Dalla letteratura

Linee guida cardiologiche, l’Africa resta ai margini delle evidenze

Le linee guida cardiologiche ambiscono a tradurre le migliori evidenze disponibili in raccomandazioni applicabili su scala globale. Ma la base scientifica su cui poggiano resta fortemente sbilanciata verso Europa e Nord America.

È il nodo sollevato da Yehya Khlidj, Kamleshun Ramphul e Mohammed Y. Khanji in un contributo pubblicato sull’European Heart Journal, che richiama l’attenzione sulla sottorappresentazione dei pazienti africani negli studi clinici e, di conseguenza, nelle evidenze utilizzate per formulare le raccomandazioni internazionali1.

Il problema è quantitativamente rilevante. L’Africa conta circa 1,5 miliardi di abitanti, ma un’analisi sistematica degli studi randomizzati alla base delle linee guida ESC 2021 sullo scompenso cardiaco e 2023 sulle sindromi coronariche acute ha mostrato che il 75,9% dei trial farmacologici considerati era stato condotto esclusivamente in Paesi ad alto reddito. Nessun trial comprendeva Paesi a basso reddito e, nell’Africa subsahariana, l’unico Paese rappresentato era il Sudafrica: presente nel 14,2% degli studi sullo scompenso e nell’8,2% di quelli sulle sindromi coronariche acute.

La questione non riguarda soltanto la numerosità del campione, ma la trasferibilità dei risultati. Le popolazioni africane presentano un’elevata eterogeneità genetica, ambientale e socio-culturale e profili cardiovascolari che possono differire sostanzialmente da quelli occidentali. Nel contributo pubblicato sull’European Heart Journal vengono richiamati, tra gli esempi, i limiti del BMI nel riflettere l’adiposità in alcune popolazioni africane, la minore capacità dei criteri convenzionali di sindrome metabolica di identificare il rischio cardiometabolico e il cosiddetto “paradosso dei trigliceridi”, con valori relativamente bassi nonostante un rischio metabolico elevato. Anche l’eziologia dello scompenso varia in modo marcato all’interno del continente: nello studio THESUS-HF l’ipertensione predominava in Nigeria, la cardiopatia ischemica in Kenya e la cardiomiopatia dilatativa idiopatica in Etiopia2.

A questo gap di rappresentatività si somma quello dell’implementazione. Una precedente analisi dell’applicabilità delle linee guida ESC in 64 Paesi aveva rilevato che il 29,4% delle azioni raccomandate risultava completamente non disponibile nei Paesi a basso reddito, contro il 2,4% in quelli ad alto reddito, soprattutto per ostacoli economici e di rimborso3. Negli ultimi anni l’ESC ha iniziato a rispondere al problema elaborando documenti specifici per contesti a risorse limitate, che identificano le raccomandazioni prioritarie e possibili strategie di implementazione senza modificare lo standard di cura indicato dalle linee guida principali.

Il punto sollevato dagli autori va tuttavia oltre l’adattamento delle raccomandazioni: per rendere davvero “internazionali” le linee guida occorre produrre evidenze più rappresentative. Ciò significa ampliare i trial multinazionali, rafforzare infrastrutture e competenze di ricerca e coinvolgere maggiormente società scientifiche africane come la Pan-African Society of Cardiology (PASCAR) nelle collaborazioni con ESC, World Heart Federation e American Heart Association. Una maggiore inclusione non risolverebbe soltanto un problema di equità: potrebbe migliorare la validità esterna delle raccomandazioni, affinare soglie diagnostiche e modelli di rischio e ridurre la distanza tra medicina basata sulle evidenze e pratica clinica nei sistemi sanitari con minori risorse.




Bibliografia

1. Khlidj Y, Ramphul K, Khanji MY. Underrepresentation of African patients in cardiology guidelines. Eur Heart J 2026; 47: 4348-50.

2. Damasceno A, Mayosi BM, Sani M, et al. The causes, treatment, and outcome of acute heart failure in 1006 Africans from 9 Countries: results of the Sub-Saharan Africa Survey of Heart Failure. Arch Intern Med 2012; 172: 1386-94.

3. van Dijk WB, Schuit E, van der Graaf R, et al. Applicability of European Society of Cardiology guidelines according to gross national income. Eur Heart J 2023; 44: 598-607.

Fabio Ambrosino

in collaborazione con cardioinfo.it

Screening del carcinoma colorettale: i test ematici entrano nelle linee guida ACS, ma non come opzione preferenziale

Quest’anno i test ematici per lo screening del carcinoma colorettale (CRC) sono entrati per la prima volta tra le opzioni raccomandate dall’American Cancer Society (ACS), senza però essere collocati sullo stesso piano della colonscopia, degli altri esami visivi o dei test basati sulle feci1.

L’aggiornamento delle linee guida, coordinato da Andrew Wolf della University of Virginia School of Medicine di Charlottesville, negli Stati Uniti, e pubblicato su CA: A Cancer Journal for Clinicians, mantiene infatti queste strategie come opzioni preferenziali, riservando i test ematici alle persone che rifiutano o non completano uno dei percorsi di screening raccomandati. “La mia opinione è che valga la pena menzionarli, ma raccomando comunque di sottoporsi a una colonscopia o a un test sulle feci”, ha dichiarato il primo autore dell’aggiornamento.

Il CRC rappresenta uno dei principali ambiti in cui lo screening consente sia l’identificazione precoce della malattia sia la prevenzione del tumore attraverso l’individuazione e la rimozione delle lesioni precancerose. Le linee guida ACS confermano pertanto l’avvio dello screening a 45 anni negli adulti a rischio medio e la prosecuzione fino a 75 anni nei soggetti con un’aspettativa di vita superiore a 10 anni. Tra i 76 e gli 85 anni, la decisione dovrebbe invece essere individualizzata sulla base delle condizioni generali, dell’aspettativa di vita, delle preferenze e della precedente storia di screening.

Proprio la capacità di identificare precocemente il tumore e, soprattutto, le lesioni precancerose, rappresenta uno degli elementi alla base del diverso posizionamento dei test ematici. Secondo gli autori e le autrici del documento, questi esami non raggiungono infatti le prestazioni della colonscopia o dei test fecali nell’individuazione dei tumori in fase iniziale e dei polipi precancerosi. “Rispetto ai test consolidati basati sull’analisi delle feci, quelli basati sull’analisi del sangue hanno dimostrato una sensibilità inferiore sia per le lesioni precancerose avanzate sia per i tumori al I stadio” si legge nell’aggiornamento delle linee guida, pubblicate alla fine di maggio.

In una news pubblicata su JAMA, la giornalista scientifica Rita Rubin si interroga quindi sulle ragioni che hanno portato il gruppo di lavoro a includere comunque i test ematici tra le opzioni disponibili2. Una scelta che potrebbe essere interpretata, soprattutto attraverso una comunicazione non accurata, come una loro equiparazione alle strategie di screening consolidate. “Abbiamo dedicato molto tempo alla formulazione e all’impostazione della raccomandazione, per assicurarci di rendere il più chiaro possibile che non volevamo che l’esame del sangue sostituisse gli altri test”, ha affermato Wolf.

Questo aspetto è stato sottolineato anche da Robin Mendelsohn del Memorial Sloan Kettering Cancer Center (New York, Usa), non coinvolta nella stesura delle linee guida. “Penso che abbiano gestito bene la questione” ha dichiarato. “Credo che siano stati alcuni media a non interpretarla correttamente”. Secondo Mendelsohn, alcuni articoli dedicati all’aggiornamento delle raccomandazioni hanno infatti suggerito che i medici stessero promuovendo i test ematici come una nuova strategia di screening equivalente alle altre.

Le linee guida mantengono invece una chiara gerarchia tra le diverse opzioni. Restano preferenziali i test fecali ad alta sensibilità, compresi FIT e gFOBT annuali, i test multitarget su DNA o RNA fecale con intervallo triennale e gli esami strutturali, tra cui la colonscopia ogni 10 anni, la colonografia TC ogni 5 anni e la sigmoidoscopia con lo stesso intervallo. I test ematici vengono inclusi tra le opzioni disponibili con una raccomandazione distinta e dovrebbero essere proposti alle persone che non intendono sottoporsi o non completano uno dei test preferenziali.

Negli Stati Uniti sono attualmente disponibili due test ematici autorizzati dalla FDA per lo screening del CRC, Shield e SimpleScreen. I dati riportati nella news di JAMA evidenziano prestazioni complessivamente simili: Shield e SimpleScreen potrebbero non identificare rispettivamente fino all’88,7% e all’87,5% delle lesioni precancerose avanzate e presentano un tasso di falsi negativi per il CRC del 17% e del 21%, rispettivamente, con un tasso di falsi positivi del 10% per entrambi i test. Queste prestazioni sono coerenti con le considerazioni alla base del posizionamento attribuito dall’ACS ai test ematici, che non vengono indicati come alternativa preferenziale alle strategie di screening consolidate.

L’inclusione dei test ematici potrebbe comunque ampliare le possibilità di screening per una quota di popolazione che altrimenti rimarrebbe esclusa dai programmi di prevenzione. Le linee guida mantengono infatti il principio secondo cui la disponibilità di diverse opzioni può favorire la partecipazione, consentendo di adattare la proposta alle preferenze e alle caratteristiche individuali. In questo contesto, il test ematico viene considerato soprattutto come un’alternativa per le persone che non accettano o non riescono a completare un test fecale o un esame visivo. Resta infine un aspetto centrale dal punto di vista clinico: un risultato positivo al test ematico non conclude il percorso di screening. Come per gli altri test non endoscopici, un esito anomalo deve essere seguito da una colonscopia diagnostica, necessaria per completare l’iter e consentire l’eventuale identificazione e rimozione delle lesioni.




Bibliografia

1. Wolf AMD, Hoffman RM, Walter LC, et al. Colorectal cancer screening: an update to the American Cancer Society guideline, 2026. CA Cancer J Clin 2026; e70083.

2. Rubin R. Blood Tests for Colorectal Cancer Screening – What the updated ACS guideline says. JAMA 2026; 336: 820-1.

Andrea Calignano

in collaborazione con gastroinfo.it

Quando è l’oncologo il paziente oncologico

«Ricordo ancora perfettamente quel momento. […] Seduta da sola nella mia automobile, ho consultato il portale pazienti. Non ho atteso la comunicazione telefonica da parte del mio medico curante; desideravo accedere direttamente ai risultati delle analisi. Possedevo le competenze necessarie per decodificare immediatamente la terminologia medica. Ancora prima del colloquio con il medico di riferimento, ho compreso l’esito del referto: carcinoma mammario. In un solo istante ho oltrepassato una linea di demarcazione invisibile. Un attimo prima rivestivo il ruolo dell’oncologa dedita all’interpretazione dei reperti diagnostici; l’attimo successivo mi trovavo nella condizione di paziente destinataria della diagnosi». A raccontare è Anusha Chidharla, Assistant Professor presso la Division of Medical Oncology del Kansas University Cancer Center, che ha pubblicato su ASCO Connection un editoriale sulla sua esperienza come paziente oncologica ma anche oncologa1.

«Paradossalmente», continua Chidharla, «i miei pensieri iniziali non si sono concentrati sulla biologia tumorale, sugli algoritmi terapeutici, sui test genomici o sulla sperimentazione clinica, né sui recettori ormonali, sul rischio di recidiva o sugli indici di sopravvivenza statistica. La mia attenzione è stata catturata dai miei figli: il mio primogenito di sei anni, il più piccolo ancora in età prescolare. Ho pensato alle ricorrenze future, agli eventi scolastici ai quali desideravo presenziare, alla lettura delle fiabe della buonanotte e a tutte quelle attività ordinarie che, all’improvviso, assumevano un valore inestimabile. Sono emersi subito dopo i quesiti che innumerevoli pazienti mi avevano rivolto in precedenza: Perché proprio io? Quali saranno i prossimi passaggi clinici? Riuscirò a guarire? Per anni mi sono relazionata con pazienti e familiari che mi ponevano tali interrogativi, illustrando diagnosi, valutando opzioni terapeutiche e supportando i soggetti nella gestione dell’incertezza prognostica. Ora mi trovavo a sperimentare in prima persona la medesima condizione. La mia prima chiamata è stata per mio marito; la seconda per il mio oncologo. Nel giro di pochi minuti sono stata ricontattata con la richiesta di recarmi in ambulatorio. In quel frangente ho preso piena coscienza del mio privilegio: conoscevo i percorsi assistenziali, sapevo a chi rivolgermi e quali quesiti porre. Tuttavia, nonostante il bagaglio di conoscenze specialistiche, ho provato esattamente il timore che affligge la maggior parte dei pazienti».

Rivestire contemporaneamente il ruolo di oncologo e di paziente oncologico costituisce al contempo una risorsa e un fardello. La conoscenza scientifica rappresenta un vantaggio e, parallelamente, un peso. Un oncologo comprende i dati epidemiologici, conosce il protocollo terapeutico di elezione, conosce i tassi di risposta e la tossicità attesa. Conosce anche le eccezioni, le implicazioni di una recidiva, i potenziali fallimenti terapeutici e ogni singola eventualità prognostica. «Un insegnamento precoce è stato comprendere come il sapere medico non annulli l’incertezza, limitandosi a modificarne la configurazione. Spesso, come medici, nutriamo la convinzione che la comprensione clinica conferisca il controllo; l’esperienza come paziente oncologica mi ha dimostrato l’intrinseca persistenza dell’incertezza, indipendentemente dal livello di approfondimento nozionistico».




Le settimane successive per Anusha Chidharla sono state piene di visite, indagini radiologiche, referti anatomo-patologici, consulti terapeutici e decisioni cliniche:«Ho sperimentato in prima persona i processi del sistema sanitario con cui mi interfaccio quotidianamente, cogliendone per la prima volta la portata gravosa. Ho inoltre affrontato una reazione inattesa: il dolore psicologico, configurabile non solo come elaborazione della diagnosi, ma come rimpianto per la temporanea perdita della mia condizione di normalità precedente alla patologia, per la forzata rimodulazione dei piani di vita e per la perdita di quella presunta stabilità e certezza esistenziale. Analogamente a molti malati, ho attraversato le fasi di negazione, collusione, negoziazione, deflessione dell’umore e accettazione, spesso compresenti nel medesimo arco temporale».

Ma per Anusha Chidharla l’aspetto maggiormente disagevole non è coinciso con il trattamento in sé, bensì con i tempi di attesa: attesa dei referti istologici, attesa dei riscontri radiologici, attesa dell’avvio terapeutico, attesa della valutazione di efficacia del trattamento. Nella pratica oncologica si tende a focalizzare l’attenzione su visite e interventi clinici; dal punto di vista del paziente, gran parte dell’esperienza di malattia si colloca negli intervalli temporali tra un’prestazione e l’altra, rappresentandone spesso la componente più stressante e spaventosa.

«Un ulteriore elemento inatteso è derivato dal supporto ricevuto da persone che avevano già affrontato il medesimo percorso, tra cui amici, colleghi e pazienti, alcuni dei quali medici. L’aspetto determinante risiedeva nella condivisione esperienziale della condizione. Tali figure mi hanno rassicurata nei momenti critici, agevolando la comprensione della realtà sintomatologica dei trattamenti e confermando la normalità delle mie reazioni emotive, testimoniando soprattutto l’esistenza di una prospettiva esistenziale oltre la terapia», prosegue Chidharla. «Per anni ho rivolto ad alcuni pazienti la frase: “Se fossi nei tuoi panni, farei questa scelta”, intesa come orientamento clinico. Oggi attribuisco a tale espressione una valenza differente: la realtà è che non desidero trovarmi in quella condizione, poiché l’esperienza del paziente risulta estremamente complessa. La malattia mi ha trasmesso un senso di profonda umiltà, evidenziando come ogni assistito sostenga un carico emotivo non pienamente valutabile dalla prospettiva opposta della sala visite».

Anche il percorso terapeutico ha offerto all’oncologa insegnamenti significativi. Nella pratica clinica si definiscono spesso gli effetti collaterali come tollerabili o gestibili. «Ora guardo tali concetti sotto una luce diversa: una tossicità clinicamente gestibile può comunque compromettere in modo drastico la qualità di vita individuale. Una nausea di grado 1 può rendere insopportabile l’assunzione di cibo, mentre un’astenia di grado 2 altera la capacità di svolgere le funzioni genitoriali, lavorative, motorie e relazionali. Per un soggetto abituato a ritmi intensi tra clinica, ricerca e attività familiari, la stanchezza non si riduce a un parametro numerico di tossicità, ma ridefinisce l’intera quotidianità. Vivere i trattamenti in prima persona ha modificato permanentemente la mia modalità di discussione degli effetti avversi con i pazienti. La patologia oncologica ha inoltre incrementato la mia stima per tutte le figure professionali del team multidisciplinare: infermieri, case manager, personale di segreteria, operatori del reparto di infusione e medici curanti».

L’insegnamento fondamentale riguarda il valore della presenza. I pazienti non richiedono necessariamente risposte esaustive a ogni quesito, ma necessitano di una vicinanza empatica nell’incertezza: per validare le loro paure, per rispondere ripetutamente ai medesimi interrogativi, per essere ascoltati, per una semplice presenza di supporto.

Conclude Anusha Chidharla: «La malattia mi ha trasformata sotto il profilo professionale, di ricercatrice, genitore e persona, incrementando la mia empatia, la mia pazienza e la consapevolezza della dimensione esistenziale extra-clinica. Tale vissuto ha influenzato la mia concezione dei trial clinici, del carico assistenziale, della qualità di vita e delle terapie di supporto. Ciascun protocollo di ricerca da me elaborato assume ora il volto di una persona reale che tenta di coniugare le cure con gli impegni lavorativi, familiari, assistenziali e finanziari. L’insegnamento principale riguarda la speranza, intesa non come garanzia o certezza prognostica, bensì come determinazione a proseguire il percorso nonostante l’imprevedibilità. Persistono giornate complesse e momenti di timore, affiancati tuttavia da istanti di gratitudine, significato e connessione relazionale, focalizzandomi sulle priorità essenziali: famiglia, affetti, finalità personali e supporto al prossimo. Il messaggio che auspico di trasmettere ai pazienti si articola nei seguenti punti:

■ affrontare la quotidianità un giorno alla volta;

■ porre quesiti clinici;

■ accettare il supporto disponibile;

■ riporre fiducia nel team ospedaliero;

■ adottare un atteggiamento compassionevole verso sé stessi;

■ ricordare che, nonostante la percezione di incertezza, sussistono prospettive favorevoli.

Non ho mai desiderato trovarmi nella posizione dei miei pazienti, ma l’attraversamento di tale percorso mi ha resa un medico migliore, una ricercatrice più consapevole e una sostenitrice più efficace delle persone che quotidianamente ripongono in me la propria fiducia».




Bibliografia

1. Chidharla A. The oncologist as patient: lessons in cancer, compassion, and hope. ASCO Connection 2026; 1° luglio. Disponibile su: https://short.do/khWk88 [ultimo accesso 15 settembre 2026].

David Frati

in collaborazione con oncoinfo.it

Oltre le categorie diagnostiche: come potrebbe cambiare il prossimo DSM

Per oltre quarant’anni il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) ha fornito alla psichiatria un linguaggio condiviso, rendendo più riproducibile la diagnosi e facilitando il dialogo tra clinica e ricerca. Ma proprio il modello categoriale affermatosi con il DSM-III nel 1980 mostra oggi alcuni dei suoi limiti più evidenti: i confini tra i disturbi sono spesso permeabili, la comorbilità rappresenta più la regola che l’eccezione e sintomi clinicamente rilevanti come anedonia, irritabilità, alterazioni cognitive o disturbi del sonno attraversano diagnosi differenti. È da questa constatazione che prende forma la roadmap per il futuro DSM elaborata dalla Future DSM Strategic Committee dell’American Psychiatric Association (APA), istituita nel 2024 e presieduta da Maria A. Oquendo, della University of Pennsylvania. L’obiettivo non è abolire le categorie diagnostiche, ma costruire attorno a esse una rappresentazione più articolata del paziente.

La proposta, illustrata nel 2026 in una serie di contributi sull’American Journal of Psychiatry1, prevede una formulazione organizzata attorno a quattro grandi componenti. Resterebbero innanzitutto le diagnosi categoriali, con diversi livelli di specificità, gravità e comorbilità e mantenendo l’allineamento con l’ICD. A queste si aggiungerebbero dimensioni transdiagnostiche, biomarcatori e fattori biologici quando sostenuti da evidenze sufficienti, e una valutazione sistematica del contesto: funzionamento, qualità di vita, fase dello sviluppo, determinanti socioeconomici, culturali e ambientali della salute. Il risultato sarebbe quindi non una semplice lista più lunga di criteri, ma una formulazione diagnostica multilivello, capace di descrivere simultaneamente “quale” disturbo presenta il paziente e “come” quel disturbo si esprime nella singola persona.




Il nodo della dimensionalità è probabilmente quello di maggiore interesse anche per la neurologia. Molte manifestazioni neuropsichiatriche, dalla compromissione cognitiva all’apatia, dall’impulsività alla disregolazione affettiva, non appartengono in modo esclusivo a una singola categoria. Possono comparire, con intensità e combinazioni differenti, nei disturbi dell’umore, nelle psicosi, nei disturbi neurocognitivi o nelle patologie neurologiche. Una nosografia esclusivamente categoriale obbliga invece a individuare soglie diagnostiche discrete all’interno di fenomeni spesso continui. Il futuro DSM dovrebbe conservare le soglie necessarie alla decisione clinica, ma affiancarle a misure dimensionali in grado di caratterizzare meglio gravità, eterogeneità e sovrapposizione tra sindromi.

Questa impostazione avvicina il DSM ad alcune linee di ricerca sviluppatesi negli ultimi anni senza tuttavia sovrapporsi a esse. Il Research Domain Criteria (RDoC) del National Institute of Mental Health2, per esempio, studia la psicopatologia attraverso dimensioni neurocomportamentali che attraversano le categorie tradizionali e integra livelli di analisi che vanno dai geni e dai circuiti neurali al comportamento e al self-report. RDoC, tuttavia, rimane esplicitamente un framework per la ricerca e non uno strumento diagnostico. Anche la Hierarchical Taxonomy of Psychopathology (HiTOP)3 propone una classificazione empirica e dimensionale della psicopatologia, organizzando segni e sintomi in una struttura gerarchica derivata dalle loro correlazioni. La direzione immaginata dall’APA può quindi essere letta come un tentativo pragmatico di portare alcuni principi della ricerca dimensionale all’interno di uno strumento destinato alla pratica clinica, senza rinunciare alla continuità con la nosografia esistente.

Particolarmente delicata è l’apertura ai biomarcatori. Neuroscienze, genetica, neuroimaging e biologia computazionale hanno prodotto una crescente quantità di informazioni sui correlati biologici dei disturbi mentali, ma nella maggior parte dei casi non esistono ancora marker dotati di sensibilità, specificità e validità clinica sufficienti per definire autonomamente una diagnosi psichiatrica. La roadmap riconosce esplicitamente questa distanza tra promessa scientifica e applicabilità: i biomarcatori dovrebbero essere incorporati solo quando adeguatamente validati. Per neurologi e psichiatri è un passaggio cruciale. L’obiettivo non sembra essere una “biologizzazione” della diagnosi, quanto piuttosto la costruzione di una nosologia capace di integrare, quando disponibili, dati biologici con fenotipo clinico, traiettoria evolutiva e contesto.

Analogo rilievo assume il recupero di funzionamento e qualità di vita. Due pazienti che soddisfano gli stessi criteri diagnostici possono avere un impatto radicalmente diverso sulle relazioni, sull’autonomia, sul lavoro e sulla partecipazione sociale. Secondo il gruppo APA, sintomi, funzionamento e qualità di vita costituiscono dimensioni correlate ma non intercambiabili e consentono di descrivere meglio sia il carico di malattia sia l’evoluzione clinica. Anche in questo caso emerge una convergenza con una medicina più orientata agli outcome rilevanti per il paziente, particolarmente importante nelle condizioni croniche neurologiche e psichiatriche.




Il progetto dovrà però confrontarsi con problemi metodologici tutt’altro che marginali. Aumentare il numero di dimensioni considerate può migliorare la validità descrittiva, ma rischia anche di rendere la diagnosi più complessa e meno utilizzabile nella pratica quotidiana. Rimangono da definire gli strumenti con cui misurare i domini transdiagnostici, le soglie clinicamente significative, la loro applicabilità interculturale e il peso da attribuire ai diversi livelli della formulazione. Sarà inoltre essenziale preservare la compatibilità con l’ICD-11, che costituisce lo standard globale per la registrazione e la classificazione delle malattie e che già attribuisce particolare importanza all’utilità clinica e alle evidenze sulle relazioni tra i disturbi.

Un secondo cambiamento riguarda il processo stesso di revisione. L’APA immagina un DSM sempre più simile a un “living document”, aggiornabile in modo regolare sulla base di evidenze scientifiche sottoposte a valutazione e del contributo di clinici, ricercatori e persone con esperienza diretta dei disturbi mentali. Già il DSM-5-TR viene aggiornato attraverso modifiche approvate di criteri, testo e codici, ma la roadmap punta a rendere questa capacità di evoluzione una caratteristica strutturale del futuro manuale. Nello stesso quadro è stata proposta anche la sostituzione di “Statistical” con “Scientific” nel nome DSM, a indicare il passaggio dalle originarie esigenze di classificazione statistica a una funzione più esplicitamente clinica e scientifica. Al momento, tuttavia, si tratta di una direzione strategica e non dell’annuncio di una nuova edizione già definita.

La sfida sarà quindi trovare un equilibrio tra stabilità e innovazione. Le categorie diagnostiche continuano a essere indispensabili per comunicazione clinica, decisioni terapeutiche, epidemiologia e organizzazione dei servizi; allo stesso tempo, una crescente quantità di evidenze mostra che non esauriscono la complessità della psicopatologia. Integrare categorie, dimensioni transdiagnostiche, funzionamento, contesto e, quando maturi, biomarcatori potrebbe avvicinare la classificazione alla realtà osservata quotidianamente da psichiatri e neurologi. Più che una rottura con il DSM attuale, la roadmap dell’APA indica dunque una possibile evoluzione: dalla diagnosi intesa come assegnazione a una casella alla diagnosi come formulazione multidimensionale, dinamica e sempre più informata dalla convergenza tra clinica e neuroscienze.




Bibliografia

1. Psychiatry on line. Selezione di articoli disponibile su: https://short.do/dVyabu [ultimo accesso 15 settembre 2026].

2. National Institute of Mental Health. Research Domain Criteria (RDoC). Disponibile su: https://short.do/2sG4XS [ultimo accesso 15 settembre 2026].

3. HiTOP. The Hierarchical Taxonomy of Psychopathology. Disponibile su: https://short.do/dRb_Yl [ultimo accesso 15 settembre 2026].

Fabio Ambrosino

in collaborazione con neuroinfo.it