In questo numero

Il ricordo che Eugenio Santoro dedica a Francesco Guccini (pagina 481) potremmo leggerlo quasi come un indice di un testo – va da sé, non esaustivo – di sanità pubblica, anche se scritto con la chitarra. Ci sono l’aborto clandestino di Piccola storia ignobile, la morte per parto di Venezia, l’alcol delle osterie e la solitudine del Pensionato. Troviamo il degrado ambientale del Vecchio e il bambino, la minaccia nucleare, il tempo che passa. Guccini non ha mai scritto di medicina. Eppure, osserva Santoro, ha addirittura anticipato temi che la sanità pubblica avrebbe sistematizzato solo più tardi. È così che ascoltare una canzone, come leggere un romanzo, può aiutare a pensare alla fragilità, alla sofferenza e alla cura con una precisione che la letteratura scientifica raggiunge di rado, perché costringe a guardare la persona prima della “popolazione” alla quale appartiene.

La stessa preoccupazione attraversa la rassegna di Domenico Ribatti sull’arte della cura (pagina 432). L’autore ripercorre gli ultimi decenni di riflessione sul mestiere del medico: la tecnologia che si interpone tra clinico e paziente, l’“effetto schermo”, il consenso informato ridotto a modulo, la medicina narrativa di Rita Charon come possibile correttivo. Al centro c’è la evidence-based medicine (Ebm), di cui l’autore riconosce meriti e limiti. Ne ricostruisce anche la traiettoria seguendo un approccio molto diffuso: nata per insegnare a leggere criticamente la letteratura, avrebbe scoperto solo in un secondo momento il peso dei valori e delle preferenze dei pazienti. È una lettura che merita qualche distinguo. I “metodologi” di McMaster e di Oxford erano anzitutto grandi clinici. Già nella celebre definizione della Ebm di David Sackett il giudizio clinico e le preferenze del malato stavano accanto alle prove. E Gordon Guyatt, che dell’espressione è il padre, è stato anche tra i pionieri degli studi sulla qualità di vita come elemento centrale della decisione clinica. Se la Ebm è stata spesso applicata come un ricettario, la responsabilità sta più nell’uso che nell’impianto. È un’osservazione che, a ben vedere, rafforza la tesi di Ribatti anziché indebolirla.

Mentre discutiamo di come restituire umanità alla cura, il POEM di Viviana Forte e Allen Shaughnessy (pagina 468) ci consegna un risultato quasi provocatorio. Su un forum sanitario online, le risposte di una chatbot sono state giudicate più empatiche, affidabili e gradite di quelle dei medici, anche quando i valutatori conoscevano la fonte. L’ironia è evidente, ma va maneggiata con cautela: quei medici rispondevano a sconosciuti, fuori da qualsiasi relazione di cura. Lo studio misura l’empatia di un testo, non quella di un rapporto. Resta però una domanda scomoda. Se una macchina sa essere più paziente, meno frettolosa e più esplicita nel riconoscere le emozioni, che cosa impedisce a noi di esserlo?

Una risposta possibile arriva da Modi di imparare di Iona Heath, un libro importante appena pubblicato dal Pensiero Scientifico Editore a cura di Maria Nadotti. Heath è stata medica di famiglia per trentacinque anni e nel libro ricostruisce due decenni di corrispondenza con John Berger, scrittore e critico d’arte, autore di Un uomo fortunato, uno dei libri “più veri” sulla medicina generale. Ne esce una celebrazione del contributo che l’arte (pittura, romanzo, poesia, teatro) può dare alla formazione del medico. Modigliani insegna la delicatezza del tocco, Watteau e Cézanne il passaggio dal guardare al vedere, i grandi romanzi l’attenzione a ogni parola del paziente. Dopo tre mesi di sabbatico trascorsi a leggere, Heath scopre di aver imparato sul proprio lavoro più che da qualsiasi manuale.

Il filo che lega questi contributi è una parola che torna in tutti: riconoscimento. Guccini lo cerca negli ultimi, Ribatti lo invoca citando Recalcati, la chatbot lo simula, Heath lo pratica con Berger. Riconoscere la persona, con la sua storia, il suo tempo e la sua paura, non è un’aggiunta alla medicina basata sulle prove. È ciò che offre un contesto a quelle evidenze e che ne guida l’applicazione.