Un potere condiviso? Del buon uso dei protocolli in medicina

Sandro Spinsanti1

1Istituto Giano per le Medical Humanities.

Pervenuto il 27 maggio 2026. Non sottoposto a revisione critica esterna alla direzione della rivista.

Riassunto. I protocolli non regolano solo il vestiario formale o il cerimoniale diplomatico. Più ampiamente, queste rigide linee guida strutturano la nostra intera realtà sociale e l’osservazione metodica della natura. Si può dire, quindi, che ogni aspetto della nostra vita quotidiana sia letteralmente “vestito” di protocolli. I protocolli medici, in particolare, offrono rigore scientifico e tutele legali, ma rischiano di spersonalizzare la cura e riproporre dinamiche di potere asimmetriche. La sfida attuale è usarli in modo dialogico, condividendo incertezze e decisioni con il paziente per garantirgli reale sicurezza.

Shared power? The proper use of protocols in medicine.

Summary. Protocols do not merely govern formal dress or diplomatic ceremony. More broadly, these strict guidelines shape our entire social reality and the systematic observation of nature. It can therefore be said that every aspect of our daily lives is literally ‘clothed’ in protocols. Medical protocols, in particular, offer scientific rigour and legal safeguards, but risk depersonalising care and perpetuating asymmetrical power dynamics. The current challenge is to use them in a dialogical manner, sharing uncertainties and decisions with the patient to ensure their genuine safety.

Premessa

Nella nostra vita quotidiana ci muoviamo tra protocolli. Il riferimento non è solo a come ci si deve vestire in certi eventi ufficiali o alla ritualità richiesta in rappresentanze diplomatiche, quelle regole protocollari che si seguono nei ricevimenti e nelle cerimonie solenni. Ben più ampiamente, i protocolli danno forma alla realtà che ci circonda, strutturando ogni aspetto della nostra vita sociale. Le nostre azioni sono regolate in maniera rigida da dispositivi protocollari. In particolare hanno a che fare con l’osservazione metodica della natura e della società, così che il complesso della nostra vita sociale si può considerare vestito di protocolli.

I protocolli nella pratica professionale

Un ruolo specifico hanno i protocolli nell’ambito dei rapporti professionali. Limitano la discrezionalità dei professionisti e danno fiducia a chi si trova a interagire con loro: nutrono la sicurezza di non essere esposti all’arbitrio altrui o all’improvvisazione. I protocolli sono costruiti con metodologie rigorose, provati e riprovati; e modificati quando non danno prova di efficacia. La scienza, diventata metodo, dà vita al protocollo, il suo frutto più maturo. Ciò riguarda sia le scienze naturali, o hard, sia le scienze dell’ambito umanistico.

Tutto ciò ha un impatto particolare sulle procedure di cura praticata in maniera professionale. Possiamo considerare i protocolli come i figli legittimi – e maturi – di quella svolta che ha investito la filosofia del sapere sanitario fin dall’inizio del XX secolo, quando la medicina ha deciso di appoggiarsi a una metodologia che richiedesse prove rigorose. Il sapere che ne è nato ha scalzato fedeltà di scuola o soggettive preferenze individuali dei clinici. Per illustrare il mondo che la scienza medica si è lasciata alle spalle prendiamo spunto da una situazione fornita da un racconto: l’apprendimento che deve fare il giovane medico protagonista del romanzo “Il medico della mutua”1. Sotto la guida di un medico più esperto, visita un malato e individua una patologia cardiaca. Il tutor lo istruisce:

“Ho visto che in questo caso la strofantina serve poco. Risponde meglio la digitale. Ma non dirlo al primario”.

“Perché?”

“Non vuole che si usi la digitale. Quelli della clinica sono per la digitale. Noi siamo per la strofantina. Siamo due scuole cardiologiche. Non nominare mai la digitale di fronte al primario”.

Il sapere medico su cui noi oggi ci appoggiamo si colloca all’antitesi di questa arbitrarietà. Il protocollo costituisce un canale di comunicazione tra i diversi professionisti della cura e propone un percorso operativo da seguire. Richiede prove – Evidence-Based Medicine –, produce linee guida e chiede di seguire protocolli. In certe situazioni i protocolli medici hanno un carattere rigidamente prescrittivo: pensiamo alle procedure necessarie in caso di trattamenti sanitari obbligatori. Dall’entrata in vigore della legge Gelli Bianco, nel 2017, è invalso il principio che il professionista deve obbligatoriamente agire sulla base delle linee guida accreditate, soprattutto quando queste includono indicazioni esplicitamente vincolanti. La ricaduta sugli aspetti medico-legali della pratica della cura è determinante. Certo: è prevista, a certe condizioni, la possibilità di dissentire da un protocollo, a condizione che il dissenso sia “protocollato”…

Quando è di scena il “protocollista”

Ci rassicura il fatto che il sapere da cui sono attinte le cure che riceviamo si basi su fondamenti così rigorosi, costruiti con metodologie universalmente validate dal mondo scientifico. Ci sono però degli aspetti della pratica medica che ci impediscono di dare un benvenuto incondizionato ai protocolli. Il comportamento di certi clinici suscita riserve. Un esempio illustrativo è fornito in un libro in cui un noto oncologo racconta la triste vicenda che ha avuto come protagonista suo figlio. Ammalatosi di cancro, è passato attraverso i trattamenti previsti. Quando l’organismo non rispose più ai trattamenti, i medici decisero di sospendere le cure.

«Nei due anni trascorsi qualche vantaggio l’avevano dato, ma ora non funzionavano più. E glielo dissero con la grazia tipica dei ‘protocollisti’: “Il protocollo non è più efficace, sospendiamo tutto. Firmi qui la chiusura dello studio”. Le cose vanno così, la delicatezza degli istituti di ricerca è quella che è. Sentirsi dire frasi del genere, per un malato è come sentir pronunciare una sentenza di morte»2.

La qualifica screditante di “protocollisti” non incombe solo sui professionisti che assumono una postura da cui è assente quella sensibilità che è parte integrante della competenza comunicativa. Si può estendere a tutti coloro che Claudio Rugarli ha chiamato “medici a metà”3, ovvero a quei clinici che nella relazione di cura considerano solo il versante del rigore scientifico e trascurano quella metà su cui presiedono le Medical Humanities.

Nella figura del protocollista incombe anche un altro aspetto. Lo analizza in maniera rigorosa il sociologo Enrico Gargiulo nel saggio: “Protocollo: uno strumento di potere”4. La gestione del potere è l’elefante nella stanza dei rapporti di cura contemporanei. In passato il modello prevalente era quello del paternalismo benevolo, fondato sull’implicito messaggio da parte del professionista: “Sono qui per fare il tuo bene. La decisione su che cosa fare è affidata a me: al mio sapere – scienza – e alla mia coscienza. Fidati e affidati”. Ciò conferiva al curante un potere totale sulla persona in cura. Un revival di quel rapporto di potere potrebbe ora attualizzarsi appellandosi ai protocolli: un potere ancora più impersonale e inappellabile, un manto che copre sia il professionista sia il malato, con un’autorità assoluta che non può essere messa in discussione.

Il potere insito nei protocolli – chi controlla che cosa, chi decide al posto di – rischia di scivolare sullo sfondo, ma è più che mai presente. Apparentemente è spersonalizzato, perché si trasforma in un’autorità scientifica anonima. In realtà prolunga il rapporto di potere che ha dominato a lungo la pratica clinica e che il movimento della bioetica, che valorizza l’empowerment del paziente, si è proposto di demolire. Le cure vestite di protocolli sono da collocare agli antipodi delle cure personalizzate, nelle quali l’obiettivo non è curare la patologia – e tanto meno l’organo malato – ma la persona che ne soffre, riconoscendole voce e potere.

La cura: un ponte tra due sponde

Abbiamo bisogno di fantasia creativa per dar corpo a un diverso rapporto, in cui la cura assuma la funzione di un ponte che unisce le due sponde: sponde diverse, ma simmetriche; un ponte dove passano non solo farmaci e prescrizioni terapeutiche, ma prima di tutto parole. Da una parte come dall’altra. Non si tratta di svalutare i protocolli, e tanto meno di abolirli, ma di decidere di utilizzarli in una maniera funzionale al modello di rapporto richiesto dalla cultura del nostro tempo. E quindi di rivedere la questione sottostante relativa al potere: piuttosto che concentrarlo, è necessario redistribuirlo. Si può far ricorso a questo strumento di governo della cura, e quindi di potere, in modo autoritario; oppure in modo dialogico, che non isola il potere confinandolo solo in mano a una delle parti, e quindi in pratica condividendo il potere stesso.

In questa direzione possono essere utili i suggerimenti di Helen Salisbury, medica di medicina generale, in una proposta formulata sul British Medical Journal dal titolo programmatico: “Come far sentire sicuri i pazienti”5. Il punto di partenza è costituito dall’osservazione che in medicina sono pochissime le decisioni prive di rischi. Elaborare un livello di rischio accettabile è una sfida permanente. Ma invece di nascondersi dietro la barriera impersonale di linee guida e protocolli, si può gestire l’incertezza con il malato, coinvolgendolo nelle decisioni. Condividendo anche l’incertezza: «Abbiamo bisogno di essere capaci di congedare il paziente sollevato, con una rinnovata fiducia nel proprio corpo, ma sapendo anche quali sintomi deve sorvegliare, nell’ipotesi non improbabile che ci siamo sbagliati», dichiara programmaticamente Helen Salisbury. Si tratta di rifocalizzare l’obiettivo: non più far sentire “sicuro” il professionista, protetto dallo scudo del protocollo, ma garantire la sensazione di sicurezza del malato (to feel safe). O meglio: sia dell’uno che dell’altro. Ma con la consapevolezza che la sicurezza che sta a cuore al malato non si identifica con quella dello scudo giuridico che è spesso attribuita al professionista sanitario. Per questo il protocollo è sfidato a diventare lo strumento di un potere condiviso, piuttosto che di un potere da cui il malato si sente escluso. La strategia proposta è quella di una comunicazione aperta, presupponendo soprattutto la continuità di un rapporto che non si riduca a prestazioni. L’invito a sorvegliare i sintomi e a non esitare a tornare dal curante in casi dubbiosi è quella porta aperta che contribuisce a dare sicurezza.

Certo, una prospettiva scomoda. E time consuming… Ma c’è forse un modo più produttivo di utilizzare il tempo della cura? Il movimento di Slow Medicine – utopistico e rivoluzionario come quello di Slow Food, su cui si appoggia – ha fatto proprio questo ideale. Da esso ci si aspetta cure “sobrie – rispettose – giuste”, e quindi anche sicure. C’è solo da augurarsi che il suo modello di buona cura contagi un numero sempre maggiore di professionisti sanitari.

Conflitto di interessi: l’autore dichiara l’assenza di conflitto di interessi.

Bibliografia

1. D’Agata G. Il medico della mutua. Roma: Newton Compton, 1993.

2. Scanni A. Quel che resta di te. Un padre racconta la malattia del figlio. Milano: Àncora, 2023.

3. Rugarli C. Medici a metà. Quel che manca nella relazione di cura. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2017.

4. Gargiulo E. Protocollo: uno strumento di potere. Milano: Elèuthera, 2026.

5. Salisbury H. Helen Salisbury: how to make patients feel safe. BMJ 2026; 393: s861.