In questo numero

Ci sono numeri di una rivista che sembrano tenersi insieme quasi per caso, e fascicoli in cui il caso lavora piuttosto bene. Quello di settembre appartiene alla seconda categoria, anche se – va detto per onestà editoriale – parte del merito va ai fascicoli precedenti, con cui questo numero intrattiene più di un dialogo a distanza.

Il filo più visibile riguarda il modo in cui i medici, e non solo loro, arrivano a decidere. Giampaolo Collecchia (pagina 383) firma per l’Osservatorio una riflessione sulle “sensazioni di pancia”, i gut feelings che accompagnano il ragionamento clinico fin dai tempi in cui la medicina non si chiamava ancora evidence-based. L’autore non concede nulla al mito del fiuto clinico infallibile, ma nemmeno alla tentazione opposta di ridurre l’intuizione a un rumore di fondo da filtrare con l’algoritmo giusto: il corpo, scrive, “partecipa al pensiero”, e l’esperienza si deposita in forme che precedono la verbalizzazione. È una prospettiva che riprende, ampliandolo, il ragionamento che Sandro Spinsanti aveva proposto nel numero di luglio-agosto sul buon uso dei protocolli in medicina: linee guida e sensazioni di pancia non sono, a ben vedere, due fazioni in guerra, ma due dialetti della stessa lingua clinica, che hanno bisogno l’uno dell’altro più di quanto i rispettivi sostenitori siano disposti ad ammettere.

Il secondo filo riguarda l’intelligenza artificiale (IA), e qui il numero si fa volentieri corale. Eugenio Santoro (pagina 386) torna sul perché, nonostante gli annunci ricorrenti, l’IA resti sottoutilizzata nella pratica clinica quotidiana, un ritardo che ha poco a che fare con la tecnologia e molto con l’organizzazione, la formazione e, se vogliamo dirla tutta, con una certa ostinata diffidenza professionale verso ciò che non si è imparato nella scuola di specializzazione. Il tema si intreccia bene con l’editoriale di Antonio Addis e Luca De Fiore uscito a luglio-agosto sulla governance dell’IA in sanità, che sposta l’attenzione dal singolo clinico riluttante al problema, più scomodo, di chi decide le regole del gioco prima ancora che il gioco cominci. Ma, soprattutto, a dialogare con Santoro è la rassegna di Salvatore Corrao (pagina 390), che inquadra la “questione” dell’implementazione dell’IA in medicina nel più generale contesto socio-organizzativo della sanità. E trova una sponda inattesa, ma tutt’altro che marginale, nel lavoro di Federico Pennestrì e colleghi (pagina 402) sulle aspettative dei pazienti anziani nei confronti di un sistema di supporto decisionale per la riabilitazione dopo protesi d’anca o di ginocchio: pazienti tra i settanta e gli ottantotto anni, per lo più scettici solo a parole, che intervistati uno per uno si dimostrano assai meno spaventati dall’IA di quanto certa retorica – pro o contro – lasci intendere. Se davvero l’implementazione dell’IA clinica si gioca su cultura organizzativa e fiducia relazionale più che su prestazioni algoritmiche, come suggeriscono sia Santoro sia Addis e De Fiore, allora ascoltare i pazienti anziché limitarsi a rassicurarli non è un vezzo metodologico ma un passaggio quasi obbligato.

Il terzo filo, più severo nei toni ma non meno attuale, riguarda il fine vita. Noemi Montagna (pagina 380) analizza il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, mostrando come il criterio, pensato per ancorare la richiesta a una condizione clinica oggettiva, rischi di trasformarsi in un paradosso: si riconosce piena libertà decisionale proprio a chi si trova nella condizione esistenziale più vincolata. Davide Mazzon e Giuseppe Gristina (pagina 377), dal canto loro, ricostruiscono come la nozione stessa di trattamento di sostegno vitale si sia progressivamente dilatata – dal ventilatore polmonare all’evacuazione manuale dell’intestino – fino a diventare, nelle loro parole, poco più che un cavillo tecnico buono per respingere richieste piuttosto che per valutarle nel merito. Entrambi i contributi proseguono, da angolazioni diverse, la riflessione che lo stesso Gristina aveva aperto nel numero di luglio-agosto sui rischi di un conflitto assiologico tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito: un conflitto che, a sette anni dalla sentenza 242/2019, la giurisprudenza costituzionale continua a rimodellare più rapidamente di quanto la pratica clinica riesca a metabolizzare.

Tre fili, dunque, ma un’unica trama di fondo: la fatica, sempre rinnovata, di tracciare confini ragionevoli – tra istinto e prova, tra uomo e macchina, tra autonomia e tutela – in un terreno che si sposta sotto i piedi di chi lo attraversa. Alcune piste di approfondimento sembrano imporsi da sole: una valutazione più sistematica di come le “sensazioni di pancia” possano essere insegnate, o almeno riconosciute, nella formazione medica; un’indagine, ancora tutta da fare in Italia, sulle aspettative dei pazienti verso i sistemi di supporto decisionale al di fuori del contesto ortopedico qui esplorato; e una discussione, probabilmente la più urgente, su come armonizzare l’evoluzione giurisprudenziale sui trattamenti di sostegno vitale con una pratica clinica che fatica a stare al passo, non per pigrizia, ma perché il diritto, in questa materia, sembra scrivere più in fretta di quanto la medicina riesca a leggere

Mentre questo numero di Recenti progressi andava in stampa, ci ha raggiunto la notizia della morte di Maurizio Bonati: amico di straordinaria generosità, non ha mai fatto mancare suggerimenti e riflessioni originali (pagina 420). Riprendendo gli “Appunti di viaggio” di Fabio De Iaco (pagina 419), Maurizio è stato costruttore di nostalgie: per questo, resterà sempre con noi.