In questo numero

Un filo sottile attraversa i contributi di questo fascicolo estivo di Recenti Progressi in Medicina: la medicina del futuro sarà tanto più efficace quanto più riuscirà a mantenere la persona al proprio centro, come soggetto di diritti e non come oggetto di interventi. Lo dimostrano, da angolazioni diverse, tutti gli articoli qui raccolti.

Uno degli editoriali (pagina 321) si apre con una domanda che nei mesi scorsi ha attraversato le agende di istituzioni sanitarie e comunità scientifiche di tutto il mondo: come si governa l’intelligenza artificiale (IA) in sanità? Antonio Addis e Luca De Fiore partono dai lavori del JAMA Summit on AI per mettere a fuoco una contraddizione sempre più difficile da ignorare: gli strumenti di IA si diffondono a una velocità senza precedenti, mentre la capacità di valutarne gli effetti reali sulla salute dei pazienti resta drammaticamente indietro. Più di 1.200 dispositivi medici con componenti di IA hanno già ricevuto l’approvazione della Food and drug administration statunitense, eppure gran parte di essi entra nella pratica clinica senza studi rigorosi sugli esiti di salute. Non è solo un problema regolatorio: è una questione di potere – chi decide, chi valuta, chi risponde delle conseguenze. E a complicare il quadro si aggiunge la dimensione ambientale, richiamata anche dall’enciclica papale Magnifica humanitas: i grandi modelli linguistici consumano quantità enormi di energia e acqua, in un paradosso che vede l’IA essere al tempo stesso parte del problema e potenziale parte della soluzione sul piano della sostenibilità.

La rubrica Dalla letteratura, dedicata alla nona edizione del convegno 4words26, porta nel fascicolo voci che interrogano l’IA da prospettive complementari. Caterina Rizzo ha illustrato il ruolo crescente dei Large language model nella sorveglianza delle infezioni ospedaliere e nel governo dell’antimicrobico-resistenza: strumenti promettenti, ma che richiedono co-design clinico, standard di validazione rigorosi e una governance solida. Mary Beth Ritchey ha messo in discussione il dogma della piramide delle evidenze: i real world data, analizzati con rigore, possono riprodurre i risultati dei trial randomizzati, e l’IA offre strumenti potenti per questa analisi. Ma proprio qui si apre il cortocircuito segnalato da Addis e De Fiore: si delega all’IA la valutazione dell’IA stessa, rendendo ancora più urgente quello “scetticismo propositivo” che gli autori indicano come bussola irrinunciabile. Richard Smith, infine, ha descritto come l’IA stia già trasformando la produzione e la verifica della conoscenza scientifica, alimentando la corsa alle frodi ma aprendo anche la possibilità di una scienza condivisa e verificabile. In tutti e tre i casi, la domanda di fondo è la stessa: chi controlla? Chi risponde?

A queste riflessioni si aggiunge il contributo di Giampaolo Collecchia (pagina 332) sul prezzo cognitivo dell’IA. Il concetto di deskilling – la perdita progressiva di competenze cliniche causata dalla delega sistematica agli algoritmi – non riguarda solo il singolo professionista ma l’intero sistema sanitario: una struttura che dipende troppo dall’IA diventa meno resiliente, soprattutto di fronte a situazioni che esulano dai modelli standard. Mantenere il giudizio umano al centro del processo decisionale non è nostalgia luddista ma una necessità clinica ed etica.

Se la prima parte del fascicolo interroga il futuro tecnologico della medicina, la seconda ne richiama le fondamenta etiche e relazionali. Giuseppe Gristina (pagina 315) affronta con rigore e passione civile il rapporto tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito, sette anni dopo la sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale e in presenza di un vuoto legislativo che il Parlamento non ha ancora colmato. La posizione della Società Italiana di Cure Palliative – che esclude il medico palliativista dalla fase attuativa della procedura – viene letta da Gristina come un passo indietro rispetto alla missione fondativa di questa disciplina. Le cure palliative sono nate precisamente per restituire centralità alla persona malata nella sua interezza. Distanziarsi formalmente dal suicidio medicalmente assistito significa lasciare sola la persona più fragile nel momento più difficile, riconsegnando le cure palliative al ruolo ancillare che la medicina tradizionale ha sempre loro riservato. Il vero terreno di sfida non è procedurale ma culturale: la morte non può continuare a essere censurata ai margini dell’esperienza clinica.

Sandro Spinsanti (pagina 325) ragiona sul buon uso dei protocolli. Necessari e irrinunciabili, i protocolli garantiscono rigore scientifico e protezione legale. Ma possono anche diventare uno strumento di esclusione del malato dalla decisione: un’autorità anonima che perpetua asimmetrie di potere antiche quanto la medicina stessa.

I contributi di Gristina e Spinsanti, letti insieme, parlano la stessa lingua di quella di diversi altri autori presenti in questo fascicolo: quella di una medicina che non si riduce a un sistema di prestazioni, che deve tornare a essere – o forse diventare per la prima volta davvero – un’alleanza tra il professionista e la persona che soffre. Governare l’IA, usare bene i protocolli, accompagnare il malato fino alla fine: sono sfide diverse che chiedono la stessa risposta. Non tecnica. Politica, nel senso più alto del termine.