Dalla letteratura

Le parole dell’innovazione in sanità

Roma, 14 maggio 2026, Centro congressi Roma Eventi

Le pagine del numero estivo della rubrica “Dalla letteratura” di Recenti Progressi in Medicina sono dedicate, come ogni anno, a un rapido resoconto degli interventi dei relatori che, da punti di vista diversi, hanno approfondito il significato e le parole chiave discusse alla nona riunione annuale “4words - Le parole dell’innovazione in sanità”. Gli argomenti dell’edizione del 2026 (4words26) sono stati: prevenzione, cronicità, contrasti, domani. Ci auguriamo così di tenere aperto il confronto e sollecitare fra i lettori la discussione sulla sanità che sta cambiando.

PREVENZIONE

Fabio De Iaco
Il Pronto soccorso come “camera con vista”: emergenza, prevenzione e sanità territoriale

La medicina d’urgenza è un osservatorio privilegiato sui fallimenti del sistema. Ma il Pronto soccorso non può continuare a fare il lavoro degli altri: servono prevenzione di comunità e decisori capaci di guardare l’orizzonte.

Il Pronto soccorso è «una camera con vista sul Servizio sanitario nazionale». Chi vuole comprendere realmente cosa funziona e cosa no nel sistema sanitario non ha che da trascorrere qualche turno in reparto. È da questa premessa che inizia l’intervento di Fabio De Iaco (Ospedale Maria Vittoria, Asl Città di Torino), che intreccia dati epidemiologici, esperienze internazionali e una riflessione sul ruolo che la medicina d’urgenza potrebbe e dovrebbe svolgere nell’ambito della prevenzione.

Questa, riporta De Iaco, non si limita a gestire codici minori: circa il 14% degli accessi corrisponde a condizioni sensibili alle cure di emergenza. In queste situazioni, dalle sepsi alle patologie cardiovascolari, respiratorie, metaboliche e neurologiche, l’intervento del Pronto soccorso modifica concretamente il destino del paziente. Eppure, proprio su queste patologie, i dati epidemiologici restituiscono un paradosso. I successi della farmacologia preventiva sono innegabili: l’incidenza della cardiopatia ischemica in Europa occidentale è scesa del 36% tra il 1990 e il 2020, e la mortalità del 60%. Ma il volume complessivo delle visite cardiovascolari negli Stati Uniti è raddoppiato tra il 1999 e il 2020, sospinto dalla crescita di scompenso cardiaco, fibrillazione atriale e stenosi aortica. Sono tutte patologie legate all’invecchiamento e a una sopravvivenza migliorata che trasforma le acuzie in cronicità. Sul fronte respiratorio, i ricoveri per bronco-pneumopatia cronica ostruttiva (Bpco) sono in costante aumento e non si registrano nuovi farmaci capaci di modificarne la storia naturale da più di quindici anni. Il dato forse più allarmante, secondo De Iaco, riguarda la salute mentale: tra il 1999 e il 2019 le visite psichiatriche in pronto soccorso per gli under 24 sono cresciute del 56%, con un incremento annuo delle presentazioni correlate al rischio suicidario del 23%. In Italia, il 10% delle consulenze psichiatriche richieste nei Pronto soccorso riguarda oggi pazienti minorenni, in un contesto in cui la neuropsichiatria infantile è disponibile solo in orario d’ufficio in oltre la metà degli ospedali.

Secondo De Iaco, di fronte a questo scenario, la sola prevenzione farmacologica non basta. È una dimostrazione convincente il Progetto North Karelia: avviato nel 1972 in una regione rurale della Finlandia con altissima mortalità coronarica, il programma combinò educazione sanitaria comunitaria, campagne antifumo, collaborazione con l’industria alimentare per ridurre grassi saturi e sale, politiche fiscali sui consumi e comunicazione istituzionale. Al 2011 la mortalità per malattia coronarica era scesa dell’84% nel North Karelia e dell’82% nell’intera Finlandia, e i promotori stessi chiarirono che quel risultato fu determinato principalmente dagli interventi sui fattori di rischio comportamentali, non dai miglioramenti terapeutici.

In una prospettiva più recente, uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2025 ha stimato che eliminare simultaneamente quattro fattori di rischio – ipertensione, diabete, fumo e dislipidemia – potrebbe voler dire oltre cinque anni di vita in buona salute per le donne1.

Il Pronto soccorso, nell’idea di De Iaco, non deve svolgere solo il ruolo di vittima delle inefficienze del sistema: può essere anche un attore attivo della prevenzione terziaria e quaternaria, ovvero la riduzione del danno da iper-medicalizzazione. Sul fronte delle fratture da fragilità, oltre il 90% dei pazienti non accede ad alcuno specialista di osteoporosi nel primo anno dopo l’evento, e almeno il 30% si rifrattura entro i dodici mesi successivi: segnalare il sospetto clinico e attivare un percorso con il medico di medicina generale sarebbe un intervento a basso costo e ad alta efficacia. Analogamente, riconoscere pattern di accessi multipli e polisintomatismo potrebbe orientare precocemente verso i centri per malattie rare. Sul versante della prevenzione quaternaria, il numero di anziani che perde autonomia e capacità cognitiva dopo giorni trascorsi su una barella per condizioni banali è un fenomeno quotidiano, difficile da quantificare ma ben noto a chiunque lavori in quel contesto.




Bibliografia

1. Global Cardiovascular Risk Consortium; Magnussen C, Alegre-Diaz J, Al-Nasser LA, et al.; The Global Cardiovascular Risk Consortium. Global Effect of Cardiovascular Risk Factors on Lifetime Estimates. N Engl J Med 2025; 393: 125-38.

A cura di Andrea Calignano

Think2it

Caterina Rizzo
Prevenzione, sorveglianza e antimicrobico-resistenza: il ruolo dei Large language models

Il ruolo dei Large language models (Llm) nella prevenzione e nella sorveglianza dell’antimicrobico-resistenza è già importante, ma può diventare un vero e proprio “game changer” nei prossimi anni. Lo ha spiegato Caterina Rizzo nel suo intervento. Rizzo, professoressa ordinaria di Igiene e medicina preventiva presso il Dipartimento di Ricerca traslazionale e delle nuove tecnologie in medicina e chirurgia dell’Università di Pisa, ha sottolineato con forza che per un’adozione responsabile dell’intelligenza artificiale (IA) in questo ambito sono oggi indispensabili una governance solida e standard di validazione rigorosi, che garantiscano la massima sicurezza e affidabilità dei sistemi.

L’IA comprende diversi strumenti, tra cui il Machine Learning (ML) tradizionale e i Llm. Mentre il ML analizza principalmente dati strutturati per compiti specifici, gli Llm elaborano anche dati non strutturati, come i testi liberi inseriti dai medici nelle cartelle cliniche. Questa flessibilità supera i limiti della sintesi manuale dei dati, spesso trascurata nella pratica clinica. Inoltre, gli Llm offrono una capacità di generalizzazione decisamente superiore rispetto al Machine Learning classico. Ciò consente di riadattare un unico modello a diverse realtà ospedaliere, aprendo la strada a soluzioni future come l’identificazione di target antigenici per lo sviluppo di nuovi farmaci. L’IA rappresenta una svolta epocale nello sviluppo di nuovi antimicrobici. Attraverso l’addestramento di un Llm con oltre 630.000 peptidi, abbiamo potuto identificare due composti efficaci contro la Klebsiella pneumoniae multiresistente in modelli murini. Questa tecnologia offre una speranza terapeutica cruciale per i pazienti ospedalieri affetti da infezioni altrimenti incurabili. Oltre alla farmacologia, il campo in cui l’IA esprime il suo massimo potenziale applicativo è la sorveglianza sanitaria. Quest’ultima costituisce il pilastro fondamentale della prevenzione primaria e della gestione delle emergenze.

Spiega Rizzo: «Io ho lavorato in digital epidemiology e lavoro sui segnali che provengono dai social media, quindi questa attività di sorveglianza con metodi innovativi (e con metodiche che si avvicinano molto al machine learning) esiste già da tempo; però, il punto è che non c’è stata mai una vera applicazione pratica nella pratica clinica che noi svolgiamo all’interno delle strutture. Chi lavora in ospedale sa perfettamente che sì, ci sono le cartelle cliniche elettroniche, ma magari non sono presenti in tutte le unità operative. Alcuni le usano di più, altri le usano di meno, magari non c’è quella delle prestazioni ambulatoriali ma c’è quella soltanto dei reparti. Sappiamo che ci possono essere anche a livello del singolo ospedale delle differenze di applicazione dell’utilizzo della cartella clinica elettronica. Sappiamo però anche che questi dati che abbiamo a disposizione sono molto interessanti e molto utili, ci possono in qualche modo guidare e aiutare a tirare fuori delle informazioni attraverso degli algoritmi specifici che ci permettono di identificare se un paziente ha o non ha un’infezione correlata all’assistenza o potenzialmente potrebbe avere un fattore di rischio che predispone verso l’acquisizione di un’infezione correlata all’assistenza, magari con un microrganismo multiresistente». E aggiunge: «Nel processo di prevenzione esistono momenti specifici in cui possiamo intervenire, ciascuno dei quali rappresenta un caso d’uso fondamentale. Possiamo agire sia sulla predizione delle infezioni correlate all’assistenza (Ica), sia sulla gestione dei focolai (outbreak management), un aspetto cruciale dato che i microrganismi si trasmettono rapidamente all’interno delle strutture ospedaliere causando infezioni e colonizzazioni. L’IA e le nuove tecnologie diventano quindi essenziali per il rilevamento tempestivo dei casi (detection) e per il successivo trattamento (treatment). Parallela e trasversale a tutte queste attività resta la sorveglianza sanitaria, il vero pilastro fondamentale di ogni intervento».

Rizzo ha poi ripercorso le tappe dell’aggiornamento della revisione sistematica firmata nel 2020 dal gruppo di Anna Odone, Professoressa ordinaria di Igiene presso il Dipartimento di Sanità pubblica, medicina sperimentale e forense dell’Università di Pavia. In quel primo articolo erano citati 27 lavori1: il lavoro congiunto dei gruppi di Pavia e Pisa ha permesso di prendere in esame 114 articoli sul tema che soddisfacevano i criteri di inclusione nella revisione. «È proprio di questo periodo all’interno dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana l’ipotesi di un’applicazione pratica di queste tecnologie, in particolare degli Llm, per sorvegliare e fare un focus sulle infezioni del sito chirurgico che oggi rappresentano un caveat molto importante all’interno delle strutture ospedaliere. Il sistema sta fornendo dati molto interessanti, sebbene la protezione della privacy renda il metodo di difficile applicazione su territori estesi».

La letteratura scientifica evidenzia come la classificazione rapida delle infezioni richieda un approccio combinato e strutturato in due fasi. Il primo step prevede l’estrazione di informazioni da variabili sia strutturate che non strutturate; il secondo consiste nell’applicazione sinergica di metodi classici basati su regole (rule-based), algoritmi di ML e Llm. Un altro ambito applicativo di grande rilievo è l’antimicrobial stewardship. Un recente studio pilota condotto su 60 casi clinici, validati da tre infettivologi, ha messo a confronto diversi Llm per valutarne l’appropriatezza prescrittiva. I risultati mostrano che il trattamento suggerito dall’IA è risultato appropriato nel 71,7% dei casi, con un dosaggio corretto nel 96,7% e una durata terapeutica idonea nel 75% dei casi2. È fondamentale sottolineare che questi sistemi non sostituiscono l’atto medico: il professionista rimane l’unico responsabile della validazione clinica. L’IA non deve essere intesa come un sostituto del medico, ma come un prezioso strumento di supporto decisionale in grado di alleggerire il carico di lavoro burocratico e quotidiano.

Rizzo ha concluso così il suo intervento: «L’impiego dell’IA come Sistema di Supporto alle Decisioni Cliniche (CDSS) evidenzia oggi forti limiti legati alla mancanza di validazione e standardizzazione dei Llm. Per integrarli in modo sicuro nei CDSS, non possiamo affidarci a soluzioni commerciali generiche: è necessario un approccio basato sul co-design, progettato su misura per il contesto clinico, al fine di azzerare l’elevato rischio di errore. Nella pratica corrente, gli Llm si dimostrano già efficaci nell’ottimizzare l’antimicrobial stewardship e nel sintetizzare la documentazione clinica, proponendo raccomandazioni che il medico dovrà poi validare. Guardando alle prospettive future della sorveglianza sanitaria, l’evoluzione supera il classico ML per abbracciare i generative voice agent. Questa tecnologia rivoluzionerà la medicina territoriale e ospedaliera, in particolare nella gestione dei follow-up. Per esempio, le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dei Centers for disease control and prevention (Cdc) prevedono il monitoraggio delle infezioni del sito chirurgico a 30 o 90 giorni dalle dimissioni. Data la riduzione dei tempi di degenza, rintracciare i pazienti è complesso; un assistente vocale automatizzato potrebbe gestire i follow-up su larga scala, raccogliendo dati precisi e liberando il personale sanitario per attività a maggior valore aggiunto. Le principali sfide nell’adozione di queste tecnologie non sono meramente tecniche, ma sistemiche. Lo sviluppo richiede un’effettiva integrazione multidisciplinare: ingegneri e data scientist devono collaborare strettamente con i clinici. Per un’adozione responsabile dell’IA, sono oggi indispensabili una governance solida e standard di validazione rigorosi, che garantiscano la massima sicurezza e affidabilità dei sistemi».




Bibliografia

1. Scardoni A, Balzarini F, Signorelli C, Cabitza F, Odone A. Artificial intelligence-based tools to control healthcare associated infections: A systematic review of the literature. J Infect Public Health 2020; 13: 1061-77.

2. De Vito A, Geremia N, Fiore Bavaro D, et al. Comparing large language models for antibiotic prescribing in different clinical scenarios: which performs better? Clin Microbiol Infect 2025; 31: 1336-42.

A cura di David Frati

Il Pensiero Scientifico Editore

CRONICITÀ

Maurizio Franzini
La transizione demografica e il futuro del benessere sociale

Il punto di partenza dell’intervento di Maurizio Franzini, economista della Sapienza Università di Roma, è un dato ormai consolidato: l’Italia, come molti altri Paesi, sta invecchiando. Negli ultimi decenni l’età media della popolazione è aumentata significativamente e le proiezioni demografiche indicano che entro il 2050 circa un residente su tre avrà più di 65 anni. Si tratta del risultato di due dinamiche convergenti: l’allungamento della vita media e il persistente calo della natalità. Ne deriva uno squilibrio strutturale tra anziani e giovani destinato ad accentuarsi. Tra gli effetti già visibili figurano la riduzione del numero di studenti, l’aumento degli occupati più anziani e la trasformazione della struttura familiare, con una crescita delle persone che vivono sole e dei nuclei monoparentali. Cambiamenti che incidono profondamente sull’organizzazione della vita sociale e sulla domanda di servizi.

Alcuni dati aiutano a inquadrare il fenomeno. Sul versante della longevità, l’Italia si colloca tra i Paesi con la speranza di vita più elevata, sia alla nascita sia a 65 anni. Secondo i dati discussi a 4words26, chi raggiunge i 65 anni può attendersi mediamente altri 21 anni di vita, circa 23 nel caso delle donne. Tuttavia, la speranza di vita in buona salute non è cresciuta in misura comparabile a quella complessiva. Un dato cruciale per comprendere le implicazioni dell’invecchiamento sia per il sistema sanitario sia per quello previdenziale.




Sul fronte della natalità, invece, si osserva un drastico calo della fecondità, particolarmente accentuato in Italia. Con 1,14 figli per donna, il nostro Paese registra uno dei valori più bassi al mondo, ben al di sotto della soglia necessaria a garantire il ricambio generazionale. Secondo Franzini, le crisi economiche hanno contribuito a comprimere ulteriormente la natalità, mentre continua ad aumentare l’età al primo figlio. Anche il contributo dell’immigrazione al contenimento del calo delle nascite si è progressivamente ridotto, riflettendo condizioni economiche e sociali che incidono ormai trasversalmente su tutte le famiglie.

L’effetto combinato di questi processi si riflette anche sulla dimensione complessiva della popolazione italiana, che secondo le stime potrebbe scendere a circa 52-53 milioni di abitanti entro trent’anni. L’entità del calo dipenderà in larga misura dall’andamento dei flussi migratori, una variabile per sua natura difficile da prevedere. L’economista ha osservato come il dibattito pubblico spesso sottovaluti il ruolo potenzialmente positivo dell’immigrazione. Molti Paesi europei caratterizzati da bassi livelli di fecondità mantengono infatti atteggiamenti restrittivi nei confronti dei flussi migratori, rinunciando a uno degli strumenti che potrebbero contribuire ad attenuare gli squilibri demografici.

Ma quali sono le conseguenze economiche di questa transizione? Un indicatore utile è l’indice di dipendenza, cioè il rapporto tra la popolazione anziana e quella in età lavorativa. Nel 2022 tale indice era pari a 37,5 (che corrisponde a circa 0,4 anziani per ogni persona potenzialmente occupata); le proiezioni indicano che nel 2050 salirà a 66, con evidenti implicazioni per la sostenibilità del sistema previdenziale. In un sistema a ripartizione come quello italiano, infatti, le pensioni correnti sono finanziate dai contributi versati dai lavoratori attivi. L’aumento del numero dei pensionati e la riduzione relativa della popolazione in età lavorativa pongono quindi sfide significative.

Tra le possibili risposte, Franzini indica anzitutto l’aumento del tasso di occupazione, storicamente inferiore alla media europea, e il contributo dell’immigrazione al riequilibrio della forza lavoro. Più scettico invece sull’innalzamento dell’età pensionabile come soluzione strutturale: nel sistema contributivo, osserva, il posticipo del pensionamento tende a produrre effetti sostanzialmente neutri sul piano attuariale.

Il dibattito, tuttavia, non dovrebbe limitarsi alla sostenibilità finanziaria del sistema, ma interrogarsi anche sull’adeguatezza delle pensioni future. La diffusione di carriere discontinue, bassi salari e occupazione precaria rischia infatti di produrre una vasta platea di anziani con pensioni insufficienti. Secondo le stime richiamate da Franzini, tra il 30 e il 40 per cento dei giovani entrati nel mercato del lavoro negli ultimi decenni potrebbe trovarsi in questa condizione. Per questo l’economista propone di valutare un maggiore ricorso alla fiscalità generale a sostegno del sistema previdenziale, pur riconoscendo le difficoltà politiche che una simile scelta comporterebbe.

Sul versante sanitario, l’invecchiamento della popolazione comporta una crescente domanda di servizi sanitari e assistenziali. Secondo le proiezioni della Ragioneria generale dello Stato, nel medio-lungo periodo la spesa sanitaria è destinata ad aumentare di circa 0,7 punti percentuali di PIL, anche per effetto dell’invecchiamento demografico. Per Franzini, la sfida dell’invecchiamento non consiste soltanto nel contenere la crescita della spesa sanitaria, ma soprattutto nell’aumentare gli anni di vita trascorsi in buona salute e in condizioni di autonomia. Il programma dell’Organizzazione mondiale della sanità ha definito il periodo 2020-2030 come il “Decennio dell’invecchiamento in salute”, promuovendo politiche e interventi finalizzati a migliorare le condizioni di vita delle persone anziane. In diversi Paesi, questa attenzione si è tradotta anche nella nascita di istituti nazionali dedicati allo studio dell’invecchiamento. L’invecchiamento demografico, tuttavia, non produce solo pressioni sulla spesa: può generare anche nuove opportunità economiche. In questo ambito prende posto la silver economy – l’economia orientata ai bisogni degli anziani: un mercato in costante espansione, anche per via della trasformazione demografica in atto da tempo. Secondo la Commissione europea, la silver economy cresce del 5% annuo e genera nuovi posti di lavoro. È un settore trasversale che potrebbe generare nuove opportunità ma richiede anche nuove esigenze organizzative e politiche. Va inoltre tenuto presente il rovescio della medaglia: la contrazione della popolazione giovane tende a ridurre l’occupazione complessiva e la crescita del PIL, compensando in parte i benefici attesi.

Nelle conclusioni, Franzini si è soffermato sulle cause della denatalità. A suo giudizio, l’interpretazione che attribuisce il calo delle nascite esclusivamente a un cambiamento delle preferenze individuali è insufficiente. I dati mostrano infatti una distanza significativa tra il numero di figli desiderati e quello effettivamente realizzato, segnalando l’esistenza di ostacoli economici e sociali che limitano i progetti familiari.

In questo quadro, l’incertezza lavorativa ed economica e sul futuro in generale rappresenta uno dei principali fattori che frenano la natalità. «L’incertezza è nemica della fecondità», osserva Franzini, richiamando un’analisi condotta sui dati Inps che ha rilevato un aumento della fecondità nel periodo di vigenza del reddito di cittadinanza, interpretato come effetto della maggiore sicurezza economica percepita dai beneficiari.

L’economista invita dunque a considerare la questione demografica non soltanto come un problema di equilibrio dei conti pubblici o di numero delle nascite. Quando una quota rilevante della popolazione non riesce a realizzare progetti di vita considerati desiderabili, compresa la genitorialità, si determina una perdita di benessere individuale e collettivo che richiede adeguate risposte di politica economica e sociale.




Per approfondire

Lucifora C. La Silver economy fra consumi e salute. Vita e Pensiero 2024; 3: 67-75.

Franzini M, Raitano M. Effetti malintesi dell’allungamento dell’età pensionabile. Menabò di etica ed economia, 2 marzo 2025. Disponibile su: https://short.do/6BUxGF [ultimo accesso 15 giugno 2026].

A cura di Laura Tonon

Think2it

Deborah Cohen
Come gli influencer ci rendono malati

Tutto è cominciato da un test acquistato online grazie a un post sui social media. Deborah Cohen, giornalista investigativa, fondatrice dell’unità investigativa del Bmj e corrispondente per la salute di BBC Newsnight, racconta come sia stata una conversazione a una festa di compleanno della zia a far scattare la molla. Una donna che era lì aveva comprato un kit per la misurazione dell’ormone antimulleriano perché faceva fatica a rimanere incinta, convinta – così le aveva detto qualcuno sui social media – che quel test potesse dirle quanto fosse fertile. Non riusciva a ottenere risposte ovvie dal suo medico, così si era rivolta ai social media. Quella scena è diventata il punto di partenza del suo ultimo libro “Bad influence: how the internet hijacked our health” (Oneworld Publications, 2026) e della sua relazione durante la nona riunione annuale “4words - Le parole dell’innovazione in sanità”. Nella mattinata di 4words, Cohen ha esplorato quella che ha definito la “convergenza del cambiamento”: una tempesta perfetta in cui la crisi del servizio sanitario britannico e l’isolamento provocato dalla pandemia hanno favorito l’ascesa del “prosumer”, vale a dire il passaggio del pubblico da consumatore passivo a creatore attivo di contenuti. Il risultato è un panorama radicalmente trasformato. «Quando ho lasciato la televisione mi sono guardata intorno e il mondo dei media era completamente cambiato. Tutto era diventato social media». Per documentare il fenomeno, la giornalista ha intervistato circa duecento persone: utenti che cercano sui social media risposte ai propri sintomi, medici e professionisti sanitari che hanno scelto di comunicare online, accademici che studiano il fenomeno, agenzie di marketing. Tra gli interlocutori anche Sir Michael Marmot (già ospite di alcune precedenti edizioni di 4words) noto per i suoi studi sulle disuguaglianze sociali di salute, che ha fatto notare a Cohen come la ricerca accademica arrivi sempre in ritardo rispetto all’evoluzione dei social media. Il tempo necessario per ottenere finanziamenti, condurre gli studi e pubblicarli è sufficiente perché gli algoritmi siano già cambiati e i feed degli utenti siano irriconoscibili.




Mettere la salute su piattaforme progettate per l’intrattenimento e il commercio produce effetti che non siamo ancora in grado di misurare pienamente. «Questi sono fondamentalmente spazi pubblicitari. Gli algoritmi sono costruiti per massimizzare l’intrattenimento e il profitto» prosegue Cohen. Il denaro ha sempre condizionato la medicina, pensiamo all’industria farmaceutica, a quella del tabacco, alimentare, che hanno a lungo plasmato le nostre scelte di salute. Oggi, però, ci sono nuovi protagonisti: le grandi piattaforme tecnologiche, gli influencer, le app, i dispositivi indossabili. Cohen li definisce collettivamente i nuovi determinanti commerciali della salute. «Le piattaforme social sono progettate per generare relazioni parasociali»: è questa, secondo la relatrice, la caratteristica che le rende sia efficaci sia insidiose. Le persone, in particolare le donne, si sentono generalmente ignorate, inascoltate, invisibili; aggiungiamo la carenza di tempo dei medici, la frequente mancanza di empatia, ed ecco che gli influencer riescono a inserirsi in questo spazio per costruire con il proprio pubblico un senso di prossimità e identificazione, per far sentire l’utente capito meglio di quanto faccia un medico in dieci minuti. Vedrai cucine in disordine, bambini che corrono sullo sfondo. Risponderanno ai tuoi messaggi ed è proprio nei messaggi privati che si apre una zona grigia: i divieti europei di pubblicità diretta al consumatore per i farmaci soggetti a prescrizione sono di fatto svuotati dall’impossibilità di regolare ciò che accade nelle conversazioni private sui social. Se da un lato le agenzie regolatorie non hanno strumenti per intervenire in modo capillare, dall’altro le aziende farmaceutiche si affidano sempre di più agli influencer per raggiungere il proprio pubblico.

L’idea alla base è che più parametri biologici misuri, meglio è. «Se puoi misurare qualcosa, perché non dovresti farlo?» chiede Cohen. Pensiamo ad anelli, smartwatch o glucometri. Questi ultimi dispositivi hanno un’utilità clinica dimostrata per chi soffre di diabete di tipo 1 o 2, ma usarli in assenza di patologia non ha alcuna evidenza a supporto. Eppure il mercato prospera, anche grazie all’ingresso nel settore di figure provenienti da altri contesti economici, come Peter Thiel (ex amministratore delegato di PayPal) o Daniel Ek (cofondatore di Spotify), che si lanciano nel mercato aprendo cliniche private. «Convinci le persone che hanno qualcosa da sistemare e poi offri la soluzione. C’è un rimedio per ogni disagio e un prodotto per ogni aspirazione». I picchi glicemici, i deficit ormonali, il testosterone. La logica è la stessa: dite loro che hanno il testosterone basso, offrite loro dei test per dimostrare che hanno il testosterone basso e vendete prodotti per il testosterone basso. Avrete sempre più persone in buona salute che entrano nella categoria dei malati, con tutto ciò che ne consegue.

A essere sottovalutata è la percezione asimmetrica del rischio, sostiene Cohen. Il pubblico, ormai, ha interiorizzato che i farmaci hanno sia benefici che rischi, ma fatica ad applicare la stessa attenzione ai test diagnostici, ai dispositivi indossabili, ignorando il fatto che concentrarsi su un singolo parametro biologico significa perdere il quadro complessivo. Inoltre, bisogna considerare anche che la percezione dei sintomi è modellata dall’attenzione che vi si dedica (il caso del disturbo da deficit di attenzione e iperattività – Adhd – è emblematico), i social media amplificano il rispecchiamento dei sintomi.

Nessuna organizzazione medica raccomanda le scansioni total body, nemmeno l’American College of Radiology, eppure vengono vendute come salvavita, con codici sconto e pubblicità. Una società americana le ha pubblicizzate durante la New York Fashion Week, trasformando un dispositivo medico in un accessorio. «Identificazione precoce, la conoscenza è potere, prima è sempre meglio. Sono messaggi che sembrano impossibili da contestare. Ma sappiamo che non è sempre così», afferma Cohen. Il problema reale è la cascata clinica che segue; un reperto incidentale innesca ulteriori indagini, le indagini producono ansia, costi e in un sistema a finanziamento pubblico sono i contribuenti a pagarne le conseguenze.

«Non biasimo nessuno per essersi rivolto ai social media: ci sono ragioni concrete e comprensibili», prosegue la giornalista. Il problema è che queste piattaforme sono progettate per il profitto e allo stesso tempo ospitano informazioni sanitarie senza un quadro regolatorio adeguato. Insomma, l’incertezza viene spazzata via dall’assoluto. «Le sfumature vanno a farsi friggere. Il coinvolgimento algoritmico e il profitto sono al primo posto».

Le soluzioni? Una maggiore supervisione normativa, una trasparenza obbligatoria sugli algoritmi con condivisione dei dati per la ricerca e una comunicazione più efficace da parte dei professionisti sanitari, sostiene Cohen. La domanda finale che la relatrice lascia aperta riguarda il futuro della relazione medico-paziente nell’epoca dei modelli linguistici di grandi dimensioni: sempre più persone usano l’intelligenza artificiale per interpretare i propri sintomi, e molte riferiscono di ricevere online più empatia e comprensione di quanta ne trovino in ambulatorio. «Non so ancora come questo cambierà il nostro rapporto con la medicina. Non lo sa nessuno».




Per approfondire

Cohen D. Bad influence: how the internet hijacked our health. London: Oneworld Publications, 2026.

Nickel B, Copp T, Gram E, et al. Social media marketing of non-evidence-based women’s health interventions: protocol for a content analysis using participatory research methods. JMIR Res Protoc 2025; 14: e76750.

A cura di Giada Savini

Il Pensiero Scientifico Editore

CONTRASTI

Mary Beth Ritchey
Randomizzazione vs real world: contrasti e gerarchia delle evidenze

Il dogma della piramide delle evidenze sta mostrando sempre più segnali di inadeguatezza di fronte alle sfide metodologiche contemporanee e alla disponibilità dei real world data. Nel suo intervento a 4words2026, Mary Beth Ritchey esordisce sottolineando come la rigida gerarchia che privilegia i trial clinici randomizzati (Rct) rispetto agli altri confonda in definitiva il disegno di uno studio con la qualità reale della sua esecuzione. Attraverso una lucida analisi regolatoria e culturale, prosegue proponendo una transizione verso un paradigma incentrato invece sulla solidità dell’esecuzione e sui disegni ibridi, con una netta linea di demarcazione non tra Rct e studi osservazionali, ma tra ricerca di qualità e ricerca scadente.

La piramide delle evidenze scientifiche – che colloca i trial clinici randomizzati al vertice e gli studi osservazionali alla base – è percepita da quasi tutti come una verità assoluta, quasi senza tempo. In realtà, è un costrutto piuttosto giovane. Se la nozione di studi controllati risale al 1962, lo standard aureo degli Rct si è consolidato solo a partire dagli anni Ottanta. Un’architettura decisionale così recente non può essere un dogma immutabile, spiega Ritchey, specie oggi che mostra un limite fondamentale, ovvero la sovrapposizione impropria tra il disegno teorico di uno studio e la qualità reale della sua conduzione pratica. La randomizzazione offre ottime garanzie sulla carta, ma non assicura l’efficacia reale. Nella pratica, dinamiche come la perdita di pazienti al follow-up, la scarsa aderenza ai protocolli e l’eterogeneità tra i centri clinici tendono a neutralizzare i vantaggi teorici del disegno randomizzato, come confermato da un’ampia analisi del 2021 che ha rilevato una qualità degli Rct profondamente disomogenea su scala globale.

L’esecuzione è sempre più decisiva del disegno, riassume Ritchey. Un Rct progettato in modo impeccabile ma eseguito parzialmente offre evidenze inferiori rispetto a uno studio osservazionale rigoroso. Rispetto a questa affermazione, l’iniziativa statunitense Rct Duplicate ha emulato, tramite i dati del mondo reale, 32 trial clinici randomizzati usati dalla Food and drug administration (Fda) per l’approvazione regolatoria1. I risultati hanno confermato che, a parità di popolazione e controllo dei bias, l’analisi rigorosa dei real world data è in grado di riprodurre sistematicamente gli stessi risultati degli Rct. Non è il disegno epidemiologico in sé a garantire la verità scientifica, bensì il rigore analitico e l’accuratezza dell’esecuzione, ripete Ritchey.

Sul piano regolatorio internazionale, da questo punto di vista ci si muove a velocità alterne. Negli Stati Uniti il 21st Century Cures Act ha permesso alla Fda di supportare oltre cento decisioni regolatorie tramite evidenze del mondo reale (Rwe). In Europa la rete federata Darwin EU copre 180 milioni di pazienti in 16 Paesi con studi epidemiologici rapidi e di alta qualità, mentre in Giappone la Pharmaceuticals and medical devices agency (Pmda) promuove linee guida per l’uso di controlli storici nelle malattie rare. Nonostante queste aperture, continua a esistere comunque un grave deficit di trasparenza. Un’analisi su 218 estensioni di indicazione terapeutica ha rivelato che, anche se un quarto delle domande includesse dati di Rwe, la Fda ne ha formalmente documentato la presenza nelle schede tecniche del farmaco soltanto in tre casi2. Questa mancanza di trasparenza istituzionale, osserva con preoccupazione Ritchey, alimenta di fatto un circolo vizioso che dà spazio a valutazioni imprevedibili da parte dei revisori e scoraggia gli investimenti industriali nella ricerca osservazionale.

Ma la barriera più critica resta quella culturale. Mentre le agenzie regolatorie si proiettano in avanti, le università e la formazione medica restano invece ancorate all’Rct come unico faro di affidabilità. Questo imprinting influenza le linee guida e le scelte cliniche quotidiane, e la piramide si riduce a una grigia barriera burocratica che respinge a priori il dato non randomizzato. Superare questo automatismo richiede una riforma educazionale profonda, che guidi la classe medica dalla randomizzazione all’inferenza causale, insegnando a valutare la capacità di uno studio di stabilire nessi causali solidi, a mitigare i fattori di confondimento e a privilegiare la qualità intrinseca e l’adeguatezza allo scopo (fit-for-purpose) del dato rispetto alla pura numerosità campionaria o alla dittatura del p-value.

Una prospettiva di rottura arriva dal continente africano, prosegue Ritchey. La nascente African medicines agency (Ama), libera da stratificazioni storiche e supportata dalla Europea medicines agency (Ema), sta progettando un ecosistema nativamente orientato alla valutazione basata sull’esecuzione, integrando la ricerca osservazionale direttamente al punto di cura senza dipendere dai costi proibitivi degli Rct tradizionali. Questo scenario conferma che, a volte, si rivela più semplice ed efficiente costruire una struttura nuova invece di ristrutturarne una ormai obsoleta.

Mary Beth Ritchey sostiene che il futuro delle evidenze scientifiche non sta in una polarizzazione ideologica tra Rct e Rwe, ma in una convergenza fondata su pilastri chiari: la preminenza dell’esecuzione sul disegno, l’adozione di modelli di studio ibridi che caratterizzeranno la ricerca del prossimo decennio e la definizione di standard metodologici trasparenti. La vera linea di faglia della medicina contemporanea non separa i diversi modelli epidemiologici, ma discrimina il lavoro ben eseguito da quello metodologicamente debole, ribadisce Ritchey. E sganciare la valutazione della ricerca dalla rigidità della piramide è ormai una necessità etica e clinica da cui dipendono la sostenibilità dello sviluppo terapeutico, l’accuratezza delle decisioni cliniche e il diritto dei pazienti di accedere tempestivamente a cure con un profilo di efficacia rigorosamente validato.




Bibliografia

1. Wang SV, Schneeweiss S; RCT-DUPLICATE Initiative; et al. Emulation of randomized clinical trials with nonrandomized database analyses: results of 32 clinical trials. JAMA 2023; 329: 1376-85.

2. Deng YF, Girman CJ, Ritchey ME. Real-world evidence in FDA approvals for labeling expansion of small molecules and biologics. Ther Innov Regul Sci 2025; 59: 982-92.

A cura di Alessio Malta

Il Pensiero Scientifico Editore

Mario Tozzi
Mercanti di dubbi

Il contributo di Mario Tozzi prende le mosse da una premessa di fondo: il contrasto irrisolto tra la salute e la sicurezza degli esseri umani e degli altri viventi da un lato, e le logiche dell’economia e dell’accumulazione dall’altro. Un contrasto strutturale, sostiene il relatore, che attraversa alcune delle vicende più rilevanti della storia recente della scienza e della salute pubblica.

Per illustrarlo Tozzi ricostruisce la vicenda del tabacco negli Stati Uniti tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento. In quel periodo la ricerca aveva progressivamente documentato il legame tra fumo di sigaretta e carcinoma polmonare, prima su modelli animali, poi con studi epidemiologici su larga scala. Il dibattito scientifico si era svolto nelle sedi opportune – riviste e congressi – e aveva prodotto una conclusione solida: il fumo causa il cancro al polmone.

La risposta delle compagnie del tabacco, i cui documenti interni furono successivamente desecretati, non fu scientifica. Quelle aziende spesero decine di milioni di dollari non per confutare i dati o screditare le ricerche validate, ma per finanziare una campagna di controinformazione. A questo scopo reclutarono due scienziati, Frederick Seitz e Fred Singer, provenienti dal programma nucleare militare statunitense, che sfruttarono le garanzie costituzionali sulla libertà di espressione in campo scientifico per seminare dubbio su una verità già consolidata. La strategia non puntava a produrre dati alternativi, ma a moltiplicare le variabili – dieta, ambiente lavorativo, industria circostante – per disorientare l’opinione pubblica e ritardare le normative. La prima class action vinta da un cittadino statunitense contro le major del tabacco risale al 1996: quarant’anni di profitti protetti da una cortina di fumo costruita a tavolino.

Lo stesso schema fu applicato ad altre questioni sanitarie e ambientali. Nel caso delle piogge acide – precipitazioni ricche di zolfo che danneggiavano foreste e monumenti, diffuse soprattutto in Scandinavia e nel Nord America – Singer e colleghi furono ingaggiati dai grandi produttori di elettricità a carbone per negare il nesso causale con le emissioni industriali. Ci vollero vent’anni prima dei primi filtri desolforatori. Analoga operazione fu condotta sul DDT: la controinformazione spostava l’attenzione sul costo della messa al bando, lasciando in secondo piano i danni alla biodiversità e alla salute. Solo Rachel Carson, con un libro intitolato “Primavera silenziosa”, riuscì ad aprire uno spazio di regolamentazione, seppur parziale.




Il quarto caso riguarda l’ozono. L’aumento dei tumori della pelle dagli anni Sessanta – soprattutto nell’emisfero boreale – spinse la ricerca a indagare alterazioni dello schermo atmosferico. Rowland, Molina e Crutzen – Nobel per la chimica nel 1995 – identificarono il meccanismo: il cloro contenuto nei clorofluorocarburi (CFC), liberato in atmosfera, sottraeva un atomo all’ozono riducendolo a ossigeno biatomico. Le grandi compagnie chimiche, DuPont in primo luogo, ricorsero alla medesima strategia dilatoria. Ci vollero circa vent’anni prima che la Conferenza di Montreal sancisse il bando dei CFC. Oggi le lacerazioni dello strato di ozono si stanno rimarginando: le misure regolative, quando adottate, producono effetti concreti.

Questo filo conduttore porta al cambiamento climatico. Il meccanismo è noto: i raggi solari colpiscono la superficie terrestre, vengono riflessi, e in quella fase i gas serra – soprattutto l’anidride carbonica – ne modificano la lunghezza d’onda trattenendoli nella bassa atmosfera. Che quest’ultima risulti più calda di quella superiore è un dato incompatibile con un riscaldamento di origine solare. Il consenso sull’origine antropica del riscaldamento e del cambiamento climatico si attesta intorno al 98% degli specialisti – un livello che, nota Tozzi con ironia, supera persino quello sulla relatività ristretta. Il dibattito tra gli esperti è chiuso nelle sedi appropriate; ciò che persiste nel dibattito pubblico non è una controversia scientifica, ma una controversia artificialmente mantenuta da interessi economici. «Se lo scetticismo è la linfa vitale della ricerca scientifica, il dubbio a pagamento non lo è. L’unica cosa che si vuole ottenere in questo modo è non avere regole», sottolinea il geologo.

In questo contesto Tozzi descrive la categoria dei mercanti di dubbi: soggetti che sfruttano la visibilità mediatica per presentare come aperta una questione già risolta. Seminare il dubbio nell’opinione pubblica è tempo guadagnato per chi lucra miliardi su questi meccanismi. Cita John Clauser, Nobel per la fisica nel 2022, che nega l’origine antropica del riscaldamento pur essendo fisico delle particelle; e Antonino Zichichi, che ha sostenuto il ruolo preponderante del sole in contrasto con i dati NASA. Il punto non è il diritto di esprimersi, ma l’amplificazione mediatica – anche su testate generaliste – di opinioni prive di supporto nella letteratura peer-reviewed, presentate come equivalenti al consenso scientifico. Questa equiparazione è falsa e produce effetti concreti: distorce la percezione del rischio, erode la fiducia nella scienza e ritarda le politiche regolatorie.

La parte conclusiva allarga la prospettiva. Tozzi individua nel comportamento accumulativo dei Sapiens la radice strutturale di questi conflitti ricorrenti. Unica specie che accumula sistematicamente al di là del fabbisogno, che ha inventato il denaro e costruisce economie fondate sullo sfruttamento della biosfera, l’Homo sapiens – conclude il relatore – è anche l’unica specie per cui un comportamento del genere verrebbe celebrato sulla copertina di Forbes. Il nesso tra deforestazione, crisi climatica e zoonosi – le ultime dodici grandi epidemie sono state zoonosi – è citato come esempio di questa connessione sistemica tra modello economico e rischio sanitario.

Nel dibattito successivo alla relazione, un interlocutore osserva che i tre casi storici mostrano una graduazione nella resistenza economica: dal settore dei CFC al tabacco fino al sistema energetico globale, il peso degli interessi cresce e con esso la capacità di finanziare la controinformazione. Un altro intervento solleva la questione se si stia andando oltre il dubbio a pagamento verso forme più dirette di influenza istituzionale, citando le recenti dimissioni forzate del capo della FDA statunitense dopo una decisione sfavorevole alle sigarette elettroniche aromatizzate. Tozzi non esclude questa evoluzione. Alla domanda su cosa farebbe come ministro dell’ambiente, risponde con pragmatismo: interloquire con la fascia di popolazione che si trova nell’area grigia, in buona fede, richiede un lavoro capillare di diffusione dell’informazione punto per punto, pazienza e molti esempi. Con chi opera in malafede, conclude riprendendo un’immagine efficace, sarebbe come giocare a scacchi coi piccioni: non conoscono le regole, fanno la cacca dappertutto, buttano tutto per aria e poi se ne vanno come se avessero vinto.




Per approfondire

Tozzi M. Perché il clima sta cambiando? Torino: Einaudi, 2023.

Tozzi M. Prove tecniche di estinzione. Milano: Touring Club Italiano, 2025.

A cura di Federica Ciavoni

Il Pensiero Scientifico Editore

DOMANI

Isabella Pierantoni
Il domani ha un ritmo generazionale

In un mondo che muta a velocità sempre più sostenuta, è possibile prevedere il futuro e capire in che modo si struttureranno certe dinamiche già in atto? Attraverso la prospettiva generazionale, e con le dovute precauzioni, sì. Ne parla Isabella Pierantoni, sociologa, futurista e fondatrice di Generation Mover, un progetto che applica la teoria generazionale al mondo del lavoro, del business e delle organizzazioni.

Pierantoni esordisce evidenziando un dato eccezionale del nostro tempo: oggi convivono sul nostro pianeta fino a otto generazioni, da quella dei Founders (nati dal 1924) alla nuovissima Generazione Beta (nati dal 2025).

Quando parliamo di generazioni, dice la sociologa, parliamo inevitabilmente di cambiamento: proprio grazie a esse si leggono i mutamenti sociali, demografici ed economici delle popolazioni, e attraverso l’osservazione generazionale si può addirittura prevedere quali altre trasformazioni avverranno. Tale competenza – quella cioè di immaginare il futuro e utilizzarlo per migliorare e capire il presente, messa in atto soprattutto dai ragazzi e le ragazze più giovani – viene definita “Futures Literacy”, e rientra nel campo dei Future Studies. Utilizzare il futuro è dunque una capacità specifica e teorizzata, e in questo senso il rapporto “I limiti dello sviluppo”, promosso dal Club di Roma nel 1972 e commissionato al Mit di Boston1, ha avuto un ruolo chiave, specificando già allora le grandi crisi del nostro tempo (come la guerra per le risorse, l’emigrazione, l’inquinamento ambientale). Il rapporto è stato di grande ispirazione per l’Unesco, che da questo ha teorizzato la Future Literacy, ovvero, come detto, la competenza di usare il futuro basandosi su elementi concreti quali i megatrend, la demografia e le generazioni, utilizzati dai futuristi per ipotizzare scenari e le loro evoluzioni. Se c’è un modo di immaginare il domani, dice Pierantoni, è guardando ai più giovani.

Un altro studio importante è quello promosso dalla Bank of America2, che nel mappare le proprie sedi nel mondo ha evidenziato come la maggior parte dei giovani si trovi innanzitutto al di sotto dell’equatore, ma anche nelle nazioni in cui si investe di più in infrastrutture, innovazione tecnologica, istruzione e formazione; un altro segnale del fatto che le scelte di vita dei nati dopo il 1995 non dipendano solo dalle condizioni economiche, ma anche da un diverso approccio al mondo e al benessere ricercato.

Va ricordato che i megatrend – fenomeni che agiscono nel lungo tempo e fungono da driver in grado di cambiare i sistemi di sopravvivenza, con effetti concreti sulle generazioni future – non operano da soli, ma si combinano. Un esempio, illustra Isabella Pierantoni, è il mutamento del mercato immobiliare, che per effetto di alcuni megatrend – tra cui il cambiamento climatico – sta ripensando sé stesso già da qualche anno: i giovani sono molto attenti alla questione ambientale, di conseguenza comprano case di metrature più piccole (anche perché i nuclei familiari e le reti sociali si riducono) e in zone diverse rispetto al passato.

Ma gli aspetti da considerare in una prospettiva generazionale sono innumerevoli, a partire da quello finanziario – che mostra lo scarto tra le possibilità dei Boomer e quelle della Generazione Z – fino a quello familiare; Pierantoni illustra infatti come stiano cambiando radicalmente i paradigmi di vita domestica3, con nuovi modelli come il Lat (Living Apart Together), in cui coppie con figli decidono di vivere separatamente, o la differente gestione delle finanze in base alle possibilità economiche e non più al ruolo. Altri cambiamenti si notano nelle università, dove accanto al calo demografico aumentano gli iscritti over sessanta (fatto che, accenna la sociologa, dovrebbe indurci a ripensare a un tipo di formazione improntata su studenti di età diverse), e nei fenomeni relativi al “gender decoupling” che comprendono trend come il “4B” in Sud Corea (movimento femminista basato sul rifiuto di quattro principi che iniziano tutti con “b”, che in coreano significa “no”: matrimonio eterosessuale, rapporti sessuali e appuntamenti con uomini, figli), gli “incel” (“celibi involontari”, uomini che non riescono ad avere relazioni eterosessuali pur desiderandole) e le “tradwives” (donne che promuovono il ritorno a una vita matrimoniale tradizionale e patriarcale). Molti di questi fenomeni sono portati avanti proprio dalle generazioni dei più giovani, e mostrano dei segnali da monitorare per capire in che direzione andrà il cambiamento.

Per quanto riguarda il fronte occupazionale e professionale, oggi in Italia lavorano insieme fino a cinque generazioni. Anche qui si stanno ristrutturando modelli e impostazioni: cade il trittico di studio-lavoro-pensione e si inseriscono scelte di micro-retirement, periodi sabbatici e cambiamenti, che portano all’acquisizione di nuove competenze.

Quando si parla di generazioni, non si possono non citare i due studiosi che hanno formulato la teoria generazionale. Secondo Lynne C. Lancaster e David Stillman4 nascere e crescere in una certa epoca storica determina il tipo di persone che diventeremo, come vedremo il mondo e il futuro; nello specifico, l’idea di ciò che ci aspetta, o ciò che desideriamo, si forma nella fase pre-adolescenziale, quando iniziamo a sviluppare valori e ambizioni personali, e si parla del cosiddetto “futuro preferito”. Il momento storico lascia quindi un’impronta – cognitiva, emotiva – che influenzerà la serie di scelte nella vita dell’individuo, il quale acquisisce in tal modo un dato codice comportamentale.

È anche per questo che la Generazione Z, la prima ad avere a che fare nella crescita con i digital device, potrebbe non conoscere, per esempio, la capitale di una nazione, ma sarà informata sulle condizioni demografiche, economiche e di sviluppo dei vari continenti. Tale aspetto è da sottolineare: significa che i ragazzi e le ragazze di età compresa tra i quindici e i trent’anni circa sono “futures literated”, ovvero hanno imparato a leggere e pensare le conseguenze di decisioni nel lungo periodo; questa competenza li distingue nettamente, ed è condivisa con la generazione successiva (Generazione Alfa), la prima a non aver avuto bisogno dell’aiuto degli adulti per imparare, potendosi affidare a Google e all’intelligenza artificiale.

In conclusione, le nuove competenze e capacità che si vanno sviluppando devono essere quindi lette anche attraverso la prospettiva generazionale, che ci può dire in che tipo di mondo ci stiamo muovendo, come ci siamo arrivati, e può essere utile nel cogliere i segnali di ciò che accadrà in un futuro prossimo. «Il futuro non lo possiamo predire» chiosa Pierantoni. «Possiamo solo conoscere alcune cose grazie ai metodi e agli strumenti che abbiamo per lavorarci. E questo è l’unico elemento che possiamo cambiare»5.




Bibliografia

1. Meadows DH, Meadows DL, Randers J, Behrens W. The limits to growth. New York: Universe Books, 1972.

2. Israel H, Kalns-Timans L, Briggs M, Das P, Tran F, Hanania F. OK Zoomer: Gen Z Primer. Bank of America: BofA Global Research, 2020.

3. Istituto Nazionale di Statistica. Famiglie, reti familiari, percorsi lavorativi e di vita. Roma: Istat, 2022.

4. Lancaster LC, Stillman D. When generations collide. Who they are, why they clash, how to solve the generational puzzle at work. New York: HarperCollins Publishers, 2002.

5. Pierantoni I. Il secolo delle generazioni. Scoprire il capitale multigenerazionale e anticipare il futuro. Bologna: Il Mulino, 2026.

A cura di Matilde Giuliani

Il Pensiero Scientifico Editore

Richard Smith
Riviste scientifiche: passato, presente, futuro

Richard Smith – direttore del Bmj dal 1991 al 2004 – ha partecipato a “4words26” invitato a relazionare sull’ultima parola del pomeriggio congressuale: “domani”.

Parte, Smith, da un ricordo personale che risuona come una profezia: «Ho sentito Ivan Illich parlare nel 1974 quando ero uno studente di medicina a Edimburgo, e ha avuto un enorme impatto su di me». Illich, pensatore del secolo scorso, sosteneva che la medicina moderna rappresentasse la principale minaccia alla salute perché più che un “sistema di salute” è un “sistema di malattia” che paradossalmente ha assorbito e assorbe molte delle risorse che potrebbero invece migliorare la nostra salute. Al dunque è un sistema che espropria l’uomo della capacità culturale di dare un senso alla sofferenza e alla morte. Quella che Illich definiva una “crisi multipla” oggi è degrado biologico accelerato, monopolio radicale delle professioni e obsolescenza programmata che destabilizza i sistemi sociali e politici.

È proprio all’interno di questa cornice di crisi globale che Richard Smith colloca il focus principale del suo intervento: lo stato di salute e il futuro (e destino) delle riviste scientifiche. Nate a metà del XVII secolo, le pubblicazioni accademiche e scientifiche hanno vissuto una crescita esponenziale molto rapida sia nel numero – e di quello di riviste open access – sia nella quantità di preprint. Ma perché? «Nonostante tutti i tentativi di sottrarre denaro agli editori commerciali», spiega Smith, «il più grande editore di riviste scientifiche, Elsevier, ha costantemente mantenuto un margine di profitto del 30%. Nemmeno le aziende farmaceutiche realizzano questo tipo di margine». La risposta sta in un modello di business paradossale: «Ottengono il petrolio gratis. Se si legge uno studio randomizzato, il 99% del valore sta nello studio stesso. Il processo di revisione tra pari, l’editing e la distribuzione hanno ben poco valore. Eppure vengono forniti gratuitamente dalle università e dai ricercatori». Un enorme giro d’affari che, purtroppo, attrae anche la criminalità organizzata. Il risultato è la proliferazione incontrollata delle cosiddette ‘riviste predatorie’ e dei “paper mill”, vere e proprie fabbriche di false pubblicazioni scientifiche dislocate in tutto il mondo (dalla Russia alla Nigeria, dall’India all’Europa) che sfornano articoli farlocchi a un ritmo industriale per rivenderli a chi poi riesce a farli pubblicare. E l’intelligenza artificiale (IA) non può non essere oggi al servizio di queste fabbriche… Va da sé, dichiara Smith, che in questo scenario, la tradizionale “garanzia di qualità” vacilla. Gli studi condotti fin dagli anni ’80 insieme a Drummond Rennie di Jama hanno dimostrato che la revisione tra pari è spesso «lenta, costosa, di parte e non rileva gli errori». Di fatto, la “peer review” è una “sorta di lotteria” che va contro l’originalità e si basa sulla fiducia piuttosto che sulle prove. «Non credo che le riviste siano il posto migliore per pubblicare la scienza» dichiara, «perché la scienza è frammentata in più luoghi, è spesso inaccessibile e non ha un ordine logico». Senza contare che le riviste oggi devono competere, nell’economia dell’attenzione, con l’intrattenimento dei social media, dei grandi film di Hollywood, o della Champions League…

Quale sarà allora il “domani” dell’editoria scientifica? Le previsioni, storicamente, sono fallimentari – come ricordano i clamorosi abbagli di Lord Kelvin, fisico illustre e presidente della Royal Society a cavallo tra Otto e Novecento, sulla radio, sui raggi X e sulla possibilità di volare –, ma è possibile tracciare degli scenari plausibili. Già anni fa, lo staff del Bmj ne aveva ipotizzati alcuni: quello in cui gli editori si limitano ad adattarsi all’elettronico continuando a pubblicare (scenario finora prevalente); uno con pubblicazioni principalmente sul web in grandi quantità e a basso costo; fino a scenari caratterizzati dalla scomparsa degli editori a favore di conversazioni globali o del monopolio di grandi aziende e organizzazioni come principali fornitrici di ricerca.

Oggi, da un lato l’IA alimenta la “corsa agli armamenti” sul fronte delle frodi, con truffatori che producono sempre più articoli e colossi come Nature e Springer che assumono centinaia di persone per smascherare le frodi. Dall’altro, l’IA offre la chiave per superare il modello tradizionale. Interrogata direttamente da Smith sul proprio futuro, l’IA ha previsto il processo di revisione come conversazione continua anziché lento e binario, la transizione dai PDF sta




tici a dati interattivi e computabili, e lo spostamento del prestigio accademico dal puro numero di pubblicazioni all’impatto reale sulla società.

La scienza – che Smith ci ricorda deve essere condivisa – verrà condotta sempre più con l’assistenza dell’IA e pubblicata direttamente sul web sotto forma di preprint completi di dati originali e metadati. Sarà l’IA stessa a effettuare revisioni paritarie efficaci analizzando i dati grezzi e a valutare le prestazioni degli scienziati. In questo ecosistema, gli editori diventeranno intermediari superflui: «L’intero sistema di diffusione verrà finanziato come parte dei fondi per la scienza, piuttosto che destinare ingenti somme alle riviste. Ciò di cui avremo bisogno saranno giornalisti investigativi, come Deborah Cohen e “data thugs” finanziati da fondazioni e aiutati dall’IA per smascherare la corruzione e le cattive condotte, e dire la verità al potere».

Come profetizzato da Umberto Eco, la tecnologia si muove spesso come un gambero, all’indietro: prima delle riviste, gli scienziati si riunivano in una stanza a Londra, Parigi o Roma per discutere le ricerche. Domani, grazie alla rete, «quella stanza sarà il mondo intero».

Il destino delle riviste si intreccia quindi con la crisi dei sistemi economici e sanitari. La storia – dice Smith – insegna che le grandi strutture gerarchiche e disuguali finiscono invariabilmente per crollare a causa di shock climatici, pandemie e tensioni interne. La novità drammatica del presente è che oggi è tutto interconnesso: «Quindi, quando crolliamo, ora, crolliamo tutti insieme». La crisi climatica (dieci volte più rapida di quella che causò l’estinzione di massa del Permiano), la minaccia nucleare e l’impatto sociale della tecnologia sono i sintomi di questo sgretolamento. Nel campo specifico della salute, Richard Smith porta l’esempio del servizio sanitario nazionale britannico (Nhs) che, nato nel 1948, assorbiva l’8% della spesa pubblica, e oggi ne divora il 19% (il 43% della spesa corrente), fagocitando risorse che dovrebbero essere destinate a istruzione, trasporti e alloggi. Si tratta di un circolo vizioso: la medicina clinica cura la malattia ma incide solo per il 10-20% sulla salute complessiva della popolazione. Sottraendo fondi ai determinanti sociali ed ecologici della salute, si genera solo più malattia da curare. Senza contare l’impatto ambientale: il solo NHS è responsabile del 5% delle emissioni di gas serra del Regno Unito.

Se la via d’uscita non sta in un’improbabile “soluzione tecnologica”, la transizione verso il domani richiederà una radicale democratizzazione delle decisioni attraverso assemblee e giurie di cittadini, affiancata da un’informazione libera e imparziale.

Riprendendo il romanzo “The Ruins” di Dougal Hein, Smith invita a guardare in faccia la realtà senza disperazione: «La fine del mondo come lo conosciamo non è la fine del mondo». Davanti all’avvicinarsi del collasso, la comunità scientifica e civile deve iniziare a lavorare tra le rovine ponendosi domande fondamentali, per esempio: cosa salvare della modernità? E in particolare, rispetto alla medicina, l’ex direttore del Bmj salverebbe intanto la sanità pubblica, ma anche il ruolo del guaritore tradizionale (come la saggezza delle levatrici), la chirurgia d’urgenza, gli anestetici essenziali e i vaccini ad alto rapporto benefici/rischi; scarterebbe invece definitivamente l’iper-consumismo, i social media e l’egemonia dell’automobile. Ridefinendo collettivamente ciò che conta davvero, in primis le relazioni che ci definiscono gli uni gli altri, sarà possibile forse tracciare sentieri verso il domani.

Per approfondire

Smith R. Past and future trends in medical journals. Richard Smith’s non-medical blog, 21 giugno 2022.

Smith R. The future of science publishing. Richard Smith’s non-medical blog, 29 ottobre 2018.

A cura di Manuela Baroncini

Il Pensiero Scientifico Editore