“Ancora ti cerco. Elegia di un amore”

Domenico Lassandro




Grandissima umanità, sincero e profondo amore, triste rimpianto per la dolorosa scomparsa dell’amatissima moglie – Beatrice (Bice) Nico, professoressa ordinaria di Istologia all’Università di Bari – sono gli elementi costitutivi di un piccolo ma intenso libro che il marito – Domenico Ribatti, professore ordinario di Anatomia umana sempre all’Università di Bari – ora le dedica. Ancora ti cerco. Elegia di un amore, questo il titolo di una commovente e sconsolata memoria della inseparabile compagna di una vita, con la quale l’autore ha trascorso quarant’anni di unione sentimentale e familiare, in perfetta comunanza di affetti e di intenti.

Chi conosce Ribatti, docente rigoroso e ricercatore medico di livello (rilevante l’impact factor delle sue numerosissime pubblicazioni scientifiche), ma anche dotto umanista, capace di vedere gli innumerevoli intrecci esistenti tra ricerca medica, cultura letteraria (Italo Calvino è un suo autore prediletto, ad esempio) e visione politica (grande la sua attenzione e opzione per una visione sociale e non elitaria della sanità), potrebbe stupirsi davanti alla singolarità di questo piccolo libro.

Ma appartiene a Ribatti anche una serissima vena riflessiva e di grande moralità, come infatti appare in molti suoi scritti non “professionali”. Tra questi, pubblicato qualche anno fa, quando Bice era presente e piena di vita, una vita lieta e leggera, un piccolo libro, quasi una sorta di autobiografia, Riflessioni a margine di una vita semplice (Manni 2023). Era, quel libro, un vademecum introspettivo, con i ricordi di persone, luoghi e situazioni, del padre, laborioso, serio e paziente, della madre, premurosa per la salute dei figli, della sorella piccola da proteggere, del nonno. E di Bice, sposata a Bologna, lontano dal vano chiasso delle usuali feste matrimoniali del Sud, una moglie amata con intensità e saldezza di sentimenti, viva accanto a lui a condividere «tante battaglie ma anche tanta passione». E, ricordando gli inizi della loro storia, Ribatti vorrebbe quasi «tornare indietro di trenta anni», ma purtroppo «il tempo passa, l’inesorabile orologio della nostra esistenza».

Tempo che inesorabilmente è passato, ma l’indimenticata e indimenticabile memoria di lei no e ritorna, ora, con grandissima partecipazione emotiva in Ancora ti cerco (il cui sottotitolo è quanto mai eloquente, Elegia di un amore). Nelle brevi e commoventi pagine il marito inconsolabile ripensa all’amore unico e centrale della sua vita; amore ricambiato, perché anche lei ha sempre cercato lui, con trasporto, passione e desiderio di cura.

Ma ora Bice non c’è più, strappata alla vita a settantadue anni per una «rara malattia, la fibrosi polmonare, una malattia implacabile», che, dopo tre lunghi e dolorosi mesi d’ospedale, l’ha spinta in «un lento e progressivo scivolare verso l’abisso della fine che lentamente e inesorabilmente l’ha risucchiata».

Per questo Ribatti, solo e smarrito, rivolge ora a lei una toccante elegia d’amore. E con disarmante sincerità, senza reticenze parla della loro lunga storia, vissuta per quarant’anni con mutua ricerca e reciproco scambio di affetti, non finito però con la morte di lei, ma sublimato, in lui che è rimasto, nel costante ricordo di ogni momento della loro vita in comune e nella certezza di una ineliminabile presenza di lei, grazie ad una salda «eredità d’affetti». Presenza non più fisica ed immediata, ma “spirituale”, alla fine l’unica forma in grado di dare una risposta al mistero dell’esistenza umana, come lo stesso Ribatti scriveva in un suo libretto di poesie di alcuni anni fa (L’assenza del centro, Foggia, 2007): «Coltivare lo spirito più che la carne, quanto mai effimera e fugace, credo che sia rimasto l’unico antidoto, così come pure, cercare disperatamente, nonostante tutto, un po’ di luce e di amore negli occhi degli altri». Luce e amore che egli ha visto risplendere nei bellissimi occhi di Bice, come poeticamente “dichiara” in un componimento di quel libretto (viene facilmente in mente l’intensità del biblico Cantico dei cantici!): «Ti ho amata con forza / Ti ho amata con passione / Ti ho amata senza tregua / Ti ho amata senza riserve / Ti ho amata per non perderti / Ti ho amata senza illusioni / Un giorno / ti ricorderai / quanto ti ho amata?».

Ora invece non è lei a poter ricordare quanto sia stata amata da lui, ma si è realizzato il contrario.

E così in Ancora ti cerco – che riporta in copertina un’iconica immagine della cattedrale di Trani, luogo amatissimo da Domenico e Bice, perché luogo dei loro primi incontri e di tanti loro ritorni per passeggiare da soli – il ricordo dell’amore coniugale si snoda attraverso le pagine di un diario, fatto di stralci delle lettere, reciprocamente scritte in tanti anni. Lettere che sono un vero e proprio racconto della nascita e del consolidarsi di un grande amore, leggendo le quali (gli estratti riportati dall’autore) si ripercorre una storia vera, tanto più singolare e ammirevole in questo nostro tempo, purtroppo affollato all’incontrario di innumerevoli “storie” fugaci e vanamente esibite (e purtroppo applaudite, propagandate ed imitate). Amore, quello tra i due innamorati, espresso anche attraverso le mani che si stringevano all’inizio ed hanno continuato a stringersi per lunghissimi anni fino alla fine, nei tristissimi giorni di ospedale, durante i «tre mesi di agonia, tutti i giorni».

Pagina dopo pagina scorrono davanti al lettore le tappe di una lunga storia di amore, fatta di sentimenti profondi e duraturi. Una storia ripercorsa attraverso le lettere scritte dai due coniugi, dal primo inizio del loro amore, contrastato perché – ricorda con amarezza Ribatti – persone malevoli, «malpensanti ed anche benpensanti», si arrogavano il diritto di giudicare il rapporto tra una giovane madre, separata con due bambini, e un coetaneo professore, di grande prestigio scientifico e di temuto rigore didattico, ricercatori nel medesimo Istituto della Facoltà di Medicina: «sono stati anni difficili, ma indimenticabili – si legge – nei quali abbiamo saputo costruire il nostro grande amore, passo dopo passo».

E quei passi li seguiamo appunto attraverso ciò che lui scrive a lei, ad esempio, quando è a Ginevra per un lungo periodo di studio e ricerca (assistente presso il Dipartimento di Morfologia dell’Università) e le risposte che lei gli invia, lette poi con trepidazione e gioia dal destinatario, al termine di operose giornate, nella solitudine e nel silenzio.

Ogni lettera invero è una faccia del medesimo prisma, un insolito prisma d’amore. Risalta in una, degli inizi, la decisa affermazione di lui di voler tutelare lei, difenderla «da tutti coloro che nel mondo del lavoro e anche fuori, facevano allusioni poco lusinghiere sul tuo conto». In un’altra invece il commovente interesse per i figli di Bice, grande testimonianza d’amore, e per i suoi quattro amatissimi nipotini, «che ti hanno conosciuto così poco», e i cui disegni colorati sono rimasti a casa, «dedicati alla nonna». Non manca ancora, in altro scritto, il ricordo del coraggio di lei, messo a dura prova dalle circostanze della vita, il medesimo generoso coraggio, che si rivela persino nel letto d’ospedale, quando è lei a dar forza al marito, giungendo ad affermare di «sentirsi molto bene» e che «domani andrà meglio!».

Trasmette alfine questo struggente epistolario un messaggio di grande valore, che può esistere cioè – è esistito e continua ad esistere – un amore vero e senza riserve tra due persone di grande sensibilità, Domenico e Bice. Il loro rapporto ci appare di grande saldezza e rivive davanti a noi attraverso la rievocazione di episodi della loro grande storia, storia che vedrei già preannunciata – e sarà poi mantenuta con la medesima intensità per sempre – in una lettera di lei del lontano 1989: «Mi hai preso per mano, con tutta la tenerezza di cui sei capace e mi hai trasmesso la forza dei tuoi sentimenti, le tue verità. Ed io mi sono perdutamente innamorata della tua anima, del tuo bellissimo cuore, delle tue preziose lacrime. Voglio vivere con te per tutti i giorni che la vita mi darà, fra le tue braccia, stretta a te, forte».

Ma il destino, o la Provvidenza (Bice era molto religiosa), ha fatto finire troppo presto il sogno reale, realizzatosi per tanti anni nel rapporto tra due persone. E vi è stato il doloroso risveglio dell’assenza, nella quale colui che è sopravvissuto all’inesorabile monito del “finché morte non vi separi”, ha continuato e continua a ricordare lei, e a cercarla ancora.

A cercarla, come metaforicamente confessa, in una stupenda canzone-poesia Franco Battiato: E ti vengo a cercare (cantata dal grande musicista nel 1989 – i primi tempi dell’amore di Domenico e Bice – nell’aula Nervi in Vaticano davanti a papa Giovanni Paolo II). Nell’incomparabile canto, nel quale parole e musica producono quasi un’armonia religiosa, la ricerca evocata appare di grande altezza e non transeunte: “E ti vengo a cercare / anche solo per vederti o parlare / perché ho bisogno della tua presenza / per capire meglio la mia essenza… E ti vengo a cercare… / perché mi piace ciò che pensi e che dici / perché in te vedo le mie radici…”.

Parole alte, le medesime che sono intercorse e hanno vivificato, nel corso di una vita intera, il rapporto d’amore tra Domenico e Bice, rapporto che, in forma diversa ma non meno vera, continua a intercorrere tra loro due, che si cercano ancora.