Nostos e algos: il dolore del ritorno

Come molte estati fa, quando mi addormentavo in pineta a ridosso del mare, sabbia fine e aghi di pino sotto la schiena, un asciugamano per cuscino. Le voci arrivavano lontane, disperse nel respiro del vento e delle onde. Per distinguerle e trovarne il senso dovevi concentrarti. Ma poi perché: l’alternativa, dolcissima, era rinunciare, cedere al brusio e al sonno.

Mi sento così in questo vecchio posto dell’infanzia, oggi rifugio raro. Il mio posto della nostalgia. Qui tutto arriva ovattato, smorzato. Solo poche sensazioni hanno l’energia per alzare il volume, superare il brusio. Il gusto ritrovato dei fagiolini paesani, scuri, lunghi e sottili come spaghetti. Scoprire che la paparina esiste ancora: la paghi una settimana di stipendio, ma rinunciare sarebbe tradire. Il trillo dei clarinetti e il bum della grancassa: la banda la mattina della festa, in piazza, sole forte e un caffè in ghiaccio in mano (già, i clarinetti: come quelli di papà e del nonno). Il signore anziano, elegante, che mi ferma: ti voglio stringere la mano, ero così amico di tuo padre.

Ogni cosa che merita il ritorno ha un valore speciale e nascosto, cresce nella lontananza. Capisci solo quando provi a tornare. Nella parola nostalgia ci sono il ritorno e il dolore. È questo che la rende preziosa: una gioia amara, o un’amarezza felice. Uno sguardo commosso e profondo che osserva l’oggi e intanto lo attraversa, ritrova quel che c’era dietro e prima e ne fa un’immagine sola.

La vivo, questa nostalgia, insieme alla necessità di crearne una nuova. Ne sento il dovere. Forse il nostro ruolo nella storia è proprio questo: preparare nuove nostalgie.




Come gli scheletri degli ulivi che incontro sulla strada del mare: segni dolenti di quel che è stato annunciano quel che sarà, che non potrà non essere. Che non intendo accettare che non sarà. Le nostre esistenze partono prima, con lunghe rincorse: la mia rincorsa è di terra rossa e ulivi scuri, sapori forti annunciati dagli odori, tuffi dagli scogli, parole in dialetto il cui significato scoprivo anni dopo, perché restavano dentro misteriose. Ricordi altrui, tanto raccontati da diventare miei. Cose che valevano, e non potevo capirlo.

Quali siano oggi le cose cui qualcuno, dopo di me, proverà a ritornare, non lo so davvero. Quali siano, se mai esistono, le rincorse dei nostri figli, non lo immagino. Avverto uno stato d’allarme lieve, sommesso ma costante: che in futuro non ci sarà abbastanza nostalgia. Non sono certo che stiamo costruendo i ricordi di domani. Le dolcezze per cui struggersi, le mancanze da sentire. Le cose piccole e immense cui tornare.

Il rischio di interrompere la storia. Ma forse sbaglio. La risposta, se saremo stati capaci di creare nuove nostalgie, non l’avrò. Ma qualcuno ritornerà, qui o altrove, e scoprirà le cose che valgono. Qualcuno che merita fiducia e sarà capace di non interrompere la storia. Che è già partito, senza che me ne accorgessi, con una rincorsa ancor più lunga della mia. È quel che spero: che abbia già preso la rincorsa.

Fabio De Iaco

Direttore di Struttura complessa

“Medicina d’emergenza urgenza 1”

Ospedale Maria Vittoria

Asl Città di Torino.

Past President SIMEU