte prematura o vissuti in condizioni di disabilità.

Come evidente, tali misurazioni non sono esaustive, ma corrispondono a una tappa fondamentale per modificare i criteri di valutazione dell’impatto delle patologie; essi, infatti, insieme alla valutazione dei costi sociali (o costi indiretti) devono costituire, progressivamente, gli elementi utili nel contribuire a razionalizzare determinate politiche sanitarie basate sul rapporto esistente tra costo-efficacia, costo-utilità e qualità della vita dei pazienti e della più generale collettività.

Infatti, dai dati presentati nel Toolbox 42,89-92, è possibile evidenziare due importanti aspetti:

1. i mental disorder, in termini di mortalità precoce o disabilità, hanno conseguenze pari alle “patologie fisiche” tra le più gravi. L’ASDR del disturbo depressivo maggiore (557,87) è terzo in un’immaginaria classifica di patologie impattanti, anticipato solo da Cardiopatia ischemica e Ictus ischemico (837,4) – patologie riconosciute come emergenza sanitaria – e seguita da disturbi d’ansia. Ciò evidenzia come la depressione abbia un peso sulla salute della popolazione di ordine analogo a quello delle principali malattie neurologiche e cardiovascolari;

2. a differenza dell’IHD e dell’ictus – nei quali i DALYs includono una quota rilevante di anni persi per morti premature – per i disturbi mentali i DALYs sono composti quasi interamente da anni vissuti con disabilità perché la mortalità diretta viene attribuita ad altre cause (suicidio, malattie cardiovascolari). Il reale impatto dei disturbi mentali è quindi strutturalmente sottostimato dalle metriche correnti.

Il peso economico dei disturbi di salute mentale

Così come la salute mentale non può essere ridotta alla sola dimensione clinica, anche i suoi costi non possono essere limitati a quelli sanitari. Le evidenze disponibili indicano che il peso economico complessivo dei disturbi mentali è estremamente rilevante e coinvolge sia i sistemi sanitari sia il tessuto socioeconomico più ampio, incidendo significativamente sulla qualità della vita delle persone, dei familiari e dei caregiver. Gli effetti si estendono, quindi, all’intero sistema sociale ed economico, tanto attraverso i costi per la cura, quanto attraverso la perdita di produttività e capitale umano e l’aumento del carico sui sistemi assistenziali e previdenziali (figura 2).

Complessivamente, i brain-mind disordersi costano a livello globale oltre 5 trilioni di dollari ogni anno, e ci si aspetta che questo costo aumenterà fino a 16 trilioni di dollari entro il 2030 in termini di perdita di produttività93. Infatti, il peso economico si manifesta prevalentemente attraverso i costi indiretti, associati alla riduzione dell’occupazione, all’assenteismo, alla diminuzione della produttività e alla perdita di capitale umano. A livello globale94, per esempio, depressione e disturbi d’ansia – che sono i due disturbi più diffusi – causano la perdita di circa 12 miliardi di giornate lavorative ogni anno, con una perdita economica stimata in circa 1 trilione di dollari ogni anno, principalmente a causa della ridotta capacità lavorativa e delle difficoltà di reinserimento occupazionale95.

Le conseguenze economiche dei disturbi mentali non riguardano esclusivamente la spesa sanitaria, ma si estendono al funzionamento sociale e alla partecipazione lavorativa con conseguenze difficilmente quantificabili. Le persone che convivono con condizioni di sofferenza mentale presentano tassi di occupazione significativamente inferiori rispetto alla popolazione generale e incontrano maggiori difficoltà nel mantenere percorsi formativi e professionali continuativi, con ripercussioni dirette sulla sostenibilità dei sistemi di welfare96.

Nei Paesi OCSE, le condizioni di salute mentale generano costi complessivi stimati fino al 4% del prodotto interno lordo, includendo spese sanitarie, programmi di protezione sociale e perdita di produttività lavorativa. Nella sola Unione Europea tali costi sono stimati in oltre 600 miliardi di euro annui, di cui circa 190 miliardi attribuibili a spese sanitarie dirette, 170 miliardi a misure di sicurezza sociale e circa 240 miliardi a perdite legate al mercato del lavoro96, e la depressione da sola ha un impatto stimato di circa 136,3 miliardi di euro. OMS Europa riporta che l’effetto in termini di produttività e stipendi è di circa 99,3 miliardi all’anno, mentre il peso per i governi tramite il calo delle entrate dalla tassazione e la pressione sulle risorse pubbliche è stimabile in 45,4 miliardi di euro all’annoh.

Nel contesto italiano, i disturbi mentali rappresentano una sfida analoga, costando al paese 20 miliardi di euro l’anno, circa il 3,3% del PIL, con costi indiretti legati alla perdita di produttività, all’assenteismo e alla disoccupazione di lunga durata che superano i 63 miliardi di euro7. Tuttavia, le stime citate sono da considerare una sottostima dei reali costi:

rispetto al reale peso epidemiologico e sociale, data da un’elevata quota di popolazione che soffre di disturbi mentali ma non riceve cure (“treatment gap”); come già accennato, si stima, infatti, che circa 2 milioni di cittadini non sia intercettato dal SSN8; includere i costi “potenziali” di cura per questa platea alzerebbe la stima dei costi diretti di almeno 2-3 miliardi di euro annui;

i costi diretti indicati non coprono la totalità delle spese sanitarie, perché non includono l’out-of-pocket e i costi sanitari indiretti;

i costi non sanitari, come la perdita di produttività, assenteismo e disoccupazione, sono difficili da calcolare con precisione e non includono pienamente il peso sui familiari e caregiver.

Dunque, il numero enorme di persone non curate, combinato con l’invecchiamento della popolazione e le condizioni socioeconomiche precarie, rende il costo reale della salute mentale in Italia significativamente superiore a quanto ufficialmente stimato. Alla luce di tali evidenze, appare sempre più necessario applicare strumenti di valutazione multidimensionale capaci di integrare indicatori epidemiologici, sociali ed economici, al fine di supportare politiche sanitarie orientate all’efficacia, all’equità e alla sostenibilità. La misurazione dell’impatto complessivo dei disturbi mentali rappresenta infatti un passaggio fondamentale per orientare strategie di prevenzione, promozione della salute e presa in carico integrata lungo l’intero arco di vita.

Nonostante l’elevato impatto socioeconomico, la quota di risorse sanitarie destinata alla salute mentale rimane limitata. A livello nazionale, nonostante la previsione di una soglia minima del 5% cui sono impegnate le Regioni nel 2001, mediamente solo il 3,5% del budget sanitario è destinato a quest’area, una quota nettamente inferiore rispetto alla media europea (che supera il 10% in alcuni Paesi) (figura 3).

Risulta evidente che tale peso economico non risulti sostenibile, soprattutto considerando la tendenza continua al rialzo: i costi sono troppo elevati tanto per i singoli, quanto per i sistemi sanitari e in misura maggiore sul sistema nel suo complesso. In questa prospettiva, un approccio che rafforzi la fase di prevenzione può significare non solo un investimento in termine di salute mentale delle persone, ma anche una scelta strategica in grado di generare un ritorno economico per il Paese.

Un recente studio ha sottolineato come, in Italia, incrementando la spesa pubblica dedicata alla salute mentale dall’attuale 3,3% del Fondo sanitario nazionale al 5% indicato, si potrebbero portare benefici diretti e indiretti pari a 10 miliardi di euro, con un ritorno d’investimenti stimato di 4,7 euro per ogni euro investito7 (figura 4)97.

Tali evidenze rafforzano l’argomentazione secondo cui un incremento strutturale degli investimenti in salute mentale non rappresenterebbe un mero costo aggiuntivo per il sistema sanitario, ma una leva strategica di sviluppo economico e di sostenibilità sociale nel medio-lungo periodo.

Brain-Mental Health, Brain-Mind Capital e prevenzione della fragilità mentale

Brain-Mental Health: obiettivo sanitario ed economico

Come sintetizzato in apertura, l’attenzione verso la salute mentale è destinata ad assumere un ruolo sempre più centrale nelle politiche sanitarie e sociali non solo globali, ma anche nel nostro Paese. L’aumento dei disturbi mentali previsto per i prossimi anni non è il risultato di un singolo fattore, ma di una complessa interazione tra cambiamenti sociali, biologici e ambientali. Comprendere queste cause è fondamentale per uscire dalla logica di una gestione emergenziale del fenomeno.

I principali driver che stanno influenzando la salute mentale possono sinteticamente riassumersi in:

1. Fattori demografici. Una delle principali ragioni risiede nelle profonde trasformazioni demografiche in atto. Il successo della medicina moderna produce un invecchiamento progressivo della popolazione e comporta infatti un aumento significativo delle patologie croniche correlate all’età, tra cui disturbi neurologici e neuro-cognitivi. A ciò va sommato il fenomeno dell’isolamento sociale nelle fasce d’età più avanzate che può rappresentare un fattore scatenante per la depressione e accelerare il declino cognitivo.

2. Trasformazioni sociali e tecnologiche. L’attuale stile di vita è cambiato più velocemente della capacità biologica di adattamento: da una parte le tecnologie portano al cosiddetto “isolamento digitale”, dall’altra a essere sempre “connessi”, spesso a scapito della qualità delle relazioni profonde.

3. Instabilità economica, fattori ambientali e crisi globali. La salute mentale è strettamente legata alla sicurezza materiale: dunque l’incertezza lavorativa, la precarietà e l’erosione del potere d’acquisto che caratterizzano in particolare i lavoratori più giovani generano uno stato di ansia cronica riguardo al futuro. Parallelamente, eventi macroscopici e globali come il cambiamento climatico e l’incertezza sul destino del Pianeta stanno diventando una fonte significativa di stress psicologico per le nuove generazioni (eco-ansia); ugualmente il Covid-19 e i diversi conflitti in corso stanno lasciando una “coda lunga” di disturbi d’ansia e depressione.

4. Società della performance. Il culto della velocità e la reperibilità costante (grazie a smartphone e smartworking) hanno eliminato il confine tra vita privata e dovere, creando uno stato di iper-attivazione perenne; il sistema scolastico e quello lavorativo sono spesso improntati sul modello “up or out” e su una competitività tossica, dove il valore dell’individuo è spesso misurato esclusivamente in base alla sua produttività, riducendo il supporto sociale interno e aumentando il senso di isolamento associato a burnout e ansia lavorativa.

Questi fenomeni si traducono in un incremento rilevante del carico globale di malattia, misurato in termini di disabilità e anni di vita persi in buona salute (DALYs), con conseguenze crescenti sui sistemi sanitari, sulle famiglie e sulla società nel suo complesso79. Parallelamente, in un contesto di rapido cambiamento sociale, tecnologico ed economico, la resilienza psicologica, la creatività e l’apprendimento continuo assumono un ruolo cruciale per la partecipazione sociale e per il benessere individuale. I progressi delle neuroscienze, la graduale riduzione dello stigma nei confronti della salute mentale e della demenza e la crescente attenzione verso la neurodiversità hanno contribuito a rafforzare la consapevolezza dell’importanza della Brain-Mental Health come elemento fondamentale dello sviluppo umano.

La Brain-Mental Health è un concetto che analizza il profondo legame tra le funzioni cerebrali e i processi mentali. Si propone di comprendere come queste due dimensioni interagiscano per influenzare emozioni, comportamenti e capacità cognitive; essa, inoltre, non si concentra esclusivamente sulla biologia del cervello, ma anche fattori come l’ambiente, le relazioni interpersonali e lo stile di vita sono determinanti significativi per il benessere mentale.

Questo approccio non si limita alla gestione dei sintomi, ma promuove una visione olistica che considera l’individuo nella sua totalità. Investire nella Brain-Mental Health non solo arricchisce l’individuo, ma contribuisce anche alla costruzione di una società più sana e resiliente. Con il crescente focus sulla salute mentale, si possono affrontare le sfide future con maggiore consapevolezza e preparazione (Toolbox 5)95,98-101.

Brain-Mind Capital: definizione e implicazioni multidimensionali

Il Brain-Mind Capital può essere riassunto come un paradigma economico e sociale che definisce il valore collettivo della Brain-Mental Health (ossia la salute mentale e neurologica) e delle relative abilità cognitive ed emotive, sociali, tecniche di una popolazione.

L’idea originaria è stata elaborata nel 2011 dal Global Business and Economic Roundtable on Addiction and Mental Health102, successivamente sviluppata e resa popolare da un team transdisciplinare di esperti guidati dal neuroscienziato Harris Eyre103 e, infine, recentemente adottata dal World Economic Forum di Davos – organizzazione internazionale che periodicamente riunisce personalità politiche ed economiche di spicco a livello mondiale per discutere e definire le politiche comuni104 –, portandola contestualmente sotto i riflettori tanto del mondo sanitario quanto di quello finanziario.

Nello specifico, il Brain-Mind Capital è un concetto multidimensionale che identifica l’insieme delle risorse cognitive, emotive e neurologiche che consentono agli individui di apprendere, adattarsi, innovare e partecipare attivamente alla vita sociale ed economica, integrando due componenti principali, come riassunto nella tabella 3.

Le specifiche componenti non sono separabili: la salute mentale e quella neurologica favoriscono lo sviluppo delle competenze, e queste ultime rafforzano la resilienza psicologica. Tale interdipendenza costituisce la base di un approccio preventivo integrato, dove la prevenzione diventa un investimento strategico per la società. In questa prospettiva, il Brain Capital rappresenta un determinante fondamentale del benessere individuale e collettivo e costituisce una risorsa strategica per orientare politiche sanitarie e sociali verso modelli preventivi, inclusivi e sostenibili105 e, «per lo sviluppo umano e per una crescita economica sostenibile e inclusiva»93, come sottolineato dalla Euro-Mediterranean Economists Association (EMEA)m.

L’EMEA e Brain Capital Alliance106 hanno inoltre definito la Brain Capital Dashboard (Toolbox 6)107, uno strumento di misurazione che offre una visione diagnostica dettagliata e una serie di fattori che possono favorire il Brain Capital – comprendenti aspetti sociali, culturali e ambientali, e un Indice dedicato108 (Toolbox 7).

L’approccio del Brain-Mind Capital propone un cambio di paradigma che considera la salute del cervello nel suo complesso e ne comprende l’aspetto multidimensionale. Creare e rafforzare le condizioni favorevoli identificate diventa quindi un modo per promuovere una crescita sostenibile e lo sviluppo umano in termini di salute, inclusività e resilienza.

In questo senso, la salute mentale e il Brain-Mind Capital non vengono considerati solo in termini di costi, bensì come risorse su cui investire per creare valore umano ma anche economico. Questo è particolarmente rilevante nelle società attuali e del futuro, in cui aumenta la necessità di adattamento e di risposta alle nuove sfide legate all’invecchiamento della popolazione e all’innovazione tecnologica, con un crescente ruolo dell’Intelligenza Artificiale79.

Le evidenze scientifiche sottolineano l’importanza degli interventi precoci nello sviluppo neurocognitivo, in particolare durante i primi mille giorni di vita, considerati determinanti per la costruzione della riserva cognitiva e per la prevenzione delle fragilità mentali future. Parallelamente, nelle fasi avanzate della vita, strategie orientate alla longevità attiva e al mantenimento della neuroplasticità contribuiscono a ridurre l’incidenza del declino cognitivo e delle demenze5.

Il paradigma del Brain Capital favorisce inoltre l’integrazione tra salute mentale e neurologica, superando la tradizionale separazione tra ambiti clinici e promuovendo modelli assistenziali olistici basati sul monitoraggio sistematico della salute del cervello e della mente, attraverso strumenti di valutazione cognitiva e psicometrica inseriti nei programmi di prevenzione. Parallelamente, sostiene l’evoluzione dei modelli di presa in carico verso approcci territoriali e comunitari, valorizzando il ruolo dei caregiver e l’utilizzo di tecnologie digitali per garantire continuità assistenziale e ridurre l’isolamento sociale, riconosciuto come fattore di rischio per il declino cognitivo e per la depressione110.

Tutto ciò impone un cambiamento paradigmatico nei sistemi sanitari, promuovendo il passaggio da modelli prevalentemente reattivi, centrati sul trattamento della patologia, a strategie proattive orientate alla promozione e alla tutela della salute che considera l’intero percorso di vita (approccio salutogenetico). In questa prospettiva, la sanità pubblica assume un ruolo chiave nello sviluppo e nella preservazione delle risorse cognitive ed emotive della popolazione, attraverso interventi di prevenzione primaria e secondaria103 (Toolbox 8)111,112.

Brain Economy e impatto economico e finanziario della salute mentale nel framework Brain-Mind Capital

«So moving from a ‘brain negative’ world we have fewer brains working, more brain’s sick, to a ‘brain positive’ world in which the brain is contributing to economic growth, to capital, as well as to our own health, is a transformation of comparable scope and scale to climate change toward what we’re seeing with AI».

Lucy Pérez

Senior partner McKinsey & Company e co-direttrice del McKinsey Health Institute (MHI)

In questo contesto, per capirne l’impatto, è doveroso fare un accenno alla cosiddetta Brain Economy: essa rappresenta un emergente modello socioeconomico e organizzativo che individua nella Brain Health e nelle competenze cognitive ed emotive – individuali e collettive – i pilastri fondamentali della crescita economica, della produttività e dell’innovazione. Viene riconosciuto il principio secondo cui il valore economico non deriva più dal solo capitale fisico e finanziario, ma anche dall’apprendimento e dalla conoscenza ad alto valore aggiunto, dall’innovazione e dalla gestione delle informazioni.

In tale prospettiva, la salute mentale assume un ruolo centrale come determinante di salute pubblica, influenzando qualità della vita, partecipazione sociale e funzionamento dei sistemi sanitari113.

Le motivazioni sottese a questo nuovo paradigma sono riconducibili da un lato alla non sostenibilità dei disturbi neurologici e psichiatrici che, al momento, generano un impatto significativo sui sistemi economici e sanitari, determinando costi diretti e indiretti elevati e una riduzione della partecipazione sociale e lavorativa, passando a una concentrazione delle risorse sulla prevenzione, anziché sulla cura n,114. Dall’altro, la conoscenza viene considerata un nuovo asset economico, assumendo un ruolo strategico come motore dell’innovazione e dello sviluppo sostenibile, configurandosi come una risorsa cumulativa capace di generare benefici diffusi all’interno dei sistemi sociali ed economici. Parallelamente, nel nuovo contesto improntato sulla digitalizzazione e la diffusione dell’intelligenza artificiale, assumono crescente rilevanza le cosiddette “Brain Skills”. Le evidenze indicano, per esempio, che interventi preventivi nei contesti lavorativi, educativi e comunitari rappresentano strumenti efficaci per ridurre il rischio di disturbi mentali e contenere le disuguaglianze sanitarie.

Dal punto di vista delle politiche sanitarie, il paradigma della Brain Economy promuove un approccio integrato che supera la frammentazione tra interventi clinici, sociali ed educativi, favorendo modelli di assistenza territoriale e strategie di prevenzione primaria e secondaria. L’integrazione della salute mentale nelle politiche di welfare contribuisce a ridurre il carico globale di malattia e a migliorare la sostenibilità dei sistemi sanitari, rafforzando al contempo la resilienza delle comunità e la partecipazione attiva della popolazione5.

In questa prospettiva, risulta necessario promuovere uno sforzo globale orientato alla costruzione di una Brain Economy sostenibile, fondata su investimenti strutturali nella prevenzione, nella promozione della salute mentale e nello sviluppo delle competenze cognitive lungo tutto l’arco della vita, riconoscendo la Brain-Mind Health come uno dei principali determinanti del benessere delle generazioni future.

Tali considerazioni spiegano il sempre maggiore interesse prestato al tema tanto dal mondo della clinica, quanto da quello finanziario, tanto da aver costituito, come già detto, uno dei temi centrali al World Economic Forum di Davos (Svizzera) di gennaio 2026, nel corso del quale è stata lanciata una nuova iniziativa volta a misurare e promuovere l’inclusione del Brain Capital come indicatore economico104.

A parere di chi scrive, ciò risulta particolarmente interessante poiché la misurazione sistematica di un fenomeno rappresenta una condizione essenziale affinché esso possa essere riconosciuto come priorità nelle politiche pubbliche e sanitarie, consentendo di quantificarne l’impatto, orientare le decisioni strategiche, allocare risorse in modo appropriato e monitorare l’efficacia degli interventi nel tempo.

La definizione di strumenti adeguati alla misurazione del Brain-Mind Capital permette di attribuire un valore economico ai rischi e ai benefici a esso associati, favorendo il riconoscimento di tale dimensione come risorsa strategica. Al contrario, l’assenza di metriche condivise e standardizzate contribuisce a mantenere questo ambito in una condizione di sottofinanziamento; dunque, la quantificazione economica del Brain-Mind Capital non rappresenta un obiettivo in sé, ma costituisce un passaggio fondamentale per orientare e attrarre investimenti pubblici e privati su larga scala, destinati alla prevenzione, alla ricerca e allo sviluppo delle competenze cognitive e socio-emotive della popolazione115.

Le evidenze confermano queste teorie7, sottolineando come interventi mirati nella prevenzione e nel trattamento di disturbi e investire sullo sviluppo infantile e sul benessere sul posto di lavoro non siano soltanto strumenti di riduzione del carico sociale, ma contribuiscano anche a incrementare la produttività e la resilienza economica complessiva. In questa prospettiva, la salute mentale va considerata non come un mero costo sanitario, ma come un investimento strategico nel capitale neurologico e psichico della popolazione, con ricadute positive sia sul benessere individuale sia sulla sostenibilità dei sistemi economici e sociali.

Implicazioni per le politiche pubbliche

Per creare le condizioni favorevoli per il raggiungimento degli aspetti di Brain-Mental Health e delle relative skills che caratterizzano il Brain-Mind Capital, è necessario che questo approccio venga definito in una visione e strategia pubblica condivisa e trasversale alle diverse aree di policy.

Il punto fondamentale riguarda un’integrazione fondamentale a livello di sistema che consideri la prevenzione come investimento strategico.

Ripensare all’approccio sanitario

Un elemento cruciale riguarda il riequilibrio del sistema sanitario da un modello prevalentemente reattivo, centrato sulla gestione della cronicità e delle fasi acute, verso un modello proattivo orientato alla prevenzione primaria e secondaria. Nel paradigma del Brain-Mind Capital, la prevenzione non costituisce un capitolo accessorio della spesa sanitaria, bensì una forma di investimento ad alto rendimento economico e sociale. Spostare l’asse verso la prevenzione significa intervenire prima che il deterioramento del capitale cognitivo ed emotivo produca costi cumulativi in termini di disabilità, perdita di produttività e carico assistenziale. Investire in programmi di sviluppo precoce, screening, promozione della salute mentale nei contesti scolastici e lavorativi e modelli territoriali integrati non rappresenta un costo aggiuntivo, ma una strategia di protezione e valorizzazione di un asset strategico nazionale, con effetti cumulativi su lavoro, coesione sociale e sostenibilità del welfare.

Ciò implica:

riallocazione progressiva delle risorse verso programmi di prevenzione precoce, screening e promozione della salute mentale nei contesti scolastici, lavorativi e comunitari;

integrazione sistematica della salute mentale nella medicina di base e nei servizi territoriali;

finanziamento strutturale di interventi evidence-based ad alto ROI (salute mentale perinatale – fin dalla gravidanza –, sviluppo infantile precoce, programmi scolastici socio-emotivi, prevenzione del burnout lavorativo, promozione dell’invecchiamento attivo);

introduzione di meccanismi di valutazione economica (Cost-Effectiveness, Cost-Utility, Social Return On Investment) nei processi di programmazione sanitaria.

Alcuni di questi aspetti si ritrovano nel nuovo Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale (PANSM) 2025-2030116, approvato dalla Conferenza Unificata nel dicembre del 2025 e realizzato a cura del Tavolo tecnico sulla salute mentale, come verrà approfondito nel Toolbox 9116-118.

Sistema pubblico integrato

Per creare condizioni favorevoli allo sviluppo della Brain-Mental Health e delle competenze cognitive, emotive e sociali che costituiscono il Brain-Mind Capital, è necessario che tale approccio venga incorporato in una strategia pubblica esplicita, trasversale e di lungo periodo, capace di integrare politiche sanitarie, educative, sociali, del lavoro e dell’innovazione. Il Brain-Mind Capital non può essere considerato una variabile settoriale, ma un’infrastruttura strategica della prosperità economica e della coesione sociale. Dunque, parallelamente, questo approccio richiede il superamento della frammentazione delle politiche pubbliche. In linea con il modello Health in All Policies, la salute mentale e lo sviluppo del capitale cognitivo devono essere integrati trasversalmente nelle politiche educative, del lavoro, sociali, ambientali ed economiche. Allo stesso modo, il paradigma One Health/One Mental Health rafforza l’idea che salute biologica, determinanti sociali e contesto ambientale siano interconnessi e richiedano una governance coordinata. Ciò implica obiettivi condivisi tra settori, strumenti di budgeting interministeriale e sistemi di valutazione comuni, così da evitare la logica dei silos e promuovere una responsabilità collettiva nella generazione e tutela del capitale cerebrale.

In questa prospettiva, la transizione verso un modello integrato e preventivo non costituisce solo una riforma sanitaria, ma un’evoluzione strutturale dell’architettura delle politiche pubbliche. Questo comporta:

definizione di obiettivi condivisi e indicatori comuni tra ministeri e livelli di governo;

strumenti di budgeting intersettoriale che consentano co-finanziamenti tra sanità, istruzione e politiche sociali;

sistemi informativi interoperabili e condivisione dei dati;

meccanismi di accountability trasversale, che misurino l’impatto delle politiche non solo in termini di output settoriali ma di effetti sul capitale cognitivo e sociale complessivo.

In questa prospettiva, la transizione da un modello centrato sulla cura a uno centrato sulla prevenzione, la protezione e lo sviluppo del capitale cognitivo ed emotivo rappresenta non solo un ripensamento del modello sanitario, ma dell’architettura stessa delle politiche pubbliche e una rivoluzione culturale parte integrante di quella più ampia che la rivoluzione digitale porta con sé.

Open points e aree critiche da approfondire

Dall’analisi condotta emerge un insieme di temi trasversali che rappresentano nodi ancora irrisolti e che richiedono ulteriori approfondimenti.

In primo luogo, il passaggio da un modello reattivo a uno preventivo rimane incompleto: la prevenzione primaria e secondaria è riconosciuta come prioritaria, ma solo parzialmente integrata nei principali strumenti di programmazione sanitaria e nelle politiche intersettoriali. Persistono inoltre ampie aree di frammentazione tra servizi sanitari, sociali, scolastici e lavorativi, che limitano l’efficacia delle prese in carico territoriali e la continuità assistenziale lungo il ciclo di vita.

Un secondo nodo riguarda la difficoltà strutturale nell’intercettare il bisogno reale: il treatment gap resta elevato, con un numero significativo di persone non diagnosticate o non prese in carico, riflettendo barriere culturali, economiche e organizzative.

Allo stesso tempo, la carenza di professionisti, la limitata integrazione multiprofessionale e la difficoltà di definire ruoli e competenze nei modelli di task shifting e task sharing rappresentano ulteriori criticità da affrontare.

Anche l’integrazione del genere come determinante di salute mentale risulta ancora parziale, sia nella ricerca sia nei modelli organizzativi.

In questo quadro, il coinvolgimento di famiglie e caregiver, la definizione del ruolo dei consultori e il coordinamento tra i diversi livelli istituzionali emergono come ambiti che richiedono ulteriore sviluppo e chiarificazione.

Similmente, il ruolo della scuola, pur centrale negli obiettivi programmatici, rimane caratterizzato da un divario evidente tra aspettative e capacità operative, mentre la transizione dai servizi per l’età evolutiva a quelli per adulti richiede modelli più definiti e stabili.

Rimane aperta la questione dell’inclusione sociolavorativa e abitativa delle persone con disturbi mentali, ambito nel quale persistono ampie disomogeneità territoriali, limitata integrazione tra servizi sanitari, sociali e per l’impiego, e strumenti normativi che non sempre risultano adeguati a sostenere percorsi personalizzati e continuativi. In particolare, sarebbe necessario approfondire il ruolo potenziale dei DSM nei percorsi di accompagnamento al lavoro, così come gli elementi critici legati alla piena applicazione delle tutele previste dalla legislazione sull’inserimento lavorativo delle persone con disabilità psichica e alla mancanza di modelli strutturati per favorire inclusione, stabilità occupazionale e soluzioni abitative supportate.

Infine, un ulteriore punto riguarda la necessità di strumenti di misurazione multidimensionali capaci di cogliere la reale entità del fenomeno, integrando indicatori epidemiologici, sociali ed economici. La mancanza di metriche condivise, soprattutto nell’ambito del Brain-Mind Capital e della qualità della vita, limita la possibilità di monitorare in modo sistematico l’impatto delle politiche e il ritorno degli investimenti.

Sintetizziamo di seguito le questioni ancora da esplorare, nodi concettuali o organizzativi non risolti, ambiti che meritano attenzione futura.

Prevenzione e programmazione sanitaria

Rimane aperta la riflessione su come rafforzare in modo strutturale il ruolo della prevenzione all’interno delle strategie sanitarie, interrogandosi su quanto essa sia effettivamente considerata parte integrante della programmazione e non un elemento accessorio.

La pratica clinica organizzativa in diversi ambiti porta a considerare l’utilità del passaggio da PDTA a PPDTA (Percorsi Preventivi DiagnosticoTerapeutici Assistenziali) in considerazione del suo impatto sui modelli di presa in carico e sulla capacità dei servizi di integrare una prospettiva preventiva lungo tutto il percorso assistenziale.

L’applicazione di un approccio lifecourse solleva interrogativi su come declinarlo in maniera sostenibile e coerente nelle diverse fasi della vita, considerando complessità e risorse richieste:

fase prenatale e perinatale: rimane da esplorare come integrare in modo sistematico salute materna, nutrizione, stress e ambiente sociale;

infanzia e adolescenza: permane un dibattito su strumenti, tempi e responsabilità di screening precoce, alfabetizzazione emotiva e coordinamento scuola-servizi;

età lavorativa: resta aperta la questione del ruolo dei luoghi di lavoro come attori di prevenzione e di promozione delle competenze trasversali;

età avanzata: vi è ancora margine di riflessione su modelli di prevenzione del declino cognitivo realmente replicabili e sostenibili.

La piena integrazione della prospettiva di genere nella ricerca, nei servizi e nella pratica clinica rimane un tema irrisolto, non solo per la limitata applicazione operativa, ma anche per l’insufficiente approfondimento della ricerca sociale e clinica di base. Persistono infatti lacune nella produzione di evidenze specifiche, nella raccolta di dati disaggregati e nella comprensione delle diverse manifestazioni del disagio nei generi e nelle identità. Questo rende ancora difficile tradurre le conoscenze disponibili in assetti organizzativi realmente differenziati e sensibili alle diversità di genere.

Accesso ai servizi, treatment gap, integrazione sociosanitaria e modelli organizzativi

Il treatment gap continua a costituire uno dei nodi critici più rilevanti del sistema, sollevando interrogativi profondi su quanto l’attuale configurazione dei servizi sia in grado di intercettare la domanda effettiva e far emergere il bisogno sommerso:

– da una parte rimane la difficoltà di misurarne con precisione l’entità e i relativi strumenti di rilevazione e sorveglianza necessari per stimare con maggiore affidabilità la distanza tra prevalenza reale e popolazione effettivamente presa in carico, e come questa conoscenza possa tradursi in una programmazione più aderente ai bisogni del territorio;

– dall’altra la questione centrale riguarda la capacità concreta del sistema di aumentare la propria capacità diagnostica, ampliare la presa in carico e garantire percorsi di cura effettivi a una quota ancora troppo ampia di popolazione che ne avrebbe bisogno e che oggi rimane esclusa o ai margini;

– rimane aperto l’interrogativo su quali condizioni organizzative, culturali e di risorse siano necessarie per ridurre questa distanza in modo strutturale, e non attraverso interventi episodici o circoscritti ad alcune realtà territoriali.

La distanza tra il modello ideale di assistenza territoriale e la situazione effettiva costituisce un aspetto da indagare ulteriormente:

– l’attuazione degli strumenti innovativi previsti dal quadro normativo e programmatorio, come il Budget di Salute; la questione centrale diventa quindi la capacità del sistema di tradurre tali strumenti in pratiche operative stabili, dotate di criteri omogenei, responsabilità definite e adeguato monitoraggio;

– un secondo elemento riguarda la continuità tra i diversi setting di cura, in particolare nei passaggi più delicati del percorso assistenziale, come la deospedalizzazione o l’uscita dai centri residenziali riabilitativi. In assenza di percorsi strutturati di transizione, il rischio è quello di interruzioni nella presa in carico, regressioni cliniche o fenomeni di ri-istituzionalizzazione. Diventa quindi centrale interrogarsi su modelli organizzativi capaci di garantire accompagnamento graduale, case management effettivo e corresponsabilità tra servizi ospedalieri e territoriali.

Uno dei punti più critici riguarda la frammentazione tra ambito sanitario e ambito sociale, che continua a rappresentare un ostacolo strutturale alla costruzione di percorsi di cura realmente personalizzati e la continuità tra i diversi setting di cura:

– la criticità non risiede nella mancanza di un riconoscimento formale del valore dell’integrazione, quanto nell’assenza di dispositivi operativi condivisi – budget integrati, governance congiunta, sistemi informativi interoperabili – che rendano strutturale e non episodica la collaborazione tra i due ambiti;

– in questo quadro, i DSM sono chiamati a svolgere un ruolo di snodo tra ospedale, territorio e servizi sociali;

– è ancora da esplorare quale livello di risorse sia necessario per rendere effettivo un modello community-based su larga scala, evitando disparità territoriali;

– anche la strutturazione del coinvolgimento di famiglie e caregiver necessita di ulteriori definizioni, per non dipendere esclusivamente da iniziative locali o buone pratiche non standardizzate, e costruendo invece cornici organizzative che ne garantiscano continuità ed equità.

La progressiva diffusione di modelli multidisciplinari e l’introduzione di logiche di task shifting e task sharing pongono questioni sulla definizione dei ruoli professionali, sulla tenuta di questi modelli nel tempo e sulla loro sostenibilità in contesti a risorse limitate:

– in questo quadro, la figura dello psicologo di primo livello rappresenta un ambito in fase di definizione;

– il servizio psicologico di base solleva interrogativi di natura quantitativa e programmatoria rispetto alla capacità del servizio di coprire in modo adeguato la domanda potenziale, in costante crescita, nonché alla sostenibilità economica nel medio periodo.

Barriere economiche, equità e accessibilità

Rimangono aperte numerose questioni riguardo a come le barriere economiche continuino a condizionare l’accesso ai servizi di salute mentale e su quanto gli attuali assetti organizzativi riescano effettivamente a mitigarle.

È da approfondire in che misura sia possibile garantire una reale equità territoriale, tenendo conto delle ampie differenze regionali nella disponibilità di servizi, nella capillarità delle strutture e nella qualità dell’offerta.

Il rapporto pubblico-privato rappresenta un ambito di particolare complessità e richiede una riflessione più ampia: da un lato, il settore privato svolge già un ruolo significativo nell’erogazione di servizi psicologici e psichiatrici, dall’altro è destinato a divenire un fattore di sostegno all’elevato ricorso all’out-of-pocket. Rimane aperta la questione di come definire un equilibrio tra i due settori, evitando che la complementarità si trasformi in frammentazione o in disuguaglianza di accesso.

Resta quindi da chiarire in che modo il privato possa configurarsi come secondo pilastro economico-finanziario a supporto della salute mentale, fornendo strumenti che contribuiscano a contenere la spesa diretta dei cittadini (come fondi integrativi, assicurazioni non sostitutive e modelli di compartecipazione regolata). Questo solleva interrogativi rispetto alle modalità con cui tali strumenti debbano essere regolati affinché rafforzino – e non indeboliscano – l’universalismo del sistema pubblico; in questo quadro, appare ancora necessaria una cornice normativa chiara che definisca responsabilità, ambiti di intervento, criteri di qualità e meccanismi di integrazione tra pubblico e privato, così da garantire trasparenza, equità e sostenibilità complessiva del sistema.

Lavoro

L’inclusione lavorativa e abitativa delle persone con disturbi mentali si configura come un ambito ancora ricco di interrogativi, soprattutto rispetto alla coerenza dei percorsi disponibili. Sono presenti disomogeneità territoriali nei percorsi di inclusione che meritano ulteriori analisi.

In particolare, l’inclusione lavorativa delle persone con disturbi mentali resta un ambito caratterizzato da numerosi interrogativi aperti, non solo per la frammentarietà degli interventi disponibili, ma anche per la difficoltà di garantire percorsi realmente continui e coerenti nel tempo.

– Permangono incertezze rispetto a come si articolino, nella pratica, le diverse fasi del percorso lavoro-salute: dall’accompagnamento all’ingresso nel mondo del lavoro, al mantenimento del posto, fino alla gestione delle fragilità nel lungo periodo.

– Rimane da chiarire il grado di integrazione tra gli attori coinvolti – servizi di salute mentale, servizi per l’impiego, enti formativi, imprese e terzo settore – la cui collaborazione è spesso disomogenea e dipendente da iniziative locali.

– In questo quadro, la continuità del percorso di inclusione lavorativa appare un nodo particolarmente critico, soprattutto nei momenti di transizione, nelle fasi di remissione e ricaduta, o nel passaggio da servizi residenziali e riabilitativi a contesti di maggiore autonomia.

Sono nodi tuttora irrisolti anche quadro normativo che riguarda l’inserimento lavorativo e la coerenza tra i modelli previsti dalle normative e la loro attuazione, sia per quanto riguarda le tutele lavorative per la disabilità psichica, sia rispetto alla capacità del sistema di offrire opportunità lavorative realmente inclusive, stabili e compatibili con il decorso del disturbo mentale.

– La Legge 68/1999 e i meccanismi di collocamento mirato offrono strumenti potenzialmente efficaci, ma la loro applicazione concreta risulta disomogenea e spesso non calibrata sulle specificità delle condizioni psichiche, che richiedono percorsi flessibili, gradualità e adattamenti nel tempo.

– Rimangono aperte questioni relative alla capacità dei servizi per l’impiego di valutare adeguatamente la “congruità” tra persona e posto di lavoro, alla disponibilità di convenzioni realmente orientate all’inclusione e alla possibilità per le imprese di accedere a supporti, incentivi e accompagnamento continuativo.

– Permane inoltre l’esigenza di comprendere come rendere effettive le tutele previste per la disabilità psichica e come superare le barriere culturali che, in ambito occupazionale, restano spesso più forti di quelle strutturali.

Anche il coordinamento tra servizi sanitari, sociali e per l’impiego appare come una dimensione che necessita di chiarimenti strutturali.

Rimangono da chiarire le modalità attraverso cui i DSM possano agire come snodo stabile dei percorsi “lavoro-salute”, assicurando continuità tra fase clinica, riabilitazione e rientro nei contesti occupazionali:

– il potenziale ruolo dei DSM nell’accompagnamento al lavoro solleva interrogativi su competenze, assetti organizzativi e strumenti operativi necessari (per esempio, job coaching, raccordo con il collocamento mirato, interventi di supporto alle aziende);

– permangono incertezze anche rispetto alla sostenibilità di un modello che richiede integrazione costante con servizi per l’impiego, enti formativi, imprese e terzo settore, soprattutto in contesti caratterizzati da scarsità di personale e forte pressione clinica;

– rimane aperta la questione di come i DSM possano contribuire a rendere più fluidi i passaggi critici – rientro al lavoro dopo un episodio acuto, uscita da contesti residenziali riabilitativi, necessità di accomodamenti ragionevoli – garantendo un sostegno che accompagni la persona nel lungo periodo.

Resta aperta la questione del lavoro come possibile fattore di rischio per la salute mentale, soprattutto in un contesto caratterizzato da crescente precarietà, intensificazione dei carichi, pressioni prestazionali e trasformazioni tecnologiche accelerate.

– Permangono interrogativi su come tali condizioni incidano sulla vulnerabilità psicologica delle persone, in particolare di chi presenta fragilità pregresse o vive percorsi di cura. Rimane inoltre da indagare in quali settori e configurazioni organizzative il rischio psicosociale risulti più accentuato, e in che misura i modelli attuali di valutazione e prevenzione dello stress lavorocorrelato riescano a cogliere la complessità delle nuove forme di malessere lavorativo (burnout, tecnostress, job insecurity, overload digitale).

– Anche il tema della flessibilità e degli adattamenti organizzativi come strumenti per mitigare tali rischi rappresenta un’area che necessita di ulteriori approfondimenti, soprattutto per comprendere come conciliare produttività, tutela della salute e condizioni di vulnerabilità psicologica.

Giovani, scuola e transizione ai servizi per adulti

I dati epidemiologici degli ultimi anni segnalano un aumento significativo del disagio psicologico tra bambini e adolescenti, accentuato anche dalle conseguenze della pandemia. Rimane tuttavia aperta la questione se le risposte oggi disponibili – in termini di accessibilità dei servizi, tempestività degli interventi e capillarità della rete – siano effettivamente proporzionate alla portata del fenomeno.

A ciò si affianca una riflessione ancora incompiuta sul ruolo della prevenzione e sulla necessità di una cultura diffusa della salute mentale, che coinvolga non solo i professionisti ma anche le famiglie, le comunità e le istituzioni educative. La distanza tra il bisogno emergente e la capacità di risposta del sistema rappresenta un nodo critico che richiede un’analisi approfondita.

La scuola è sempre più chiamata a svolgere un ruolo attivo nei percorsi di prevenzione, identificazione precoce e supporto al disagio psicologico degli studenti, come spesso richiamato in letteratura e, non ultimo, dal nuovo PANMS. Tuttavia:

– rimane aperto il dibattito su quale sia il perimetro realistico e sostenibile di tale ruolo, evitando di attribuire all’istituzione scolastica responsabilità che eccedono le sue effettive competenze e risorse;

– si contrappongono il rischio di un’eccessiva medicalizzazione del contesto educativo da una parte e quello a una delega impropria a figure non specializzate, che, se non affrontati, rischiano di diventare nodi critici;

– legato a ciò è necessaria maggiore chiarezza su quanto e in quale misura i docenti debbano acquisire competenze in ambito psico-educativo. Non esiste a oggi una definizione condivisa del ruolo che l’insegnante dovrebbe svolgere rispetto al disagio psicologico degli studenti, né un consenso su dove si collochino i confini tra la funzione educativa e quella di supporto alla salute mentale, ma appare latente il rischio di un’aspettativa implicita che assegni all’insegnante una funzione di primo piano senza che questa sia mai stata esplicitamente definita né condivisa.

– Prima ancora della questione delle competenze tecniche, emerge tuttavia un problema più profondo di cultura: la capacità di riconoscere il disagio psicologico e mentale come una condizione legittima quanto quella fisica, di non stigmatizzarla e di saperla accogliere, rappresenta un prerequisito che oggi non può essere dato per scontato nel corpo docente.

– Definire cosa ci si aspetta realisticamente dagli insegnanti – e cosa invece spetta ad altri attori del sistema – rimane un nodo irrisolto, che richiede un confronto aperto tra istituzioni educative e sanitarie.

La presenza dello psicologo a scuola è una realtà in espansione, ma si sviluppa in assenza di un modello organizzativo stabile, condiviso e uniformemente applicato a livello nazionale. Persistono interrogativi fondamentali riguardo alle funzioni specifiche di questa figura, ai criteri di accesso da parte degli studenti, al rapporto con i servizi territoriali e alla continuità del servizio nel tempo. Anche laddove vengono progettati interventi di promozione della salute mentale o di supporto psicologico all’interno delle scuole, la loro sostenibilità nel tempo rappresenta un problema non risolto. Le marcate differenze territoriali – in termini di risorse disponibili, di densità dei servizi e di contesto socioeconomico – rendono difficile garantire standard uniformi. Questa frammentazione rischia di tradursi in una profonda diseguaglianza nell’accesso al supporto psicologico, con ricadute significative in termini di equità.

Inoltre, il contesto scolastico può svolgere una funzione protettiva rispetto allo sviluppo di disagio psicologico, offrendo struttura, relazioni significative e senso di appartenenza. Tuttavia, in determinate condizioni – quali pressioni performative, dinamiche di esclusione, bullismo o ambienti relazionali disfunzionali –, la scuola può essa stessa diventare una fonte di stress e vulnerabilità.

– Comprendere quali variabili determinino l’uno o l’altro esito, e come agire su di esse, rimane una questione aperta che richiede ulteriori approfondimenti sia empirici che metodologici.

Rimane aperta la questione di come garantire continuità educativa e appartenenza scolastica a quegli studenti che, per ragioni diverse, non possono frequentare fisicamente la scuola per periodi prolungati. Si tratta di una popolazione eterogenea e spesso invisibile, come per esempio ragazzi in regime di ricovero ospedaliero od ospiti di strutture riabilitative psichiatriche o residenziali (come nel caso dei disturbi del comportamento alimentare), ma anche adolescenti che hanno progressivamente interrotto ogni forma di partecipazione sociale, come nel caso dei fenomeni di ritiro sociale (tra cui il cosiddetto hikikomori) o di dipendenza da tecnologie digitali e gaming.

– Per queste situazioni, le soluzioni oggi disponibili – dalla scuola in ospedale alla didattica a distanza – appaiono frammentate, disomogenee e spesso insufficienti a preservare non solo l’apprendimento, ma anche la dimensione relazionale e identitaria dell’esperienza scolastica.

– Esistono progetti sperimentali che hanno tentato di rispondere a questi bisogni in modo innovativo, sviluppando modelli di scuola flessibile, percorsi ibridi o interventi di raccordo tra contesto clinico e contesto educativo. Tali esperienze rimangono tuttavia episodiche e circoscritte a singole realtà territoriali, senza che vi sia un sistema strutturato di monitoraggio, valutazione e condivisione dei risultati. Sarebbe utile censire queste esperienze, analizzarne l’efficacia e creare le condizioni affinché le più promettenti possano essere diffuse come riferimento per il sistema nel suo complesso; ciò rappresenterebbe un primo passo verso risposte meno frammentate e più equamente distribuite sul territorio.

Infine, un ulteriore elemento di incertezza riguarda l’affidabilità stessa dei dati disponibili: quanto del disagio giovanile rimane sommerso, non diagnosticato o non intercettato dai servizi? La distanza tra prevalenza reale e prevalenza rilevata solleva interrogativi metodologici seri, legati sia alle barriere culturali e socioeconomiche che ostacolano l’accesso alle cure, sia alla capacità dei sistemi di sorveglianza di cogliere fenomeni spesso sfumati e sottodiagnosticati.

– Comprendere la reale dimensione del problema è una precondizione essenziale per calibrare risposte adeguate.

– Rimangono largamente sotto studiati i costi sociali a lungo termine del disagio giovanile non trattato: dall’abbandono scolastico alla ridotta capacità di apprendimento, dai gap di socializzazione alle difficoltà di inserimento lavorativo in età adulta. Studi che quantifichino l’impatto in termini di scolarizzazione, sviluppo del capitale umano e onere economico futuro per la collettività rappresentano ancora una lacuna rilevante nel panorama della ricerca, rendendo difficile tradurre il problema in priorità di policy concrete e sostenibili.

La transizione tra servizi di neuropsichiatria infantile e servizi per adulti continua a sollevare interrogativi rilevanti sulla continuità assistenziale, sui tempi, sulle responsabilità e sulle prese in carico condivise.

Genere

Rispetto al tema del genere – inteso come approccio rispettoso delle differenze non solo tra maschi, femmine e persone transgender e gender diverse (TGD), ma anche bambini e anziani – è necessario un intervento che garantisca sotto diversi aspetti un corretto approccio sia alla diagnosi sia alla presa in carico. In particolare, le persone transgender e gender diverse devono affrontare molteplici ostacoli per l’accesso a un’assistenza sanitaria adeguata, tra cui difficoltà legate alla burocrazia, la discriminazione e stigma, sino alla mancanza di conoscenze mediche. È inoltre fondamentale implementare un approccio che riconosca la differenza tra l’identità di genere e il sesso assegnato alla nascita: mentre il sesso include le caratteristiche biologiche di una persona, che può nascere con caratteristiche sessuali maschili, femminili, o più raramente entrambe, il genere rappresenta le caratteristiche sociali legate al maschile e al femminile, cioè «norme, ruoli e relazioni tra individui definiti come uomini e donne. Come costrutto sociale il genere varia da società a società e può cambiare nel tempo»119.

Formazione per professionisti e operatori del settore: è necessario promuovere programmi affinché possano comprendere appieno le complessità legate alle questioni di genere. La formazione clinica dovrebbe inoltre mirare a ridurre il pregiudizio implicito verso le minoranze di genere e fornire competenze su medicina di genere, orientamento sessuale e identità di genere. È fondamentale sensibilizzare alla comunicazione inclusiva e affermativa. Questa preparazione garantirà un approccio consapevole e competente, in grado di rispondere alle esigenze specifiche delle diverse popolazioni.

Strutture: le strutture esistenti, come i servizi sanitari e le reti di supporto, devono essere riviste e aggiornate per essere più inclusive. Dal punto di vista organizzativo, è necessario rimuovere le barriere legate alla posizione fisica dei servizi sociosanitari e all’architettura degli ambienti sanitari, come bagni e spogliatoi limitati al genere e la mancanza di privacy. Inoltre, è fondamentale introdurre materiali informativi adeguati ai diversi generi. In caso contrario queste barriere possono ostacolare un’assistenza di qualità e l’apprendimento su specifici problemi di salute. Pratiche mediche non inclusive, come la gestione dei dati anagrafici e delle cartelle cliniche, possono ulteriormente impedire l’accesso all’assistenza sanitaria, specialmente quando nomi e pronomi differiscono dalle informazioni legali e la storia di rettifica di genere non è registrata.

Accesso ai Servizi: è cruciale rimuovere le barriere che possono ostacolare l’accesso ai servizi legati alla salute mentale e al supporto per le questioni di genere. Le problematiche legate al codice fiscale, ad esempio, possono limitare l’accesso a cure e supporto. È necessario lavorare per garantire che tutti possano usufruire dei servizi, senza discriminazioni.

Personalizzazione delle terapie: è fondamentale che le terapie e i servizi siano personalizzati per rispondere meglio alle esigenze individuali. Questo richiede un approccio flessibile e adattabile, in grado di considerare le diversità culturali, sociali e personali, specialmente per le popolazioni vulnerabili come le persone transgender e gli uomini gay.

Misurazione, dati, impatto e nuovi paradigmi

Rimane aperta la questione di quanto i dati oggi disponibili riflettano effettivamente la reale entità del fenomeno.

Come sottolineato, la sottostima opera su più livelli:

– una quota significativa di popolazione che soffre di disturbi mentali non riceve alcuna diagnosi né trattamento, rimanendo invisibile ai sistemi di rilevazione;

– i costi sanitari diretti documentati in letteratura non includono la spesa out-of-pocket né la totalità delle spese sanitarie indirette;

– i costi non sanitari – come la perdita di produttività, l’assenteismo e la disoccupazione – sono difficili da quantificare con precisione e non incorporano pienamente il carico che ricade su familiari e caregiver.

– Questa sistematica sottostima rischia di tradursi in una programmazione delle risorse e delle politiche che non rispecchia la reale dimensione del problema.

Un altro ambito da potenziare riguarda lo sviluppo di metriche capaci di cogliere la complessità della salute mentale nella sua interezza, includendo i determinanti sociali, economici e ambientali che ne influenzano l’insorgenza e il decorso.

– Gli strumenti di misurazione oggi disponibili tendono a riflettere una visione parziale del fenomeno, con il rischio di orientare le politiche su basi conoscitive insufficienti.

– Va approfondito il tema di come costruire sistemi di misurazione più robusti e su come questi possano tradursi in strumenti effettivi di programmazione regionale e nazionale basata sulle evidenze.

L’introduzione del paradigma del Brain-Mind Capital nel dibattito sulle politiche economiche e sociali rappresenta un tentativo di ricondurre la salute mentale entro una cornice di valore riconoscibile contestualmente su diversi piani – sanitario, macroeconomico e sociale – legando il benessere cognitivo ed emotivo della popolazione alla produttività, alla coesione sociale e alla competitività dei sistemi paese.

– Questo approccio spinge alla riflessione circa le forme di governance necessarie per tradurlo in indirizzi operativi, sulle priorità da definire tra investimenti preventivi, curativi e riabilitativi, e sugli strumenti di policy da adottare per renderlo parte strutturale delle strategie pubbliche.

– Rimane aperta la questione di come questo paradigma possa essere reso concreto e praticabile – attraverso indicatori, obiettivi misurabili e meccanismi di accountability – evitando che rimanga una cornice concettuale di alto profilo senza ricadute effettive sulle decisioni di investimento e di allocazione delle risorse a livello nazionale e regionale.

Il nuovo paradigma evidenzia anche la persistente tensione irrisolta tra la logica prevalente di risposta al bisogno conclamato – che continua ad assorbire la quota più rilevante delle risorse disponibili – e la crescente evidenza che gli interventi di prevenzione e promozione della salute mentale generino ritorni significativi sul piano sanitario, sociale ed economico nel medio e lungo periodo.

– Rimane aperto l’interrogativo su come tradurre questa evidenza in scelte programmatiche concrete: quali modelli di prevenzione abbiano dimostrato sufficiente efficacia da giustificare investimenti strutturali, come misurarne i ritorni in un orizzonte temporale che eccede i cicli ordinari di programmazione politica, e come superare la resistenza culturale e istituzionale a finanziare interventi i cui benefici sono differiti e difficilmente attribuibili a singole azioni.

– La prevenzione rischia altrimenti di restare un principio condiviso a parole ma sistematicamente sacrificato nelle scelte allocative reali.

Adottare il paradigma del Brain-Mind Capital non significa soltanto ridefinire le priorità di investimento, ma implica anche ripensare profondamente gli strumenti con cui si raccolgono, analizzano e interpretano i dati sulla salute mentale e sul suo impatto sistemico.

– Gli strumenti oggi impiegati parlando di materia sanitaria sono stati costruiti attorno a logiche prevalentemente cliniche e sanitarie, e risultano inadeguati a catturare dimensioni più ampie come il capitale cognitivo, la resilienza sociale o il contributo della salute mentale alla produttività e alla coesione.

– Strumenti teorici per la misurazione del Brain-Mind Capital esistono già – tra cui il Brain Capital Index e il sistema dei pillar che lo compongono – e offrono una cornice concettuale articolata, capace di integrare dimensioni sanitarie, economiche e sociali in una visione unitaria. Il punto aperto non riguarda quindi la disponibilità di questi strumenti, quanto la possibilità concreta di adattarli e integrarli nel contesto del nostro sistema. Rimane da chiarire come raccordare indicatori che per natura attraversano ambiti istituzionali diversi – la sanità, il welfare, l’economia, l’istruzione – e a chi dovrebbe fare capo, dal punto di vista istituzionale, la responsabilità di raccoglierli, aggiornarli e utilizzarli per orientare le politiche. L’assenza di una regia chiara rischia di rendere questi strumenti inapplicabili nella pratica, indipendentemente dalla loro solidità teorica.

– A ciò si aggiunge una questione culturale: perché il Brain Capital Index e strumenti analoghi entrino stabilmente nel lessico della programmazione pubblica, è necessario che i decisori – a tutti i livelli – sviluppino la capacità di leggere la salute mentale come una variabile rilevante per lo sviluppo del Paese, e non solo come un capitolo della spesa sanitaria.

Note

a La depressione è riconosciuta come una delle principali cause di disabilità a livello globale e si stima che diventerà la prima causa di spesa sanitaria e disabilità lavorativa entro il 2030.

b Si stima il raddoppio (o quasi triplicamento) dei casi di demenza entro il 2050, con tappe intermedie critiche già per il 2030. A tal proposito, lo studio più noto, pubblicato da The Lancet nel 2022, prevede che il numero di persone con demenza aumenterà dai 57,4 milioni del 2019 ai152,8 milioni nel 2050.

c Ulteriori stime fanno riferimento a un rapporto di una persona su due6.

d Questi dati richiedono tuttavia alcune precisazioni. Sul fronte dei DAN, il quadro è più articolato di quanto i numeri aggregati suggeriscano: l’anoressia nervosa è circa dieci volte più comune nelle donne, la bulimia nervosa trenta volte; il binge eating disorder si distribuisce invece in modo più equilibrato, con gli uomini che rappresentano circa il 40% delle diagnosi. Esiste inoltre una probabile sottostima sistematica della prevalenza maschile, legata al fatto che i criteri diagnostici sono stati storicamente costruiti sulla presentazione clinica femminile. I dati empirici più recenti mostrano anzi che la popolazione maschile è quella in maggiore crescita tra i soggetti con DAN.

e Stesso meccanismo segnalato per i DAN vale per il PTSD maschile, spesso non diagnosticato perché gli uomini tendono a manifestare il disagio attraverso comportamenti esternalizzanti (abuso di sostanze, aggressività) piuttosto che con la sintomatologia classica, rendendo più difficile l’identificazione clinica e portando a una sottostima della reale prevalenza maschile.

f Come nel caso degli altri disturbi, anche la depressione perinatale può presentarsi come fenomeno maschile, con una prevalenza del 10% nella popolazione generale. Essa differisce da quella materna in termini di presentazione clinica, e per questo richiede l’uso di strumenti diagnostici appropriati.

g La fonte di quei dati è la sezione epidemiologica del Ministero della Salute, che riporta stime basate sulla popolazione residente al 1° gennaio 2023 e applica tassi di prevalenza alla popolazione Istat per calcolare i casi di demenza, demenza giovanile e Mild Cognitive Impairment (MCI) in Italia.

h Il Rapporto, alla data di stesura del presente documento, non è ancora disponibile. I dati riportati sono stati presentati da Christine Brown (Direttrice dell’Ufficio europeo per gli investimenti per la salute e lo sviluppo dell’OMS) in occasione del convegno “Oggi chi è il mio prossimo” – organizzato in collaborazione tra l’Ufficio Europeo dell’OMS e la CEI (Roma, 18 marzo 2026). Per un approfondimento sul Secondo Rapporto Europeo sullo Stato dell’Equità in Salute (HESRi2), si veda il Toolbox 3. Il primo rapporto HESRi, pubblicato nel 2019, è invece disponibile e scaricabile dal sito del WHO26.

i Mentre tradizionalmente gli studi sul tema si sono riferiti ai “mental disorders” – facendo riferimento alla vasta gamma di condizioni che influenzano il pensiero, le emozioni e il comportamento, ma non sempre direttamente collegate a cambiamenti strutturali nel cervello (esempi: depressione, ansia, disturbo bipolare, schizofrenia), focalizzandosi sugli aspetti psicologici, comportamentali e sociali –, i brain-mind disorders comprendono anche i disturbi che coinvolgono direttamente la struttura e la funzione del cervello, come malattie neurodegenerative, lesioni cerebrali o disturbi neurologici.

l In particolare, la guida “Guidance on mental health policy and strategic action plans” propone principi per la creazione di quadri normativi sostenibili e inclusivi, accompagnati da strumenti concreti per l’implementazione e il monitoraggio delle politiche nazionali. Questo orientamento è coerente con il “Comprehensive Mental Health Action Plan 2013-2030”, adottato dall’Assemblea Mondiale della Sanità, che pone la promozione e la prevenzione tra gli obiettivi centrali, insieme alla governance efficace, ai servizi integrati e alla ricerca scientifica. L’estensione temporale del piano fino al 2030 riflette l’urgenza di affrontare sia il carico crescente di disturbi mentali sia le evidenti lacune nell’accesso ai servizi e nella copertura assistenziale universale. Per un approfondimento si rimanda al WHO95.

m L’EMEA agisce come istituto di ricerca indipendente e come forum di dibattito e riunisce i principali economisti ed esperti nazionali e internazionali sui temi dello sviluppo socioeconomico, finanziario e politico nell’area che comprende Europa, Mediterraneo e Africa per rispondere alle sfide attuali e future. Per approfondimenti: https://euromed-economists.org/

n Come sottolineato da Paweł S´wieboda (fondatore di NeuroCentury, consulente EMEA e cofondatore della Brain Capital Alliance): «Given demographic trends and the prevalence of brain disorders in older age, unlocking investment in prevention, discovery science, drug development, psycho-social interventions and infrastructure of care is essential to make our welfare states ready for one of the most consequential challenges this century»114.

Acknowledgement: l’open access del documento è stato reso possibile grazie al contributo non condizionante di Angelini Pharma.

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