«Omnes una manet nox»


Dal fondo  (dalla radice) del dibattito sulla bioetica di fine vita, insopprimibile riemerge – col passo accelerato delle società tecnologiche ad alta medicalizzazione – la dialettica primaria­ tra angoscia della finitudine e onnipotenza dell’artificio. La sollecita l’interrogativo radicale – pavor mortis – tra quelli, molti, posti dalla metamorfosi dell’evento biologico in esperienza biografica. Rispondendo a tale interpellanza, l’arte può aiutare la medicina fino all’ultimo dei suoi passi; fino, cioè, a recuperare al morente una dimensione condivisa. Perché – mirabile sintesi oraziana – «omnes una manet nox»: una stessa notte, uguale per tutti, attende ciascuno di noi. Ciò al di là di effimeri conforti, per superare i confini del rifiuto e al fine di andare oltre una cultura, pervenuta man mano, anche in medicina, all’interdizione della morte. A favore, piuttosto, di un soccorso che si prende cura del soffrire, pur se non può guarire.
Del pavor mortis – l’angos­­cia dell’ora che non ha più sorelle – testimoniano i due brani che seguono
(ne sono autori due premi Nobel).
Li dobbiamo alla cortese segnalazione del professor Giuseppe Giusti, di Napoli,
cui va un cordiale ringraziamento.


Il pensiero assillante

In realtà, del vecchio Sayyid non restava che un’ombra ed erano i nervi soprattutto a consumarlo, come se volessero ucciderlo. Il pensiero assillante della morte era diventato la sua principale preoccupazione.
Pensava continuamente all’ora dell’agonia, di cui aveva avuto un amaro assaggio di recente, e riandava con la memoria a quella dei parenti che aveva visto morire: quel doloroso languore, quel respiro difficile, quel rantolo discontinuo, quell’appannarsi della vista e la vita che abbandona il corpo e l’anima che se ne va. Come si poteva accettare una cosa simile? L’uomo già impazzisce di dolore quando gli tolgono un’unghia, che mai sarà quando gli strapperanno l’anima e la vita? Le vere dimensioni di questa sofferenza le conosce solo chi muore, gli altri non ne percepiscono che le manifestazioni esteriori. La sua realtà, le sue ripercussioni nell’anima e nella carne dell’agonizzante rimangono un segreto che viene seppellito insieme a lui. Se chi muore potesse far provare agli altri il tormento della propria agonia, nessuno potrebbe più vivere una sola ora serena e la gente morirebbe di spavento prima che giungesse la propria fine.
Quanto aveva sperato che Dio gli concedesse di essere tra quei fortunati che muoiono per un colpo apoplettico! Muoiono mentre parlano o mentre mangiano, mentre camminano o stanno seduti come se si prendessero gioco dell’agonia, aspettandola con noncuranza e poi svignandosela di nascosto, verso l’eternità. Ma Selim Alwan non poteva sperare una morte così, poiché già suo padre e suo nonno avevano fatto proprio la fine che egli temeva: una lunga agonia di mezza giornata, una lotta che imbianca le tempie.
Chi avrebbe potuto credere che Sayyid Selim Alwan, uomo forte e felice, fosse caduto in preda a simili pensieri e timori? Eppure era così e l’agonia non era la sola cosa che lo terrorizzava. Pensava di continuo anche al sonno della morte e a lungo rifletteva e meditava su come doveva essere. L’immaginazione e la cultura tramandata dagli avi lo portavano a pensare che una parte di sé sarebbe sopravvissuta alla morte. Così temeva che si sarebbe accorto di morire, che avrebbe sentito la fine ghermirlo e che avrebbe trovato nell’oscurità e nella desolazione della tomba, straniamento, scheletri, ossa, sudari, mancanza d’aria e di spazio oltre al probabile struggimento per la vita e la gente perduta.



da: Vicolo del mortaio, di Nagib Mahfuz.
Traduzione di Paolo Branca.
Feltrinelli, Milano 1989. Pagg. 209 e 210