Maurizio Bonati: amico prezioso, ricercatore di soluzioni

Luca de Fiore1

1Il Pensiero Scientifico Editore, Roma.




Quanto mi hai fatto arrabbiare. Quanto mi hai fatto ragionare. Quanto ci siamo divertiti. Talvolta le tre cose anche insieme tra loro, sommandosi o alternandosi, sempre a caccia di una via d’uscita dalle cose da cambiare. Le carte dicono che Maurizio Bonati è stato medico; non lo ritrovo in questa categoria ma in quella di ricercatore: di vie d’uscita. 

Ricercatore di soluzioni possibili e concrete per contrastare malattie e disuguaglianze nel percorso della maternità, della nascita e di crescita. Ricercatore delle ragioni alla radice del disagio degli adolescenti e dei modi opportuni per usare meglio le cure di cui si dispone e immaginare quelle che dovremmo prudentemente sperimentare. Anche ricercatore di un modo originale di confezionare una rivista – Ricerca & Pratica – che ha via via inseguito un obiettivo in/formativo e un pubblico in un contesto politico e culturale in divenire1. E ancora, negli ultimi anni, cercatore della sola via d’uscita dal cronico trauma della guerra e della violenza cinica del primo mondo nei confronti delle popolazioni dei paesi poveri, come Cuba: lavorando alla sola via d’uscita, la fine delle ingiustizie e la pace.

Ma il nome di Maurizio resterà legato soprattutto alla sua passione per i bambini: «La comunità internazionale dovrebbe mettere la tutela dell’infanzia al centro di ogni risposta umanitaria» spiegava a Recenti Progressi in Medicina. «Non solo intervenendo con aiuti immediati, ma costruendo percorsi stabili di protezione, educazione alla pace, salute mentale. Serve una responsabilità collettiva, che riconosca ogni bambino come patrimonio umano da preservare, attivamente».2 Le vie di uscita cercate da Maurizio avevano la caratteristica di essere pensate in primo luogo per proteggere i bambini e le donne: non solo – o non tanto – per la loro fragilità ma in quanto “popolazioni” potenzialmente rivoluzionarie, agenti di un cambiamento che, per essere tale, non avrebbe potuto – e non potrà – che essere radicale.

Quello di Maurizio era uno sguardo severo, raramente indulgente, quasi sempre inevitabilmente critico considerati i tempi che corrono. Se la sua severità di giudizio gli ha reso più difficile seguire la terza delle quattro indicazioni di Goffredo Fofi, nell’esecuzione delle altre è stato Maestro: resistere, studiare, fare rete e non smettere di rompere i coglioni3. «Come cittadini, possiamo esercitare un pensiero critico, non cedere alla disumanizzazione dell’altro, non abituarci alle immagini di guerra come se fossero normali. Come professionisti, abbiamo il dovere di tenere accesa la coscienza civile, di denunciare, di educare, di costruire alternative. Come comunità, dobbiamo riscoprire il senso del legame: quello che ci unisce all’altro anche quando è lontano, anche quando non parla la nostra lingua. Contrastare la cronicità della guerra significa anche contrastare l’indifferenza. È un compito culturale, etico e politico che riguarda tutti»2.

L’ultima mail di Maurizio diceva di tre nuove idee a cui lavorare: quanto ci saremmo ancora arrabbiati e divertiti, quanto avremmo provato a ragionare intorno a queste idee. Al di là delle parole vuote con cui istituzioni o società scientifiche – che si sono rapidamente liberate del suo sguardo critico non appena hanno potuto – lo stanno “celebrando”, come continuare a conservarlo con noi? Forse, facendo nostre le sue passioni e, anche a costo di passare per dei rompicoglioni, contrastare l’indifferenza e continuare a scandalizzarci.

Bibliografia

1. Ricerca & Pratica. Sito web: https://www.ricercaepratica.it/

2. Bonati M. Quando la guerra spegne il futuro. Recenti Prog Med 2025; Suppl Forward 38; S23-S24. Disponibile su: https://short.do/kRVrLT [ultimo accesso 28 agosto 2026].

3. Kulturjam. Le 4 regole di Goffredo Fofi: “Resistere, studiare, far rete e rompere i coglioni”. Disponibile su: https://short.do/EhgGvE [ultimo accesso 28 agosto 2026].