“La salute? È una parola”

a cura di Eugenio Santoro




“Le parole sono importanti”, recitava una celebre battuta di Michele Apicella (l’alter ego di Nanni Moretti) in “Palombella rossa”. Sono ancora più importanti quando certe parole si prestano a essere interpretate in modo diverso, a seconda dei contesti, del percorso formativo e dell’ambito nel quale si opera. Non mi riferisco alle parole come “pesca”, “riso” o “piano”, che possono essere omonime o polisemiche come abbiamo imparato a scuola. Mi riferisco a termini che abitualmente usiamo in medicina.

Prendiamo per esempio la parola “efficacia” o il suo aggettivo “efficace”. I medici associano a questo termine il concetto di “efficacia clinica” (quello che in inglese è la “efficacy”), mentre gli ingegneri (per esempio quelli gestionali o quelli elettronici/informatici) lo associano a quello di efficienza (quella che in inglese è la “effectiveness”). Alcune categorie di utenti (come per esempio i politici) per non sbagliare usano nelle loro frasi sia il termine “efficacia” che “efficienza” come formula retorica per trasmettere competenza, orientamento ai risultati e modernità amministrativa.

E quando usiamo la parola “sicurezza” cosa intendiamo veramente? La sicurezza tecnologica (e quindi stiamo traducendo dall’inglese la parola “security”) oppure la sicurezza clinica (e allora stiamo parlando di “safety”)? Dipende, anche qui, se a parlare è un medico o un tecnico.

La lista è lunga e comprende termini come “protocollo” (esiste il protocollo di uno studio, il protocollo diplomatico, il protocollo tecnologico come TCP/IP su cui si basa il funzionamento di internet), “outcome” (o “esito”), “studio” (di fattibilità? clinico?), “progetto”, “pubblicazioni” (per i medici sono tali solo quelle ospitate su riviste scientifiche, mentre per altre categorie professionali possono riferirsi anche ad articoli divulgativi pubblicati, per esempio, sui quotidiani), “patient engagement”, “patient empowerment”.

Personalmente ritengo che uno dei termini che si prestano a maggiore confusione sia “sperimentazione”. Provate a parlare di sperimentazione con un clinico, con un ingegnere o con un economista. Per il primo, il significato è uno e uno solo (la sperimentazione clinica, che ha come obiettivo quello di misurare in quale modo un outcome – altro termine equivoco – di salute è modificato da un intervento), mentre per gli altri con questo termine si intende la necessità di verificare che un intervento sia funzionale dal punto di vista tecnico oppure capace di modificare outcome di processo o outcome economici.

A mettere ordine spiegando puntualmente le parole che caratterizzano il dibattito sulla sanità è il libro di Marco Geddes da Filicaia dal titolo “La salute? È una parola”, pubblicato da Il Pensiero Scientifico Editore.

Il suo sottotitolo (“Strumenti e divagazioni per capire la crisi del welfare”) aiuta a capire meglio l’obiettivo del volume: quello di soffermarsi sullo studio dell’etimologia e dei sinonimi/contrari di un termine chiarendo il significato dello specifico concetto in relazione ai mutamenti storici, ai progressi scientifici e (aggiungo io) all’ambito professionale nel quale tale termine è utilizzato.

Con la cura delle parole, spesso riprese da contesti afferenti alla letteratura, al cinema e alle arti figurative, il testo spiega la complessità del linguaggio sanitario restituendo al lettore una visione critica e consapevole.

Organizzato in diciotto capitoli, uno per ogni gruppo di parole simili tra loro, il volume fornisce una panoramica su concetti e termini usati in sanità pubblica come “caso, causa e determinante”, “diverso, simile, uguale”, “prevenire, curare, guarire”, “variabile, varianza, variabilità”.

Uno dei capitoli più interessanti è quello relativo alla “efficacia/efficienza, appropriatezza, sostenibilità”. Non tanto perché sono ben spiegati i concetti che ruotano attorno a queste parole, così simili tra di loro che spesso (a sproposito) sono usate in maniera intercambiabile, ma perché viene approfondita la relazione esistente tra loro. Per spiegare il concetto di appropriatezza, per esempio l’autore ricorda che un intervento o una prestazione sanitaria, se non è efficace è inappropriata; può però essere efficace ma non appropriata a quello specifico paziente. Quindi l’appropriatezza unisce, in qualche modo, l’efficacia con l’efficienza. La sostenibilità è poi messa in relazione all’appropriatezza, ricordando di quanti esami (soprattutto diagnostici) vengono eseguiti in Italia nonostante numerose linee guida condivise dalle società scientifiche le considerino inappropriate, provocando in questo modo un aumento dei costi della sanità pubblica e mettendone a rischio la sostenibilità economica.

Altro capitolo interessante è quello dedicato alla “informazione, comunicazione e narrazione”. Il tema è di stretta attualità. Il compito dei medici e dei divulgatori è quello di comunicare, non informare. La comunicazione è un’azione che richiede di identificare il target al quale ci si rivolge, implica un linguaggio che costruisce un pensiero. Non è fatta di sole parole ma anche di mimica facciale e di inflessione della voce e ha l’obiettivo di “mettere in comune ripetutamente”, rendere partecipe di un contenuto intellettuale. E la narrazione (o, come si dice oggi, lo storytelling, di cui il volume stesso si nutre) può aiutare a trasformare una informazione in una comunicazione efficace. Sono tutti suggerimenti di cui fare tesoro, soprattutto in questa epoca nella quale la comunicazione è mediata da strumenti digitali, piattaforme social e intelligenza artificiale.

Usare le parole corrette, spiegare quelle ambigue, contestualizzarle rispetto ai vari contesti e alle varie aree professionali è il primo passo per parlare (e comunicare) un linguaggio chiaro, comprendere le questioni che caratterizzano il sistema sanitario nazionale e per quanto possibile, suggerire delle soluzioni.