Dalla letteratura

Per un ecosistema integrato della salute cardiovascolare

La cardiologia contemporanea dispone di strumenti diagnostici e terapeutici sempre più efficaci, ma il successo della ricerca non può essere misurato soltanto dal numero di scoperte o dalla loro sofisticazione tecnologica. Il criterio decisivo resta la capacità di produrre benefici concreti e diffusi per pazienti e popolazioni. È il messaggio centrale di una perspective, pubblicata di recente su Circulation, firmata da Karen E. Joynt Maddox, della Washington University School of Medicine e della Washington University Bursky School of Public Health1.

L’autrice parte da risultati difficilmente contestabili. Negli ultimi cinquant’anni la mortalità per infarto miocardico acuto si è ridotta in modo radicale, grazie alla combinazione di ricerca di base, farmacologia, procedure interventistiche, organizzazione dei percorsi assistenziali e campagne di sanità pubblica. Un’evoluzione analoga ha trasformato la prognosi delle cardiopatie congenite.

Tuttavia, questi successi convivono con segnali meno rassicuranti: ipertensione e obesità sono in aumento, il calo della mortalità cardiovascolare si è arrestato in diverse popolazioni e persistono profonde disuguaglianze geografiche e sociali. Il punto critico non è quindi la mancanza di innovazione, ma la difficoltà di tradurla in salute reale e accessibile.

Maddox mette in discussione, senza negarne il valore, il modello lineare “dal laboratorio al letto del paziente”. Questo paradigma ha sostenuto molti dei progressi della cardiologia moderna, ma non descrive più adeguatamente la complessità dei determinanti cardiovascolari. Le domande scientifiche rilevanti emergono non solo nei laboratori e nei trial, ma anche nelle comunità, nei sistemi sanitari, nelle politiche di rimborso e nell’esperienza quotidiana di pazienti e caregiver. Biologia, comportamento, ambiente e organizzazione delle cure non sono livelli separati: interagiscono e condizionano l’impatto finale di ogni innovazione.

La prospettiva proposta è quella di un ecosistema integrato, con la salute cardiovascolare al centro e attorno a essa ricerca di base, scienza traslazionale, studi clinici, epidemiologia, implementation science e population science. Questo nucleo è a sua volta inserito in un contesto più ampio fatto di politiche sanitarie, tecnologie e dati, sistemi assistenziali, comunità, ambiente, accessibilità economica e comportamenti. Il modello è particolarmente rilevante per il cardiologo clinico, perché ricorda che l’efficacia dimostrata in uno studio non coincide automaticamente con l’effettività nella pratica. Una terapia innovativa non modifica la prognosi se resta inaccessibile; la riabilitazione cardiologica non riduce gli eventi se i pazienti non vengono inviati o non possono partecipare; un algoritmo di intelligenza artificiale non è neutrale se funziona in modo diverso tra contesti e popolazioni.

Maddox invita quindi a favorire ricerche capaci di collegare discipline, contesti e bisogni reali, senza contrapporre scienza fondamentale e salute di popolazione. È una proposta condivisibile, ma impegnativa. L’integrazione rischia infatti di restare retorica se non si traduce in criteri editoriali, finanziamenti, infrastrutture per la ricerca pragmatica e reale coinvolgimento delle comunità. Inoltre, ampliare lo sguardo non deve significare indebolire il rigore metodologico o confondere ricerca scientifica e agenda politica.

Il valore della prospettiva sta proprio nell’indicare una responsabilità ulteriore per la cardiologia: non limitarsi a produrre conoscenza, ma costruire i collegamenti che consentano a quella conoscenza di migliorare gli esiti su larga scala. Il futuro della disciplina dipenderà quindi non solo dalla prossima molecola, procedura o piattaforma digitale, ma dalla capacità di integrare innovazione, implementazione, equità e organizzazione delle cure in un unico percorso scientifico.




Bibliografia

1. Joynt Maddox KE. An integrated ecosystem for cardiovascular science and health. Circulation 2026; 154: 85-7.

Fabio Ambrosino

in collaborazione con cardioinfo.it

Prime linee guida ASCO sul test ctDNA nei tumori solidi e nei linfomi

Pubblicate sul Journal of Clinical Oncology – Oncology Practice le prime linee guida dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) sull’impiego del test del DNA tumorale circolante (ctDNA) in pazienti affetti da tumori solidi o linfomi1. Il documento affronta quattro quesiti clinici fondamentali relativi a quando il test del ctDNA debba (o non debba) essere utilizzato per: 1) supportare la diagnosi oncologica; 2) orientare la scelta della terapia iniziale e supportare il monitoraggio terapeutico; 3) coadiuvare la sorveglianza e il monitoraggio di recidive e/o progressione di malattia; 4) supportare la definizione della prognosi.

«Il nostro obiettivo è fornire una guida clinicamente utile e concreta per gli oncologi, indipendentemente dal loro contesto operativo, su quando ricorrere al test del ctDNA», ha dichiarato la co-presidente del panel delle linee guida, Christina M. Lockwood della University of Washington School of Medicine. «Si tratta di uno strumento potente, ma che richiede un utilizzo appropriato; per questo motivo, definire con chiarezza il contesto clinico di applicazione è stato uno degli obiettivi primari del nostro lavoro».

Nel 2018, l’ASCO e il College of American Pathologists avevano condotto una revisione sistematica congiunta per valutare la validità clinica, l’utilità clinica e il valore metodologico (interpretazione e refertazione) del test del ctDNA. Da allora, la letteratura scientifica sul ctDNA è cresciuta in modo esponenziale, confermando il valore di questa metodica nella rilevazione dei tumori, nel monitoraggio e nella valutazione della risposta terapeutica, spingendo l’ASCO a redigere le prime linee guida formali sui test del ctDNA su base ematica (biopsia liquida). Le raccomandazioni sui tumori solidi e sul linfoma sono state elaborate a partire da due fonti principali: la revisione sistematica del 2018 e una nuova revisione sistematica della letteratura pubblicata dal gennaio 2017 in poi (escludendo gli articoli già analizzati da Merker et al.). Inoltre, il 24 ottobre 2025 è stata condotta una revisione sistematica focalizzata sugli studi clinici che hanno utilizzato il test del ctDNA per guidare le decisioni terapeutiche. Complessivamente, queste analisi hanno preso in esame 54 meta-analisi pertinenti, 12 pubblicazioni relative a 11 studi clinici randomizzati e 489 altri articoli scientifici che hanno costituito la base per la formulazione delle raccomandazioni. «Tra il 2018 e il 2025 è stata pubblicata un’enorme quantità di letteratura in questo ambito; era assolutamente necessario approfondire ulteriormente sia la validità clinica sia, in particolare, l’utilità clinica dei test del ctDNA», ha sottolineato l’altra co-presidente delle linee guida, Stacy W. Gray del City of Hope di Duarte.

Sulla base della revisione sistematica della letteratura, il panel di esperti ha definito le seguenti raccomandazioni: a) Al di fuori dei protocolli di uno studio clinico, il test del ctDNA deve essere offerto solo se i risultati possono influenzare attivamente le decisioni clinico-terapeutiche. Può tuttavia essere utilizzato per valutare l’eleggibilità di un paziente a uno studio clinico. b) Il test del ctDNA per la ricerca di alterazioni genetiche tumorali può essere impiegato nei seguenti casi: quando la biopsia tissutale sia di difficile esecuzione o presenti un profilo di rischio inaccettabile per il paziente; quando i risultati del test su tessuto non possano essere disponibili entro tempistiche clinicamente utili per l’avvio del trattamento; quando l’indicazione registrata di un farmaco ne consenta o ne richieda l’utilizzo. c) Il test del ctDNA può essere offerto in combinazione con i test previsti dallo standard-of-care qualora consenta di prendere decisioni basate su evidenze solide o aiuti a risolvere discrepanze o ambiguità diagnostiche. d) Il test del ctDNA non è raccomandato in sostituzione di nessun’altra metodica diagnostica standard già codificata. e) Le misurazioni frazionarie, percentuali o basate sulla concentrazione del ctDNA o del DNA libero circolante totale (cfDNA) non devono essere utilizzate come parametri surrogati del carico di malattia al di fuori di studi clinici o protocolli di ricerca clinica.

Sebbene le raccomandazioni non affrontino l’uso del test del ctDNA come strumento di screening, Lockwood guarda con ottimismo ai dati emergenti dagli studi clinici sul suo potenziale impiego in ambito preventivo: «Si tratta di un’area che non trattiamo in queste linee guida poiché non disponiamo ancora di una base di evidenze sufficiente per formulare una raccomandazione formale», ha precisato. «Tuttavia, è indubbiamente un campo in cui tutti auspichiamo ulteriori ricerche e la raccolta di nuove prove cliniche».

Sebbene sia previsto che l’utilità clinica del test del ctDNA aumenti progressivamente in futuro, entrambe le co-presidenti del panel hanno sottolineato che, allo stato attuale, esso debba essere considerato esclusivamente come uno strumento complementare e non come un sostituto degli esami standard, inclusa la diagnostica per immagini. Inoltre, poiché le presenti linee guida si applicano in modo generalizzato a tutti i tumori solidi, in futuro si renderà necessaria la stesura di linee guida specifiche per le singole patologie oncologiche. «Questo è un settore in rapidissima evoluzione. Quella che presentiamo oggi è un’istantanea dello stato dell’arte, e ci aspettiamo senza dubbio rapidi e significativi aggiornamenti in futuro», conclude Lockwood.




Bibliografia

1. Lockwood CM, Messersmith HJ, Kim AS, et al. Circulating tumor DNA testing in solid tumors and lymphoma: ASCO Guideline. JCO Oncol Pract 2026 Jun 18: OP2600311.

David Frati

in collaborazione con oncoinfo.it

Il paradosso cubano: eccellenza scientifica e crisi umanitaria

Un recente webinar organizzato da “Scienza in rete”1 ha esplorato la contraddizione di un’isola che, nonostante un embargo decennale sempre più aspro, riesce a produrre innovazione biotecnologica di livello molto alto, pur affrontando una crisi umanitaria quotidiana. È sempre più difficile mantenere quella capacità innovativa per cui Cuba si è distinta a dispetto di tutto e che le ha consentito finora di produrre farmaci e vaccini e di offrire una buona assistenza sanitaria. Anche fuori dall’isola.

Eva Benelli ne discute con Maurizio Bonati, medico, esperto di sanità internazionale, con Fabrizio Chiodo, ricercatore del Cnr e con Elizabeth Balbuena Delgado, cardiologa cubana che lavora nella sanità pubblica italiana partecipando a un progetto di collaborazione, per sopperire alle carenze di organico.

Eva Benelli introduce il concetto di “paradosso”: Cuba è una piccola isola, con una decina di milioni di abitanti, sotto embargo ma che è riuscita a raggiungere una copertura vaccinale del 90%, con vaccini prodotti sull’isola, sia della popolazione adulta che dei bambini. Con 7,5 medici ogni mille abitanti è il primo paese al mondo per numero di medici, sostenuti da un’infrastruttura sanitaria solida e presenti in vari paesi del mondo per le loro capacità. Benelli sottolinea come l’inasprirsi delle sanzioni e le minacce internazionali stiano mettendo a rischio non solo la salute dei cubani, ma un patrimonio di “saper fare” scientifico che è una perdita per l’umanità intera.

“Cuba è un laboratorio unico al mondo per la salute pubblica, che ha investito fin dal 1959 sul diritto alla salute e all’istruzione, abbattendo mortalità infantile e materna, e analfabetismo” inizia così l’intervento di Maurizio Bonati, che evidenzia come il paradosso stia in tanti aspetti, per esempio nelle Case della comunità: mentre l’Italia arranca con i fondi Pnrr per realizzarle, Cuba le utilizza con successo da sessant’anni.

Bonati continua con la denuncia degli effetti devastanti dell’embargo oggi: si è passati da tassi di benessere in termini di indici di salute che facevano di Cuba un paese con elevata qualità sanitaria nonostante le scarse risorse e il basso Pil, alla mancanza oggi di elettricità e carburante che impedisce l’accesso ai servizi di base (igiene e smaltimento dei rifiuti), portando al ritorno di malattie come la tubercolosi e all’aumento della mortalità infantile.

Fabrizio Chiodo, ricercatore del Cnr, descrive cosa significa fare ricerca di eccellenza in condizioni di blocco economico: “tutti gli strumenti che abbiamo in laboratorio sono apparecchiature che hanno un 10% di componentistica nord americana che viene dagli Usa e che non può essere commercializzata con Cuba. Ogni volta che i miei colleghi devono comprare un anticorpo o un reagente in laboratorio, nella maggior parte dei casi si trovano di fronte a grosse difficoltà. Quando riescono a farlo, si crea un sistema di perdita della tracciabilità che aumenta il prezzo in maniera esponenziale e ritarda la ricezione del prodotto in questione. Non sono solo più di 60 anni di blocco economico e finanziario che viola i diritti umani, ma durante il primo governo Trump – mantenute da Biden e dall’attuale governo Trump che ha estremizzato tutto ciò – sono state introdotte 243 extra sanzioni. L’impatto di 21 ore di blocco corrisponde al denaro che Cuba potrebbe utilizzare per acquistare l’insulina per tutti i pazienti diabetici dell’isola per un anno”.

Chiodo continua: “durante la pandemia, per esempio, Cuba ha sviluppato cinque candidati vaccinali, di cui tre sono diventati vaccini autorizzati in diversi paesi del mondo, mettendo in collaborazione diversi istituti che stanno sotto Big Pharma, che è l’entità pubblica che gestisce la biotecnologia a Cuba. A mio avviso Cuba dimostra che – con le basi che ha sempre avuto di ricerca pubblica e funzionale al bene del cittadino – c’è un’alternativa a dipendere da meccanismi come quelli instaurati dalle istituzioni finanziarie, che bloccano molto spesso Paesi in via di sviluppo. A Cuba io sono considerato un terrorista per la Gates Foundation, e non posso chiedere fondi di ricerca alla stessa fondazione per una norma antiterrorismo. Questo fa sempre parte di quello che viene considerato il blocco economico e finanziario”.

Il ricercatore infine porta esempi di eccellenza: il vaccino chimico contro lo Streptococcus pneumoniae (molto pericoloso per i bambini sotto i cinque anni), sviluppato grazie alla ricerca pubblica a Cuba, a fronte dei prezzi insostenibile che ha il farmaco per qualsiasi paese a basso reddito o in via di sviluppo.

“Cuba dimostra come la biotecnologia pubblica può produrre innovazione superiore a quella guidata dal profitto, nonostante il blocco economico”, afferma Chiodo.

“Nonostante la carenza di petrolio e tecnologia avanzata, Cuba ha recentemente vinto premi internazionali per un vaccino contro il tumore del polmone con risultati significativi in sopravvivenza” racconta Elizabeth Balbuena Delgado, cardiologa cubana che lavora in Calabria, raccontando la resilienza cubana come una capacità di affrontare le difficoltà e le ingiustizie con ottimismo e forza. La medica difende la sicurezza dei vaccini cubani (Abdala e Soberana), sottolineando l’assenza di effetti avversi gravi rispetto ad altre tecnologie.

Sono arrivati in Calabria circa 500 medici cubani per sostenere una situazione di emergenza della sanità locale, grazie a un accordo triennale tra la Regione Calabria e la società statale cubana: Maurizio Bonati invita al rafforzamento in Italia di reti tra università, istituti di ricerca, accademia per creare progetti di scambio e ricerca condivisa che altri paesi europei già stanno sostenendo.

“Cuba no está sola” cantava Carlos Puebla negli anni sessanta ma oggi rischia di esserlo sempre di più.




Bibliografia

1. Scienza in rete. Il paradosso cubano alla fine dei suoi giorni? Scienzainrete.it 2026; 20 aprile. Disponibile su: https://short.do/MV20Co [ultimo accesso 29 luglio 2026].

Federica Ciavoni

in collaborazione con careonline.it

Cardiologia e sostenibilità ambientale: un Green Paper Anmco propone un nuovo criterio per le decisioni cliniche

La sostenibilità ambientale entra nell’agenda della cardiologia non come tema accessorio, ma come componente della prevenzione cardiovascolare e della qualità delle cure. Un Green Paper promosso dall’Area Management & Qualità dell’Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri (Anmco), con il contributo delle aree Prevenzione Cardiovascolare, Nursing e Professioni Sanitarie e del Gruppo di Studio Intelligenza Artificiale – pubblicato sul Giornale Italiano di Cardiologia – affronta la relazione bidirezionale tra ambiente e malattie cardiovascolari: da un lato inquinamento e cambiamento climatico aumentano il rischio clinico, dall’altro l’assistenza cardiologica contribuisce alle emissioni attraverso consumi energetici, tecnologie, trasporti e materiali monouso1.

Il documento non presenta una sperimentazione originale, ma integra evidenze epidemiologiche, valutazioni dell’impronta ambientale e modelli organizzativi già descritti in letteratura, traducendoli in proposte applicabili alla pratica. L’analisi considera l’inquinamento atmosferico e acustico, le temperature estreme, i metalli pesanti e le micro- e nanoplastiche, oltre alle emissioni dirette e indirette generate dalle strutture sanitarie. Particolare attenzione è riservata a terapia intensiva, emodinamica, elettrofisiologia e imaging cardiovascolare.

Il settore sanitario produce circa il 4-5% delle emissioni globali di gas serra; fino al 71% dell’impronta deriva dalla catena di approvvigionamento, comprendente dispositivi, farmaci, imballaggi e trasporti. In cardiologia, un letto di terapia intensiva può consumare da cinque a dieci volte più energia rispetto a uno di degenza ordinaria, mentre un’ablazione della fibrillazione atriale genera in media 76,9 kg di CO₂ equivalente, soprattutto per la produzione dei materiali. Anche l’imaging mostra differenze sostanziali: l’ecocardiografia comporta circa 0,5-2 kg di CO₂ per esame, la TC 6,6-9,2 kg e la risonanza magnetica cardiaca da 17,5 fino a 300 kg, in relazione alle caratteristiche dell’apparecchiatura e del protocollo.

Da questi dati emerge la proposta di considerare l’impatto ambientale come un quarto criterio della decisione clinica, accanto a beneficio diagnostico, costo economico e rischio radiologico. Ciò non significa scegliere un esame meno accurato per ridurre le emissioni, ma evitare prestazioni inappropriate, ottimizzare i protocolli e privilegiare, a parità di efficacia, la metodica con minore impronta. Telemedicina e monitoraggio remoto possono ridurre gli spostamenti e, secondo gli studi richiamati, abbattere le emissioni fino al 36%; resta tuttavia aperto il problema delle infrastrutture disomogenee e dell’accesso digitale.

Le indicazioni operative comprendono risparmio energetico, acquisti sostenibili, riduzione degli imballaggi, corretta separazione dei rifiuti, riuso sicuro quando consentito e applicazione dei principi dell’economia circolare. Gli autori riconoscono barriere organizzative, formative e regolatorie, oltre al timore che alcune misure possano aumentare i costi o interferire con la sicurezza. Proprio per questo chiedono metriche standardizzate e indicatori ambientali nei sistemi di qualità.

La strategia con il maggiore potenziale resta la prevenzione primaria e primordiale: ridurre l’incidenza delle malattie cardiovascolari significa diminuire ricoveri, procedure e consumo di risorse. Dieta prevalentemente vegetale, mobilità attiva e controllo dei fattori di rischio assumono così un “doppio beneficio”, clinico e ambientale. La prospettiva indicata dall’Anmco è una cardiologia nella quale appropriatezza, innovazione e sostenibilità concorrano allo stesso obiettivo: proteggere insieme la salute dei pazienti e quella del pianeta.




Bibliografia

1. Giubilato S, Di Fusco SA, Cappannelli S, et al. Green paper ANMCO: Cardiologia e sostenibilità ambientale. Un impegno condiviso tra professionisti sanitari. G Ital Cardiol 2026; 27: 505-17.

Fabio Ambrosino

in collaborazione con cardioinfo.it

Bloccare i mitocondri delle cellule tumorali con un peptide batterico

I ricercatori dell’University of Illinois di Chicago (Uic) hanno sviluppato una terapia antitumorale innovativa ispirata alle strategie di sopravvivenza messe in atto dai batteri presenti nel microambiente tumorale. I test condotti su modelli animali di carcinoma prostatico, in combinazione con la radioterapia, hanno determinato una significativa inibizione della progressione tumorale. Secondo quanto riportato sulla rivista Signal Transduction and Targeted Therapy1, nei modelli animali la somministrazione di un frammento di una proteina batterica, un peptide denominato aurB, ha impedito la produzione energetica nei mitocondri delle cellule neoplastiche, interrompendo di fatto l’apporto metabolico necessario alla sopravvivenza del tumore.




«I mitocondri sono essenziali per la sopravvivenza cellulare in quanto fungono da centrali energetiche», spiega Tohru Yamada, autore di riferimento dello studio e professore di bioingegneria alla Uic. «Molte cellule tumorali presentano alterazioni nel numero e nell’attività mitocondriale, che è molto intensa per sostenere una proliferazione aggressiva e rapida. Pertanto, il mitocondrio rappresenta un bersaglio terapeutico ideale».

È noto da tempo che i batteri colonizzano i tumori nel microambiente tumorale. Così la ricerca ha iniziato a considerare questi microrganismi come potenziali fonti di agenti antitumorali. In studi precedenti, il laboratorio di Yamada aveva identificato una proteina batterica, la cupredossina, in grado di sopprimere efficacemente la crescita tumorale. Il team aveva sviluppato un farmaco peptidico basato su tale proteina, testandolo in trial clinici su pazienti adulti e su tumori cerebrali pediatrici. Tuttavia, l’efficacia di quel peptide dipendeva dall’espressione del gene p53, un oncosoppressore che risulta mutato in un’ampia percentuale di pazienti oncologici. Poiché però le mutazioni di p53 sono eterogenee, il peptide originale risultava efficace solo su determinati genotipi. «Il nostro obiettivo era sviluppare un agente antitumorale che prescindesse dalla funzionalità di p53», afferma Yamada.

La ricerca si è quindi orientata verso una proteina batterica con meccanismo d’azione mitocondriale. Attraverso il sequenziamento del Dna di campioni tumorali prelevati da pazienti affette da carcinoma mammario, i ricercatori hanno identificato un batterio contenente una cupredossina denominata auracianina, con proprietà analoghe a quella precedentemente studiata. Dal design biomimetico dell’auracianina è nato il peptide aurB. I test di laboratorio hanno dimostrato che aurB penetra nei mitocondri delle cellule tumorali e si lega alla ATP sintasi, enzima chiave per la sintesi dell’adenosina trifosfato (Atp). Il peptide è stato testato su linee cellulari con p53 inattivo e su modelli murini di carcinoma prostatico ormono-resistente. In combinazione con la radioterapia – protocollo standard per il tumore della prostata – aurB ha ridotto drasticamente la massa tumorale senza evidenziare tossicità sistemica apparente.

«La terapia combinata ha potenziato significativamente l’attività del peptide, portando a una marcata riduzione del volume tumorale», spiega Yamada. «Questo approccio è promettente: utilizzando un modello consolidato di metastasi ossea tibiale abbiamo dimostrato una significativa inibizione della crescita tumorale in fase preclinica». Il team ha già depositato il brevetto per aurB tramite l’Office of Technology Management della Uic e sta pianificando l’iter per l’avvio della sperimentazione clinica sull’uomo. Nel frattempo, la ricerca prosegue nell’esplorazione del microbioma tumorale. Secondo Yamada, l’auracianina rappresenta solo una delle innumerevoli proteine batteriche potenzialmente utili in ambito farmacologico: «Esistono molte altre proteine batteriche che potrebbero fungere da base per farmaci oncologici; dobbiamo semplicemente continuare a cercarle».




Bibliografia

1. Naffouje SA, Tran DB, Rademacher DJ, et al. Suppression of mitochondrial energy production by a photosynthetic bacterial cupredoxin peptide inhibits tumor growth. Signal Transduct Target Ther 2026; 11: 124.

David Frati

in collaborazione con oncoinfo.it

Nuovi dati sugli effetti neurologici del calcio professionistico

A pochi giorni dalla finale dei Mondiali di calcio 2026, svoltasi il 19 luglio al New York New Jersey Stadium, si torna a discutere sugli effetti a lungo termine degli impatti ripetuti alla testa negli atleti. Depressione, ansia, difficoltà soggettive nelle funzioni esecutive e differenze strutturali cerebrali potrebbero emergere già nella mezza età negli ex calciatori professionisti esposti per anni a questo tipo di sollecitazioni. È quanto indica uno studio presentato all’Alzheimer’s Association International Conference 2026 (AAIC 2026)1 – tenutasi a Londra dal 12 al 16 luglio – che ha confrontato la salute neurologica di ex atleti d’élite con quella di persone senza una storia di sport di contatto o traumi cranici ripetuti.

L’analisi ha coinvolto 142 ex calciatori professionisti tra 30 e 60 anni, di cui 126 uomini con almeno tre anni di contratto a tempo pieno e 16 donne provenienti dai due massimi livelli del calcio professionistico britannico. Il gruppo di controllo comprendeva 56 soggetti sani di età comparabile. I partecipanti sono stati valutati mediante questionari clinicamente validati sui sintomi neuropsichiatrici, test neuropsicologici standardizzati e risonanza magnetica strutturale; l’analisi morfometrica voxel-based è stata utilizzata per confrontare i volumi regionali di sostanza grigia.

Gli ex giocatori hanno riportato più frequentemente sintomi depressivi e ansiosi e una peggiore percezione della capacità di pianificare, concentrarsi, risolvere problemi e gestire le attività quotidiane. Il 31% presentava punteggi compatibili con sintomi depressivi clinicamente significativi, contro il 9% dei controlli, mentre per l’ansia le percentuali erano rispettivamente del 42% e del 25%. Nei test cognitivi oggettivi, tuttavia, non sono emerse differenze significative dopo la correzione per età, sesso, istruzione e livello intellettivo premorboso.

Le immagini di risonanza magnetica, disponibili per 124 ex calciatori, hanno evidenziato una riduzione del volume della sostanza grigia in regioni frontali, cingolate e talamiche, coinvolte nei processi di memoria, attenzione, regolazione emotiva e decisione. Solo una piccola quota degli esami, circa il 2%, mostrava però un’atrofia clinicamente significativa suggestiva di neurodegenerazione.

I risultati descrivono un’associazione, ma non dimostrano che gli impatti ripetuti subiti nel calcio siano la causa diretta delle alterazioni osservate. Il disegno trasversale, la ridotta numerosità del gruppo di controllo e la prevalenza di uomini limitano inoltre la generalizzabilità dei dati. Saranno necessari follow-up longitudinali, biomarcatori ematici e tecniche avanzate di neuroimaging per chiarire l’evoluzione dei reperti e il loro rapporto con il rischio futuro di malattie neurodegenerative. In una fase di massima attenzione mondiale sul calcio, lo studio rafforza così l’esigenza di conciliare spettacolo sportivo, prevenzione degli impatti cranici e monitoraggio a lungo termine degli atleti.




Bibliografia

1. Alzheimer’s Association International Conference. July 18-21, 2027 Chicago, United States. Disponibile su: https://short.do/45hI8K [ultimo accesso 29 luglio 2026].

Fabio Ambrosino

in collaborazione con neuroinfo.it